Articolo scritto per Alla-Fonte.
Vignetta di Chris Riddell.
Da più di tre settimane, nel silenzio tombale dell'informazione italiana, il governo laburista britannico di Tony Blair è sotto processo per l'intervento militare in Iraq, iniziato nel 2003 e in attività ancora oggi.
A ricoprire i ruoli coincidenti di pubblico ministero e di giudice è una Commissione Inquirente composta da consulenti e diplomatici di Stato. Le sedute sono aperte, le prove e le testimonianze sono di pubblico dominio ed un sito internet ufficiale creato per l'occasione mette a disposizione tutto il materiale a servizio dei cittadini.
Ma non è stata una pericolosa branca deviata della magustratura ad avviare l'inchiesta. La decisione è stata presa dallo stesso Partito Laburista, a partire dall'attuale Primo Ministro Gordon Brown, fedelissimo blairiano della prima ora.
L'inchiesta prende il via dal celebre "Dossier di settembre", il documento ufficiale redatto da Sir John Scarlett, capo dell'MI6, il servizio segreto di Sua Maestà, con prefazione dell'allora capo di governo Tony Blair, e datato 24 settembre 2002. Era il documento, poi rivelatosi totalmente falso, che accusava Saddam Hussein di possedere armi di distruzione di massa, armi chimiche, armi batteriologiche e missili balistici operativi.
Oggi la Gran Bretagna cerca i colpevoli della morte di 179 soldati e di centinaia di migliaia di civili iracheni. E non li cerca tra le file degli insorgenti a Bagdad o a Bassora, ma li cerca dentro i propri confini nazionali. Non nelle moschee, ma nei palazzi del potere.
I timori di un'inchiesta blanda, intra-istituzionale, con poche verità emergenti sono stati scardinati sin dal principio. Le verità inedite, emerse dal 24 novembre ad oggi, sono moltissime.
Chi è il responsabile dell'invasione militare in Iraq avvenuta il 20 marzo 2003? A questa domanda, in un certo senso, la Commissione ha già dato una risposta. E non corrisponde al nome di Tony Blair. E nemmeno a quello di George Bush.
L'involontario artefice di una delle più insensate e devastanti guerre che il mondo potrà mai ricordare è un ignoto tassista iracheno.
Fu il traballante racconto di una conversazione tra due ufficiali iracheni ascoltata nel suo taxi nel 2000 a costituire la prova principale della pericolosità dell'arsenale di Saddam Hussein. Il Joint Intelligence Committee (JIC) raccolse la sua testimonianza senza supporto e la presentò, con i dovuti dubbi, al Primo Ministro allora in carica. Tony Blair ignorò i dubbi e tradusse la testimonianza di un tassista in "prove massicce di un enorme sistema di laboratori clandestini".
Lo stesso capo dei servizi John Scarlett e il capo dell'ufficio controproliferazione all'FO, Tim Dowse, lo confermano: il documento era ricco di imprecisioni ed omissioni, a partire dal sottinteso dei missili balistici nei riferimenti ad armi a cortissimo raggio, e ben due informative precedenti l'attacco (7 marzo e 17 marzo) confermavano l'assenza totale di armi chimiche o batteriologiche.
L'allora direttore del JIC, Peter Ricketts, conferma che senza l'alibi dell'11 settembre mai si sarebbe proceduto con l'invasione e che l'attacco fu deciso dagli USA sin dal novembre 2001, pur consci dell'inesistenza di un qualsiasi legame tra Saddam Hussein e gli attentati. William Ehrman, direttore della Sicurezza Nazionale al Foreign Office, definisce le informazioni sulle armi "sporadiche" ed "inconsistenti" e assicura che, a conti fatti, paesi come la Libia e la Corea del Nord costituivano senza ombra di dubbio pericoli ben maggiori.
L'ambasciatore britannico negli USA, Christopher Meyer, racconta degli impedimenti creati ad arte agli ispettori ONU e dei disperati tentativi di Condoleeza Rice di trovare indizi di legami tra Hussein e Bin Laden, mentre Lord Goldsmith (Attorney General del governo Blair) informò lo stesso Blair sull'illegalità dell'intervento più e più volte, finendo per essere persino allontanato dalle riunioni (alle quali tornò a partecipare dopo diverse pressioni da parte del Labour che lo portarono a cambiare posizione).
Il Lieutenant-General Frederick Viggers punta l'indice verso l'intera classe politica dell'epoca, britannica e statunitense. Ed aggiunge, con una naturalezza disarmante e con dati di fatto a supporto, che la realtà irachena di oggi dimostra quanto i civili stessero meglio ai tempi del regime di Saddam.
Ma l'inchiesta non indaga solo sulle decisioni che portarono al conflitto eterno, ma rivolge lo sguardo anche e soprattutto al piano per il dopoguerra e la ricostruzione. Un piano che, di fatto, non è mai esistito.
Edward Chaplin, capo della sezione mediorientale al FO, racconta della superficialità americana utilizzata nel cestinare ogni progetto per il dopoguerra. Alle sue pressioni per definire un piano per la fase 4 (la fine delle ostilità) i delegati del governo USA rispondevano "tutta la popolazione ci sarà grata e ci sarà gente che ballerà per le strade".
Questo era lo studio USA sul dopoguerra.
Uno studio basato sull'ottimismo, privo di analisi su costi, obiettivi, priorità, definito dal Maggiore Generale britannico Tim Cross "tristemente inconsistente, privo di obiettivi".
Una disorganizzazione riconosciuta da tutte le sfere dell'esercito, della diplomazia e dello spionaggio britannico, ma che il governo Berlusconi II, e come esso tanti altri esecutivi nel mondo, evidentemente giudicarono eccellente, se in base a tali "fogli bianchi" fu deciso l'impiego di migliaia di soldati italiani.
L'Italia in Iraq non fu mandata a compiere una missione di pace. L'ex comandante in capo delle Forze Armate di Sua Maestà, Lord Boyce, rivela, senza mezzi termini, che gli USA in più di un'occasione chiarirono agli alleati la realtà dei fatti: "quella in Iraq non era una missione di peacekeeping, era una guerra".
Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il Ministro degli Esteri Franco Frattini ed il Ministro della Difesa Antonio Martino erano al corrente della posizione americana sull'intervento? O il nostro paese è stato ingannato e tenuto all'oscuro di tutto?
Una commissione d'inchiesta potrebbe rivelarlo. E forse dovrebbe.
giovedì 17 dicembre 2009
Il governo britannico processa se stesso sulla guerra in Iraq. E in Italia?
mercoledì 16 dicembre 2009
Google censura le foto dell'aggressione a Berlusconi?
Per cause di forza maggiore sono costretto a violare il precedente intendimento, ma la notizia ha un potenziale tale da non poter essere ignorata. Riporto qui di seguito l'articolo pubblicato da Giulio Nils Caroletti per "Alla-Fonte".
Google censura le foto dell'aggressione a Berlusconi?
A un orario imprecisato di martedì 15 dicembre, Google ha iniziato a censurare le immagini relative all'aggressione del presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Andando su http://www.google.it ed effettuando una ricerca immagini non è infatti possibile ottenere alcun risultato che riguardi l'aggressione. Si provi per esempio digitando "Massimo Tartaglia" oppure "Berlusconi aggredito" o "Berlusconi ferito".
Nel momento in cui scriviamo (02:19 AM), il "problema" è ancora presente. Anche su Yahoo pare vi sia una censura parziale. Come si vede da questo link e da questo, il numero di immagini è fortemente ridotto rispetto a quello di altri motori di ricerca quali Baidu e Altavista.
Non è data sapere la motivazione di questa censura: se si tratti di un attacco informatico, di una temporanea risistemazione degli indici oppure di una vera e propria scelta editoriale, alquanto discutibile per un motore di ricerca attraverso il quale è possibile raggiungere immagini di bambini uccisi o di malati terminali.
Ore 02:53. Il problema persiste, e ora pare riguardare anche Virgilio.
Ore 03:31. In questo blog appare la prima segnalazione del problema che siamo riusciti a trovare. Il post indicato è delle 16.49. Si noti che la blogger ringrazia per una precedente segnalazione. Questo ci mostra come il "problema" esista da quasi 11 ore.
Ore 03:50. Accludiamo una serie di screenshot presi tra le 2 AM e le 3 AM, dato che la situazione è ancora del tutto priva di spiegazioni e la volatilità della rete consente quasi qualsiasi scenario futuro, come il ripristino di tutte le immagini senza alcuna spiegazione:
Virgilio: berlusconi + aggredito
Virgilio: berlusconi + ferito
Virgilio: massimo + tartaglia
Yahoo: aggressione + berlusconi
Yahoo: berlusconi + ferito
Google: berlusconi + hurt (ricerca effettuata dalla Norvegia)
Ore 04:00. In questo momento pare che non sia possibile trovare alcuna immagine su Google, Virgilio e Yahoo in Italia o all'estero. L'unica immagine di "berlusconi ferito" pare mostrare l'episodio dell'aggressione del cavalletto di alcuni anni fa (vedi immagini soprastanti).
Ore 05:05. Anche su Altavista cominciano a succedere cose strane. Ecco gli screenshot di due ricerche, una mostra ancora qualche risultato, l'altra non ne ha più, come per i motori di ricerca sopradetti.
Altavista: Berlusconi + aggredito
Altavista: Massimo Tartaglia
Ore 10:50: la situazione sembra restare immutata: su Google, Yahoo e Virgilio nessuna immagine riferibile all'aggressione di domenica sera risulta essere presente. Solo Altavista mostra le immagini di Tartaglia durante l'aggressione, ma esclude ogni immagine del volto di Berlusconi ferito.
Tra i principali motori di ricerca, Bing sembra essere l'unico ad indicizzare le foto dell'aggressione.
("berlusconi ferito" e "Massimo Tartaglia").
Gli ultimi aggiornamenti sul caso "Filtraggio Berlusconi-Tartaglia" su Alla-Fonte!
martedì 15 dicembre 2009
Nulla resterà impunito. Tranne, forse, l'aggressore.

La storia si ripete sempre due volte. La prima volta come farsa, la seconda come tragedia.
E' l'inverso di un celebre aforisma di Karl Marx che definisce in maniera illuminante la realtà che stiamo attraversando in queste ore e ciò che rischiamo di doverci aspettare nelle prossime.
La farsa (giustamente concepibile come tale) fu il lancio di un cavalletto fotografico avvenuto il 31 dicembre 2004. La tragedia è quella che, degna del più fantasioso teatro dell'assurdo, sta avvenendo ora.
La riuscita aggressione pseudo-premeditata di un uomo di 42 anni affetto da abituali disturbi della psiche ai danni del Presidente del Consiglio ha scatenato un vorticoso uragano di aggressioni verbali e linciaggi a mezzo stampa che è tutto il contrario di ciò che il buon senso avrebbe dovuto produrre.
Ma dall'attuale gruppo dirigente deputato a ricoprire gli scranni della rappresentanza popolare non era logico aspettarsi altro.
La logica avrebbe dovuto suggerire un invito alla moderazione, alla calma, alla sobrietà dialettica. La razionalità avrebbe dovuto inibire ogni tentativo di ravvivare fuochi già accesi (spesso su terreni inesistenti) e portare a riflettere sul fatto che l'inutile e pericoloso gesto di domenica sera poco aveva a che fare con le questioni politiche e di naturale scontro tra maggioranza ed opposizione che reggono questo paese così come tutti gli altri paesi del mondo.
Abbiamo assistito invece ad una parata interminabile, ancora oggi in moto, di pompieri armati di lanciafiamme, pronti ad un lancio continuo di responsabilità, relativamente ad un gesto che, fino a prova contraria, vede un unico responsabile. Direttamente ed indirettamente.
I timori delle prime ore sono stati confermati in blocco: fine dello scontro sui temi realmente politici, fine della contrapposizione dialettica, fine dell'interesse verso i fatti. E via libera bipartisan (ora come ora esclusivamente monopartisan) all'attacco politico fondato sul nulla.
E via alla reazione. Quella di chi approfitterà per cogliere la palla al balzo e procedere verso l'approvazione di provvedimenti di dubbio senso e di estrema pericolosità (oltre che delicatezza), sorretti dall'alibi del "dover dare una risposta".
E allora via ad inedite e durissime strette sul diritto di espressione sul web e sul diritto alla contestazione di piazza, in una azzardata e sconcertante logica che vede il web e il fischio in pubblico indiscussi mandanti di un'aggressione estemporanea.
Le misure saranno note con precisione alla fine del Consiglio dei Ministri previsto per dopodomani, ma le idee di base sono chiare: impedire l'istigazione a delinquere in rete e vietare contestazioni non autorizzate in presenza di altre manifestazioni.
Eppure il reato di istigazione a delinquere esiste già e da anni la polizia postale italiana compie in rete un lavoro attento e ben misurato (almeno nella gran parte dei casi) in questo senso. Così come esiste la possibilità di procedere per via giudiziaria per "manifestazione non autorizzata" nel caso di gruppi consistenti di contestatori impegnati a "rovinare" la manifestazioni altrui (naturalmente sempre "a posteriori" e mai in termini "preventivi").
Allora è logico chiedersi: cosa c'è realmente in ballo? In quale senso si collocano questi fantomatici provvedimenti? E' in gioco il reato di istigazione a delinquere o la libertà di critica, anche dura, in rete? Si discute di impedire infiltrazioni nelle manifestazioni altrui o di istituire un vero e proprio reato di "pubblica contestazione"?
L'analisi della realtà attuale e delle leggi in vigore dà già una risposta. Ipotetica, senz'altro. Ma angosciante.
Berlusconi ha già fatto sapere, tramite l'amico don Verzè, fondatore del San Raffaele di Milano, presso cui il premier è ricoverato in queste ore, che ha già perdonato l'autore del gesto sconsiderato. I suoi "sodali" non sembrano pensarla allo stesso modo.
Un responsabile va trovato. Se Massimo Tartaglia viene tolto di mezzo, serve qualche altro "imputato".
Il web e il diritto di contestazione risultano presenti all'appello.
PS: In virtù dell'inutile teatrino politico di queste ore, questo blog annuncia che non tratterà in nessun modo nei post a seguire l'argomento dell'aggressione al premier o tutto ciò che vi è collegato (ad esclusione di eventuali provvedimenti governativi dal carattere esclusivamente politico nella seduta del CdM di giovedì).
Questo blog intende, con i suoi tanti limiti, fare informazione e continuerà a farla, anche se il resto del paese avrà gli occhi puntati sistematicamente su qualcos'altro.
domenica 13 dicembre 2009
Cui prodest?

Il precedente episodio era avvenuto dopo oltre tre anni dall'insediamento. Anche quella volta l'aggressione si collocava nel freddo mese di dicembre. Ma in quell'occasione, il gesto, stupido e apparentemente privo di moventi politici, non lasciò segni.
Quantomeno sul volto o sul corpo dell'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Perché di segni, nelle cronache di quel capodanno 2005 e dei giorni successivi, quel gesto ne lasciò parecchi. E diede l'occasione al premier, vittima di un piccolo ematoma retroauricolare, e all'intera compagine governativa, di avviare una campagna mediatica in cui l'uomo più potente del paese diveniva vittima della violenza dei contestatori.
Una campagna di certo opportunistica e funzionale, ma impossibile da rovesciare, attaccare o destrumentalizzare in quegli istanti.
La storia si ripete secondo un meccanismo ben collaudato di cause ed effetti. E quando un sistema con il tempo si modifica, accrescendo la natura delle proprie risposte ad ogni evento causale, ad una causa così mediaticamente imponente possiamo solo immaginare, dedurre quali potranno essere le dovute risposte.
Un problema che l'autore del violento gesto compiuto quasi due ore fa di certo non si sarà posto.
E' difficile ipotizzare quali siano state nella mente dell'aggressore le calcolate conseguenze della devastazione del viso del premier, sempre che ci sia stato un benché minimo calcolo. Ma è fin troppo elementare conoscere quali saranno le conseguenze reali di un tale gesto.
Un antipasto di ciò che accadrà nelle prossime ore è scritto nella cronaca di queste ore, nelle dichiarazioni delle tante figure istituzionali che popolano questo nostro paese.
A partire dal ministro Umberto Bossi che parla di "pericolo terrorismo" ed invoca un innalzamento della guardia, o dell'onorevole Maurizio Lupi, che analogamente ravvede un superamento "del limite di guardia".
Il ministro Ignazio La Russa, invece, si è già prestato ad un azzardato sillogismo tra manifestazioni ed attacchi fisici.
Dalla sponda opposta a gettare benzina sul fuoco è l'onorevole Antonio Di Pietro, che rigira al mittente (e vittima occasionale) Silvio Berlusconi le responsabilità indirette di un tale gesto, parlando di "istigazione alla violenza".
Poco importa se le indiscrezioni degli questi ultimi minuti lasciano intendere la fortissima possibilità di un gesto dovuto ad un disagio psicologico del presunto aggressore, da 10 anni in cura psichiatrica.
Il teatrino dell'uso politico di un gesto che di politico sembra avere poco o nulla è già partito. Ed è lecito, oltre che logico, aspettarsi per i prossimi istanti una pericolosissima traduzione dello scontro sugli argomenti e sui dati di fatto in un attacco politico tra parti in causa basato sul nulla.
Qualcuno in questi istanti ha già provato a raffrontare "l'utilità" di questa aggressione fisica con "l'inutilità" di una pacifica manifestazione nella capitale che ha visto partecipare circa un milione di persone. Non importano le conseguenze naturali delle prossime ore, ciò che interessa è la soddisfazione che per qualcuno scaturisce da un'istantanea che ritrae un volto tumefatto.
E se il prezzo da pagare è la prevalenza dello scontro politico fine a sé stesso sul racconto giornalistico di fatti scomodi o sul diritto di critica, poco importa.
Il gesto improvviso di una persona che sembrerebbe affetta da problemi psichiatrici per qualcuno diventa un gesto eroico, espressione dell'indignazione civile.
Abbiamo smesso da tempo di porci il problema delle conseguenze delle azioni. E le condizioni in cui oggi versa questo paese sono la degna conseguenza anche di questo.
sabato 12 dicembre 2009
Lettera di un aquilano nauseato da certa informazione nazionale
Pubblico qui di seguito la lettera scritta da un cittadino aquilano in risposta al servizio di Guido Del Turco, del TG5, sulla presunta, immaginaria e fantascientifica riapertura del centro storico dell'Aquila.
La lettera è stata pubblicata in esclusiva su Abruzzo 24 Ore.
In apertura di post, la "fiction" aquilana, ovvero il filmato incriminato del celebre "giornalista". In chiusura, la realtà dei fatti.
Salve.
Ho visto questo servizio del TG5
Il giornalista, Guido Del Turco, apre il suo servizio descrivendo apparentemente una situazione di magnifica normalità.
Parla con leggerezza ed usa frasi come "la gente che passeggia", "così si presenta il centro storico che di fatto ha riaperto", "il cantiere della ricostruzione è aperto". Descrive la "rinascita" delle città, usa inquadrature di gente che prende il caffè, che passeggia, che sorride.
Ma dove? Dov'è questa città rinata della quale parla? In tutto il centro storico hanno riaperto un bar, una cantina ed un ottico. Tre attività commerciali su centinaia e lui sorride trasmettendo una sensazione di normalità? Delle centinaia di strade della "zona rossa" ne sono percorribili forse appena una decina. Dov'è questo "centro di fatto riaperto" tanto sbandierato? Forse credono che il centro storico sia solo Piazza del Duomo (che poi è ancora transennata per metà).
Io mi metto nei panni di un ragazzo di Palermo o di una casalinga di Trieste. Cosa penseranno dopo aver visto questo video? Forse penseranno che a L'Aquila è tutto a posto. Tutti hanno una casa, tutti hanno un lavoro ed il centro è stato riaperto. Ma allora perché questi Aquilani testardi protestano ancora? Battono i piedi e gridano giustizia? Perché non vogliono pagare le tasse per il 2010?
"Ma son proprio degli ingrati questi Aquilani!" "La prossima". Frasi come questa le leggo ogni giorno ovunque su internet e non sempre c'è un aquilano pronto a rispondere. Sinceramente è una situazione dolorosa e frustrante. Tutto il mondo ha visto come si son comportati gli Aquilani di fronte al dolore ed alla tragedia. Non accetto che quest'immagine meravigliosa che ha fatto il giro del globo, venga ora distorta perché a qualcuno fa comodo nascondere alcune verità.
Ma possibile, chiedo a voi, che se un giornalista scrive o dice sciocchezze nessuno può contraddirlo o controbattere? Del Turco ha mostrato una situazione ben differente da quella che è la realtà delle cose! C'è gioia nell'animo aquilano, è vero, ma non perché il centro ha riaperto ma perché hanno riaperto le prime 3 attività dopo 8 mesi di attesa! Questa è la verità!
Le macerie sono ancora praticamente ovunque perché ancora non sono stati trovati i siti nei quali stoccarle. Questa è un'altra verità. Le case son state fatte, è vero, e bisogna ringraziare chi c'è riuscito, ma non sono sufficienti tanto che migliaia di persone sono ancora in albergo anche a 100km dal Capoluogo. La recente rabbia di Bertolaso ne è la dimostrazione lampante.
C'è sempre una mezza realtà detta ed un'altra mezza nascosta ad arte.
Nessuno pretende che venga usata la bacchetta magica, del resto son passati "solo" otto mesi dal terremoto. Come Aquilano son grato alle Istituzioni per quanto è stato fatto fino ad ora ma gradirei un po' più di obiettività e sincerità da parte dei media. Insultare l'intelligenza di quelle persone che stanno vivendo una situazione così difficile è fin troppo facile in questi casi.
Massimiliano Etere
Aquilano
PS: Invito davvero caldamente tutti quanti a fare un salto sul sito Le new town della Protezione Civile a L'Aquila, di Luciano Belli Laura. Una documentazione dettagliatissima ed estremamente chiara su ciò che è realmente il Piano C.A.S.E. della Protezione Civile per L'Aquila.
Fotografie, analisi territoriali, appalti, costi, parametri strutturali e tanto altro ancora per ciascuno dei 19 cantieri.
giovedì 10 dicembre 2009
Lavoratori precari contro lavoratori stranieri in nero: la nuova ricetta del governo contro l'immigrazione

Era stato uno dei temi più dibattuti durante l'intera campagna elettorale per le elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008. Era stato l'unico argomento in grado di scatenare i furori violenti ed irrazionali di pochi "esaltati giustizieri" e i timori giustificabili e motivati di molti cittadini spaventati (più dalla rappresentazione televisiva del problema che dalla realtà quotidiana).
Allora furono la stampa nazionale e l'esecutivo appena entrato in carica a coniare il termine "giusto" per definire l'intera problematica. Non passava giorno senza che si parlasse dell'"emergenza sicurezza".
Stando agli articoli di cronaca, le cose sembrano essere profondamente cambiate oggi: i rumeni hanno smesso di commettere stupri (per i quali sembravano avere l'esclusiva), i maghrebini hanno smesso di spacciare e albanesi e rom sono stati psicologicamente recuperati da quella innata tendenza genetica al furto.
Si è sempre pensato che il fenomeno migratorio fosse connaturato alle disparità sociali nel mondo e che il miglior criterio di regolamentazione dei flussi avrebbe potuto al massimo ridurne l'entità. Evidentemente si trattava di una valutazione tradizionalistica, pessimistica e superficiale.
Il governo si è dimostrato efficace anche in questo, superando ogni più rosea previsione: tra sei mesi non ci saranno più immigrati irregolari in Italia. Almeno stando all'ordinanza numero 3828 della Presidenza del Consiglio dei Ministri, pubblicata in Gazzetta Ufficiale appena 5 giorni fa.
"Disposizioni di Protezione Civile" è il nucleo centrale scelto per il titolo del provvedimento, sebbene l'intera norma sia rivolta a provvedimenti contrattuali, economici ed edilizi sulla pratica di regolarizzazione dei lavoratori stranieri "in nero".
L'articolo 1 del provvedimento autorizza il Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del Ministero dell'Interno e il Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali all'assunzione immediata di 950 nuovi lavoratori, da impiegare nelle procedure di regolarizzazione dei lavoratori extracomunitari senza permesso e nella gestione del fenomeno estemporaneo dei flussi.
Nessun concorso pubblico, nessun trasferimento da altre sedi.
Assunzione per mezzo di agenzie interinali e per un contratto di durata massima pari a sei mesi.
I fondi stanziati per la lotta al fenomeno, nella legge 102/09 dell'agosto scorso, proseguono oltre il 2012. Eppure, la manodopera richiesta si arresta a 6 mesi da oggi.
In aggiunta, nessuna promozione a tempo indeterminato per chi già lavora presso il dipartimento dell'Interno o presso il Ministero del Lavoro, ma semplice rinnovo dei contratti a tempo determinato, per di più con un limite di spesa di 1,6 milioni di euro.
L'articolo 2 getta benzina sul fuoco: a fronte dell'impiego di interinali a breve tempo, 1500 dipendenti, già attivi nelle procedure di regolarizzazione, per tutto il 2010 saranno soggetti ad una deroga sull'orario di lavoro, comportando l'esecuzione di ben 40 ore di straordinario mensile oltre il limite previsto dalla normativa vigente, che impone un massimo di 12 ore settimanali. Nel 2010 i dipendenti del Dipartimento e dei due ministeri potranno svolgere fino ad 88 ore di straordinario al mese.
Il tutto sempre sotto contratti interinali a 6 mesi.
L'articolo 4, invece, si concentra sulle norme edilizie per la costruzione dei nuovi Centri di Identificazione ed Espulsione, modificando l'ordinanza 3244 del 1° ottobre 2002, e comportando, per la loro edificazione, la deroga automatica a tutti piani regolatori generali (comunali, regionali e statali). Solo nel caso in cui le opere in questione dovessero incidere su beni paesaggistici o culturali del paese, sarà richiesta una formale dichiarazione di assenso (o di rigetto) da parte delle amministrazioni preposte alla tutela dei beni pubblici.
In caso di dissenso, il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, avrà l'ultima voce in capitolo. E un tempo di 20 giorni per decidere. Anche della proposta di costruire un CIE all'interno del Colosseo o del Duomo di Milano.
lunedì 7 dicembre 2009
Il lato oscuro della finanziaria - Tutte le norme della nuova stesura
L'ultimo atto di forza è avvenuto poche ore fa, nella mattinata di oggi, presso la Commissione Bilancio alla Camera: la maggioranza ha approvato il maxi-emendamento di riscrittura della Legge Finanziaria per il 2010 [PDF], archiviando in blocco l'intero pacchetto di provvedimenti discussi fino ad allora, emendamenti di maggioranza ed opposizione compresi.
Un inedito (ed anomalo) di "voto di fiducia" imposto alla Commissione.
La precedente bozza [PDF], dal bassissimo profilo operativo, è stata ristrutturata radicalmente, comportando l'aggiunta di ben 195 commi sui 250 totali che ora compongono il centrale articolo 2.
Le novità non sono poche e saranno sicuramente destinate a far discutere parecchio.
In attesa che la stampa nazionale descriva il provvedimento più importante dell'intera attività parlamentare, questo blog in anteprima illustra i provvedimenti più imponenti del provvedimento.
Nessuna proposta in tema di sostegno ai redditi familiari, alle forme di lavoro precario o alle attività di ricerca sembra apparire all'interno di questo provvedimento che, in virtù della scarsa incisività, non si fa difficoltà a definire "osserva-crisi".
Le poche novità consistenti, eccezion fatta per gli incentivi all'assunzione dei disoccupati di lunga data, appartengono alla sempreverde categoria dei tagli alla spesa pubblica.
Comma 47 (confermato dalla precedente versione): possibilità di vendita, previa pubblica gara d'asta, delle proprietà sottratte alla mafia in virtù della legge 575 del 31 maggio 1965 [PDF].
Tutti i beni mafiosi non impiegabili per attività sociali o statali verranno esposti al rischio del riacquisto da parte dei vecchi proprietari.
Comma 118-bis: 8,3 miliardi di euro di tagli in 3 anni dal fondo a sostegno degli interventi urgenti (istituito lo scorso aprile), con priorità al settore dell'istruzione e degli eventi celebrativi.
Il 9 aprile 2009, dopo l'ingente quantità di tagli all'istruzione pubblica decisi lo scorso anno con la legge 133/08, il governo con la legge 33/09 dava vita a questo fondo destinato ai provvedimenti economici impellenti (con priorità all'istruzione pubblica, una sorta di "legge-gambero"), con una base operativa di 400 milioni di euro.
Il 23 novembre scorso, attraverso il DL 168/09, incrementava il fondo di 3,716 miliardi di euro.
Oggi, appena due settimane dopo, il governo decurta dal fondo 3,690 miliardi di euro.
Il fondo è, ora, praticamente azzerato.
I tagli si estenderanno nei prossimi anni, attraverso la sottrazione di 1,4 miliardi nel 2011 e 2,5 miliardi nel 2012.
Comma 118-bis: taglio di 120 milioni di euro per l'anno 2010 dal "Fondo per la competitività e lo sviluppo".
Comma 119: agli ammortizzatori in deroga previsti dalla legge 2/2009 (art. 19, comma 2) per i contratti CO.CO.CO. viene imposto un limite massimo di beneficio pari a 4 mila euro annui (si passa dal 10% del reddito senza limiti al 30%, ma con limite di 4 mila euro annue).
Comma 132: ripristino del Contratto di somministrazione di lavoro (il cosiddetto lavoro interinale) anche per le forme di lavoro a tempo indeterminato.
Comma 151: decurtazione di 100 milioni di euro dal Fondo sociale per occupazione e formazione (finalizzato al finanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga).
Comma 158: Ripristino della "Banca del Mezzogiorno SpA", stralciata dal provvedimento durante la precedente discussione in Senato. Il provvedimento prevede l'istituzione di un nuovo istituto di credito a partecipazione pubblica minoritaria, con la presenza di soci da raccogliere tra imprenditori, istituti di credito e società finanziarie in genere.
Nessuna esplicita direttiva operativa particolare, ma solo l'intenzione di massima di garantire mutui e prestiti alle piccole attività imprenditoriali del meridione.
Entro 5 anni avverrà la cessione totale delle quote pubbliche ai privati.
Comma 176: riduzione dei fondi per i comuni di 12, 86 e 112 milioni di euro per il prossimo triennio in virtù della riduzione dei consiglieri comunali, degli assessori e dei fondi alle comunità montane.
I fondi aggiuntivi andranno a finanziare il fondo per la scuola, ma verranno però decurtati per lo spostamento a giugno della ripresa dei tributi per L'Aquila.
Comma 191: ripristino immediato del pagamento dei tributi per le popolazioni terremotate. Pagamento degli arretrati a partire da giugno 2010 per il 100% del dovuto ed in 60 rate (40% del dovuto e in 120 rate per le popolazioni di Umbria e Marche nel 1997).
Comma 235: stanziamento di 300 milioni per la messa in sicurezza antisismica delle scuole. La legge che istituisce il fondo per tale scopo (169/08, articolo 7-bis) prevede una quota d'investimento pari al 5% dell'ammontare complessivo previsto per il Piano delle Infrastrutture Strategiche [PDF] allegato al DPEF.
Il totale delle risorse impegnate per le opere del Piano Infrastrutture ammontano però a ben 31,589 miliardi di euro. Le risorse stanziate per le scuole (300 milioni) costituiscono meno dell'1%.
Ben peggiore il conto basato sulle spese totali previste nell'allegato infrastrutture del DPEF: 487 milioni di euro il costo per il piano scolastico a fronte degli oltre 116 miliardi di euro del piano infrastrutturale complessivo (Mose, Ponte sullo Stretto, TAV, ...). La componente scolastica, in questo caso, si riduce sensibilmente allo 0,4% del totale.





















