mercoledì 18 agosto 2010

Una (breve) pausa...



Il blog si ferma.
Si ferma nel momento in cui il dibattito politico italiano assume ogni giorno che passa nuove forme di inedita stucchevolezza.
Si ferma nel momento in cui qualche illustre esponente della politica nazionale cerca disperatamente di far divenire persino Gianfranco Fini un leader della sinistra.
Si ferma nel momento in cui muore un protagonista molto controverso della politica italiana e in cui l'intero paese con fatica si divincola dallo spettro della doppia barricata: la sconcertante santificazione da un lato, l'animalesca celebrazione del tripudio funereo dall'altro.
Si ferma nel giorno in cui il nome di Giorgiana Masi, l'apologia dell'infiltrazione e dei massacri di piazza in occasione del movimento di protesta dell'Onda Studentesca, la difesa dei massacri polizieschi in quel di Genova nel 2001, la loggia Propaganda 2, la struttura Gladio (altrimenti nota come Stay Behind Net), l'omicidio di Aldo Moro e la strage di Ustica assumono inevitabilmente una nuova attualità, destinata a morire a breve. E forse per sempre.
Si ferma nel momento in cui l'illustre informazione nazionale targata Corriere.it arriva a collocare articoli-speciali su Renzo Bossi in terza posizione (e in ottava pagina sull'edizione cartacea).
Si ferma nel momento in cui la politica delle idee e dei progetti viene soffocata da quella dei calcoli, delle strategie "a perdere" e del "tutti contro tutti" o "tutti contro uno", per poi lasciare il passo agli intrighi di salotto, alle indiscrezioni giornalistiche che crollano nove volte su dieci, ai gossip da vacanza, ai protagonismi dei soliti noti.

Il blog si ferma, ma per nessuna delle precedenti ragioni. Si ferma perché anche questo blog ha l'esigenza di prendersi una pausa. Si ferma perché un istante di respiro serve a tutti. Si ferma per prendersi una breve vacanza di un paio di settimane, per poi tornare più presente che mai.

A prestissimo!

venerdì 13 agosto 2010

Nichi Vendola, Luigi Verzè ed il San Raffaele del Mediterraneo: molte voci, poca chiarezza



Ancora una volta è la rete a ritagliarsi un ruolo da protagonista nel mondo della politica e del giornalismo, entrambi troppo spesso chiusi alle contaminazioni esterne. Questa volta lo fa scatenando un accanito dibattito attorno all'operato della "moderna speranza" della sinistra italiana: il Presidente della Regione Puglia e leader di Sinistra Ecologia Libertà, Nichi Vendola.

Croce e delizia dell'informazione, il mondo della rete in questi giorni ripropaga, con velocità e capacità di diffusione paragonabili a quelle che coinvolgono gli impulsi nervosi tra le sinapsi di un corpo umano, una notizia che affonda le proprie radici almeno a due anni fa, ma che esplode - con una tempistica più che sospetta - solo oggi, nell'esatto momento in cui "l'Obama italiano", Nichi Vendola, annuncia la propria candidatura alle future primarie del centrosinistra.

La vicenda è quella che concerne la creazione nella città di Taranto del prossimo centro oncologico multifunzionale denominato "San Raffaele del Mediterraneo", una struttura ospedaliera che avrà il compito di offrire ricovero per 572 posti letto, sostituire le strutture SS Annunziata e Moscati (che di posti letto ne offrono ad oggi 648), contenere un centro avanzato di ricerca medica e scientifica, offrire un servizio di didattica specializzante per il personale medico e divenire, di conseguenza, il centro ASL di riferimento per l'intera provincia di Taranto.

La notizia-scandalo viene lanciata da "Italia Terra Nostra", sito d'informazione diretto da Gianni Lannes. E' lo stesso Lannes a redigere l'articolo destinato a diffondersi in ogni angolo del web, dal titolo "Vendola regala 60 milioni a don Verzè, socio di Berlusconi".
Il quid dell'inchiesta emerge sin dalle primissime righe: "Operazioni a scopo di lucro. Senza gara d’appalto: tutto all’ombra degli affari privati col denaro pubblico. Quattrini pubblici per il “San Raffaele del Mediterraneo”: il nuovo mega ospedale privato che sarà realizzato a Taranto dalla fondazione San Raffaele di Luigi Verzé, il socio di Silvio Berlusconi".

Stando a quanto è scritto, la Regione Puglia avrebbe destinato alle casse della fondazione San Raffaele, fondazione privata senza scopi di lucro (le attività della fondazione sono senza utili o con utili interamente reinvestiti) ma comunque dai connotati commerciali che le consentono di competere nel mercato (stando alla sentenza 3897 del 16 giugno 2009 del Consiglio di Stato [DOC]), ben 60 milioni di euro dei 120 previsti per la costruzione del nuovo ospedale, una struttura privata finanziata interamente con soldi pubblici.
Segue un excursus sulla figura di Don Verzè e sul suo legame societario indiretto con la famiglia Berlusconi, per mezzo della Molmed S.p.A. [PDF], azienda biofarmaceutica nel cui azionariato troviamo il Gruppo Fininvest S.p.A. con il 24% del capitale sociale e la Science Park Raf S.p.A. al 21%, controllata dalla Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor, di don Verzè.

La notizia, così presentata, rappresenta un potenziale colpo letale alla figura dell'emergente Nichi Vendola: la regione Puglia vara nel corso del triennio 2008-2010 una serie di delibere regionali per finanziare pubblicamente un ospedale privato diretto da un intimo amico, nonché socio d'affari, di Silvio Berlusconi. Il tutto senza gare d'appalto, ma solo in nome di un'amicizia che legherebbe il governatore pugliese al sacerdote imprenditore.

Le cose, però, non stanno così.

Innanzitutto, il nuovo centro ospedaliero di Taranto, denominato "San Raffaele del Mediterraneo", non sarà una struttura privata diretta da don Luigi Verzè; si tratta di un ospedale pubblico diretto da una fondazione creata ad hoc e che prende il nome dell'ospedale stesso. La fondazione, a capitale misto pubblico-privato, vedrà la maggioranza ricadere nelle mani della Regione Puglia, a cui si accompagnano, ma solo come soci di minoranza, la ASL di Taranto e la Fondazione San Raffaele di Luigi Verzè, unica entità privata.

Inoltre, i fondi finora deliberati dalla giunta pugliese fanno riferimento al pacchetto dei fondi FAS 2007-2013 e rispondono alla quota finanziaria spettante al proprietario maggioritario (ovvero la Regione Puglia) per la costruzione e l'avvio dell'ospedale. Nessun regalo alle società di don Verzè, ma solo gli stanziamenti necessari per la messa in moto dei lavori.
La stessa Fondazione San Raffaele (socio di minoranza), stando alla D.G.R. n. 1447 del 4 agosto 2009 [PDF], parteciperà in relazione alle proprie quote alla patrimonializzazione della nascente San Raffaele del Mediterraneo.

Esclusa pertanto la questione della "privatizzazione" delle strutture ospedaliere per mezzo di denaro pubblico, resta aperta la questione della scelta dello specifico partner privato al di fuori di una regolare gara pubblica. Ma in questo caso, a dirimere il contendere, giunge in soccorso l'articolo 9-bis del decreto legislativo n. 502 del 30 dicembre 1992, che autorizza gli enti locali, in caso di sperimentazioni gestionali in ambito sanitario (per particolari esigenze migliorative), all'impiego di società a capitale misto, a maggioranza pubblica, con la scelta del socio privato al di là di formali gare d'appalto, purché selezionato preferibilmente tra le società senza scopi di lucro.

Nessun illecito giuridico, nessuna pubblica regalia ad un'azienda privata, nessun patto consociativistico tra Nichi Vendola e Luigi Verzè; nulla di tutto questo emerge da un'attenta analisi dei fatti.
Resta aperta la sola questione sull'opportunità politica di impiegare un socio privato nella costruzione di un inedito centro anti-tumori nel sud d'Italia. Il governatore pugliese ha chiamato in causa le ragioni di urgenza e di pubblica necessità, (gli attuali centri sanitari tarantini sono caratterizzati da profonde carenze strutturali e funzionali) oltre alla riconosciuta fama e l'importante know-how fornito dall'istituto San Raffaele (a partire dal centro di ricerca e didattica). I suoi detrattori all'interno del centrosinistra chiamano in causa la tutela della presenza pubblica esclusiva nelle questioni sanitarie.

Ma in ogni caso, per entrambe le "parti in causa", esclusa ogni traccia di illiceità politica e giudiziaria, non si tratta d'altro che di una discussione di merito su preferenze amministrative, priorità personali e opportunità del momento. Nulla di più.

martedì 10 agosto 2010

Nessun conflitto di interessi in Italia: Berlusconi è solo il capo del governo, non un impiegato



Era l'11 maggio 2001. Due giorni più tardi l'Italia avrebbe decretato la vittoria schiacciante della Casa delle Libertà contro un centrosinistra claudicante e frammentato guidato da Francesco Rutelli.
Mentre il candidato dell'Ulivo era impegnato in una disperata caccia all'ultimo voto, il favorito Silvio Berlusconi conversava cordialmente (tra promesse elettorali, battute umoristiche e uso obbligatorio del "tu" tra conduttore ed intervistato) con Maurizio Costanzo negli studi televisivi della propria tv ammiraglia.
Tra gli impegni annunciati ufficialmente, la risoluzione del problema del conflitto d'interesse tra il Berlusconi magnate televisivo ed il Berlusconi capo del governo nei primi 100 giorni di carica.

Furono necessari ben 5 mesi per poter osservare presso la Camera dei Deputati la prima proposta di legge in materia presentata dal trio Berlusconi-Frattini-La Loggia. E ne passarono altri 34 per poter vedere la legge finalmente in vigore, con la sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
La legge, tuttora in vigore, non stabilisce alcun criterio di ineleggibilità, ma solo misure punitive o risolutive da rendere effettive una volta che l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato riscontrasse una chiara sussistenza del conflitto, verificabile solo in caso in cui il titolare di cariche di governo producesse personalmente un atto in grado di provocare un diretto interesse personale legato ad un danno per l'interesse pubblico.

La legge, che di fatto non tocca in alcun modo il conflitto d'interesse esistente tra cariche politiche e ruoli imprenditoriali critici, resta tuttora l'unica legge mai approvata in tema di conflitto d'interessi e porta il nome di Silvio Berlusconi.

Tra le norme in essa contenute, l'obbligo per l'AGCM di riferire periodicamente alle camere sulle eventuali incompatibilità riscontrate.
Porta la data del 6 agosto 2010 la pubblicazione [PDF] presso la Camera dei Deputati dell'ultimo resoconto dell'AGCM in tema di conflitto d'interessi, relativo al primo semestre 2010. Delle 20 pagine che compongono il documento, circa 2 pagine e mezzo sono dedicate agli episodi di conflitto d'interessi che hanno coinvolto il premier Berlusconi nei primi sei mesi di quest'anno.
Soltanto due gli episodi riscontrati dal garante: il tentativo di strappare lo showman Fiorello alla crescente concorrenza di Sky per mezzo di un sostanzioso contratto di lavoro con Mediaset e la presenza quasi totalitaria sulle reti Mediaset degli spot-progresso ad opera della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Se la prima questione viene liquidata in poche righe, adducendo l'assenza di un qualsivoglia atto pubblico del governo finalizzato ad inserire un programma di Fiorello nelle reti Mediaset (e che quindi, solo in tal caso, avrebbe dimostrato ufficialmente la presenza di un chiaro conflitto d'interessi), molto più spinose e controverse risultano essere le motivazioni con cui l'autorità guidata da Antonio Catricalà certifica l'assenza di conflitto d'interessi in merito alla vicenda degli "spot progresso".

Secondo gli autori della segnalazione del conflitto d'interesse in questione, "ciascuna decisione assunta da Uffici di vertice di un'amministrazione pubblica centrale chiama in causa la responsabilità d'indirizzo del vertice politico dell'Amministrazione stessa". In altre parole, gli atti amministrativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri con cui sono state scelte le reti Mediaset come diffusori privilegiati degli spot istituzionali del governo vanno comunque ricondotti al politico che coordina, presiede e dirige l'intera istituzione.

Non sembra pensarla allo stesso modo l'AGCM di Catricalà. A pagina 10 del documento, l'Autorità certifica la presenza di una separazione netta tra le competenze politiche di Silvio Berlusconi e le competenze amministrative del personale: mentre il primo è responsabile della sola definizione dell'oggetto delle campagne pubblicitarie, il personale dei vari dipartimenti amministrativi ha "esclusiva ed integrale competenza" per quanto riguarda "la distribuzione degli investimenti pubblicitari tra i vari mezzi di comunicazione, nonché l'individuazione delle singole testate/emittenti".

Stando a quanto certifica l'AGCM, anche qualora Silvio Berlusconi avesse fatto pressioni in forma ufficiosa sui dipartimenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri per la scelta privilegiata delle reti Mediaset per gli spot tv di Stato, senza un atto pubblico firmato Silvio Berlusconi non è possibile chiamare in causa il principio del conflitto d'interesse.

Il suo ruolo di capo di governo non gli consente di stabilire in quali reti traghettare gli spot-progresso. Se invece fosse stato un impiegato qualsiasi presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, oggi ci troveremmo di fronte ad uno dei più pericolosi episodi certificati di conflitto d'interesse.

sabato 7 agosto 2010

"La resurrezione del Cavaliere", un'opera firmata centrosinistra



E' accaduto ancora una volta, per l'ennesima volta. La crisi che avvolge, scuote e disarma il centrodestra riesce a mietere più vittime tra le file dell'opposizione che all'interno dei propri accampamenti.
Se la diatriba interna alla maggioranza di governo non stesse assumendo i connotati da strappo insanabile, sarebbe lecito (e anche logico) pensare che ci sia una regia occulta intenta ad infliggere colpi letali alla già traballante "salute politica" del centrosinistra attraverso terremoti politici a destra opportunamente simulati.

Il centrosinistra è oggi più diviso che mai. Non solo sul percorso da intraprendere nel caso in cui il governo Berlusconi si trovasse ad affondare nei fondali oceanici, ma su ciò che dev'essere il centrosinistra, sui connotati che deve assumere l'alternativa politica al berlusconismo. E, ancora prima, sull'eventualità di mantenere ancora in vita in questo paese una sinistra o un centrosinistra.

Il Partito Democratico è impegnato a puntare le pochissime fiches a disposizione su una convergenza politica, programmatica ed elettorale sulla coppia Fini-Casini. Lo stesso Presidente del partito, Rosy Bindi, ha ribadito ieri con chiarezza quella che è la linea bersaniana per i prossimi appuntamenti elettorali: un'alleanza che vada da Vendola a Fini, passando per Di Pietro, Casini e Rutelli.
Eravamo convinti di aver archiviato le allenze pastrocchio stile 2006 (da Diliberto a Mastella). E lo eravamo ancora di più dopo aver visto il trionfo di Nichi Vendola nella Puglia neroblu e la sconfitta del larghissimo centrosinistra (dall'UDC alla Federazione della Sinistra) del rossastro Piemonte. Ora ci rendiamo conto di aver assaggiato solo l'antipasto.

Non tutta la dirigenza democratica sposa però con passione la linea del segretario; Follini, Fioroni, Letta, Boccia ed altri ancora puntano a spingersi ancora più in là, a scaricare da subito Vendola e Di Pietro e a costruire un percorso politico limitato al duo Fini-Casini: la storia della sinistra che si fece centrodestra.

Ciò che cinque anni fa sarebbe sembrato il delirio di un incosciente (un governo appoggiato dal centrosinistra retto da due dei tre ex-leader del centrodestra), oggi si presenta come la più probabile prossima evoluzione politica.

Eppure, a dispetto da ciò che viene sapientemente dipinto oggi dal Partito Democratico, Gianfranco Fini non ha creato alcuno strappo con il premier Berlusconi: non ha lasciato il PDL ma è stato bruscamente cacciato da quest'ultimo, non ha mai bocciato o messo in crisi un provvedimento del governo, ha ribadito fedeltà al centrodestra ed al suo leader.
Ha cercato negli ultimi due anni di rimarcare il proprio ruolo fondamentale all'interno di un partito divenuto sempre più una riedizione di Forza Italia. E lo ha fatto richiamando improvvisamente questioni morali, difese repubblicane e imperativi civili che non avevano mai trovato spazio nel suo mondo negli ultimi 16 anni. Ma utili e funzionali a scatenare le ire di un leader indiscutibile.

L'idea di un governo ampio Fini-Casini-Bersani (per altro numericamente minoritario alle camere) non è un'idea che solletica gli appetiti dei soli dirigenti democratici. Illustri giornalisti come Paolo Flores D'Arcais e Curzio Maltese, di scarsa contiguità ai dettami PD, oggi sostengono come unica soluzione possibile quella di un governo tecnico costruito attorno a tre comandamenti principali: gestione a breve termine della crisi economica, riforma elettorale, legge sul conflitto d'interessi.

Ma quali riforme? E con quale maggioranza? Questa l'identica risposta fornita da Nichi Vendola ed Antonio Di Pietro, destinatari della lettera aperta del direttore di Micromega. Quale maggioranza parlamentare oggi si prenderebbe la briga di riformare la legislazione sul conflitto d'interessi, ripristinerebbe il sistema delle preferenze e varerebbe un piano omogeneo di ripresa dalla crisi economica, in piena campagna pre-elettorale?

Il governo di larghe intese così largamente sostenuto oggi in Italia avrebbe di fronte a sé una strada obbligata, una strada segnata dalle preferenze dei suoi potenziali componenti: abbandono del sistema bipolare, costruzione di maggioranze di governo dopo le elezioni, mantenimento delle liste bloccate.
Una strada in grado di produrre tre possibilità: il celebre governo "da Vendola a Fini", la più improbabile, un governo che unisca il Partito Democratico ai settori non berlusconiani del centrodestra, una nuova vittoria di Silvio Berlusconi a fronte di un'opposizione divisa.

Se la strategia del centrosinistra (o di ciò che ne rimarrebbe) consiste nella vittoria a tutti i costi, con ogni alleato possibile, al fine di sconfiggere Berlusconi per poi riconsegnargli le chiavi del paese dopo qualche anno di stasi ed ingovernabilità, la soluzione migliore potrebbe essere quella finora mai considerata: scegliere Berlusconi come prossimo leader di una coalizione PD-UDC-FLI-PDL-LN.

Una coalizione così, con un leader così, non può che essere destinata al trionfo.

mercoledì 4 agosto 2010

La ricostruzione dell'Aquila: molti affari, zero mattoni


Foto di Alessia Cerqua, tratta da Repubblica.it

Sono passati appena 8 giorni dal terremoto che ha quasi raso al suolo una stupenda città d'arte brulicante di studenti. Agli occhi di molti la città dell'Aquila si era sempre mostrata come un vero e proprio museo architettonico a cielo aperto; ora, dopo la tremenda scossa notturna che ha stroncato la vita di 308 anime innocenti, il timore collettivo è che L'Aquila finisca per divenire a tutti gli effetti niente più che un museo.

Una settimana di tempo non è sufficiente ad asciugare le lacrime. Basta appena per assicurare a decine di migliaia di sfollati una sistemazione precaria e temporanea. In quegli istanti le energie della cittadinanza, delle istituzioni e delle autorità dovrebbero venir spese esclusivamente per la realizzazione di un piano di ricostruzione edilizia, economica e sociale del tessuto cittadino.

Questo è quanto accadrebbe in un paese comune. Ma qui siamo in Italia, un paese che non consente di pensare a certi "lussi". La parola ricostruzione in ogni porzione del globo si associa inevitabilmente al termine "appalti"; la differenza sta nel significato che questo vocabolo assume nella "terra dello stivale". Questa espressione porta alla mente immagini angoscianti, storie che parlano di clientelarismi, di corruzioni, di "avvoltoi del cemento e del mattone" e, nei casi peggiori, di mafia.
Una malattia endemica che non ha risparmiato nessuna ricostruzione post-catastrofe.

La preoccupazione si nota nelle parole del Ministro dell'Interno Roberto Maroni, che il 14 aprile 2009 dichiara: "Trovo giusto l'allarme circa la nascita del cosiddetto 'partito del terremoto', che va sicuramente evitata. Naturalmente dovranno essere responsabilizzati gli enti locali e tutte le articolazioni dello Stato. Ma ripeto, serve soprattutto molto controllo per evitare speculazioni".

"Responsabilizzare gli enti locali e tutte le articolazioni dello Stato". Parole d'ordine ispirate al più sano buon senso. E che oggi fanno a botte con una realtà giudiziaria disarmante, quella che vede proprio le articolazioni dello Stato (Protezione Civile e relative diramazioni, con la "cricca" Bertolaso-Anemone-Balducci) da un lato e gli enti locali abruzzesi (l'assessore alla Protezione Civile Daniela Stati, il padre ex assessore Ezio l'ex deputato Vincenzo Angeloni, tutti in quota PDL, e l'AD di Selex Service Management - gruppo Finmeccanica, Sabatino Stornelli) dall'altro a contendersi una fetta di quella torta destinata alle popolazioni dell'Aquila, che oggi rischia di vedersi privare anche dei rimasugli.

L'accusa che piove su Daniela Stati (dimessasi dall'incarico di assessore dopo l'ordinanza di interdizione dai pubblici uffici) e sugli altri esponenti della presunta nuova "cricca" abruzzese, a partire dal padre Ezio, ritenuto il vero deus ex machina dell'operazione, è quella di aver dischiuso il mondo degli affari post-sisma ad Abruzzo Engineering, società a piena partecipazione pubblica (60% regione Abruzzo, 30% Selex-Finmeccanica, 7.5% Provincia dell'Aquila, 2.5% Provincia di Pescara), garantendole diritti di consulenza sullo studio da parte del Genio Civile dell'Aquila delle pratiche di ricostruzione delle singole abitazioni: un grosso mare d'affari per Angeloni e Stornelli, entrambi riconducibili ad Abruzzo Engineering.

Ad incastrare, almeno secondo la Procura dell'Aquila e la Squadra Mobile di Pescara, da cui sono nate le indagini, gli imputati sono le numerose intercettazioni tra i protagonisti: i verbali delle trascrizioni, pubblicate negli ultimi giorni, sembrano mostrare come la famiglia Stati, in cambio dei favori garantiti a Stornelli e Angeloni, ricevesse regalie di vario genere, da anelli valutati (almeno nei riscontri telefonici) dai 12 mila ai 15 mila euro a maxi-televisori.

Le modalità con cui l'assessore Stati avrebbe agito per agevolare Abruzzo Engineering (modalità confermate dalla stessa Daniela Stati all'interno di altre intercettazioni) finiscono per coinvolgere le massime autorità politiche nazionali. O, per meglio dire, la massima autorità politica nazionale.

Il 9 luglio 2009 il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi firma l'ordinanza numero 3790, con cui stabilisce le procedure per l'approvazione delle domande di ricostruzione delle abitazioni gravemente lesionate dal sisma. Due mesi più tardi, il 3 settembre 2009, vara l'ordinanza numero 3805, con cui assegna alla Reluis (Rete dei Laboratori Universitari di Ingegneria Sismica, consorzio interuniversitario che lavora a braccetto con il Dipartimento della Protezione Civile) il compito di coadiuvare il Genio Civile nello studio delle pratiche, in cambio di una certa convenienza economica che Abruzzo Engineering non vuole farsi sfuggire.

Così, pochi giorni dopo, Daniela Stati contatta il premier Berlusconi in persona per segnalare la convenienza dell'inserimento di Abruzzo Engineering nel crescente giro di consulenze. La richiesta non va certo a vuoto: 12 giorni dopo il varo dell'ordinanza 3805, il premier stesso firma l'ordinanza 3808; con essa (articolo 1 comma 2) il capo del governo inserisce Abruzzo Engineering nel giro di consulenze utilizzabili dal Genio Civile.

sabato 31 luglio 2010

Un video per L'Aquila Day - Verità, Ricostruzione, Diritti, Dignità

venerdì 30 luglio 2010

La crisi di governo che ucciderà il centrosinistra



Un divorzio quasi consensuale, la scelta di una nuova casa (Futuro e Libertà) per uno dei due coniugi, una guerra per l'affidamento non congiunto del maggior numero di deputati e senatori, una lotta per gli alimenti che rischierà di durare parecchi mesi.
Con queste caratteristiche si conclude l'esperienza del Popolo della Libertà. L'avventura del "partito del predellino", nato in circostanze surreali (il duraturo strappo tra Forza Italia ed Alleanza Nazionale nel 2007, ricucito in poche ore con l'ingresso nel nuovo soggetto di tutta la componente aennina) e morto dopo una faticosissima arrancata, termina con una scissione che ripristina lo status quo di 3 anni fa, con l'unica differenza del calo elettorale di entrambe le componenti di ciò che oggi resta di quell'invincibile centrodestra dell'annata 2008.

Le ultime vicende giudiziarie che hanno messo letteralmente a soqquadro l'intero gruppo dirigente del PDL hanno portato a consumare uno strappo che era nell'aria da parecchio tempo. Eppure un occhio maligno potrebbe ravvisare nel crollo elettorale del PDL degli ultimi tempi (attualmente il PDL detiene oltre il 2% dei voti in meno rispetto a quanto ottenuto in occasione del suo peggior fallimento elettorale: le elezioni regionali del 2005) il vero casus belli di una separazione in grado di arginare il pericoloso flusso di voti verso l'astensionismo o, nel caso peggiore, verso le opposizioni di centro e di sinistra.

Terminato il balletto gossipparo sul nome da assegnare al neonato gruppo finiano, l'attenzione della stampa si sposta adesso sulla consistenza numerica dell'aggregazione "Futuro e Libertà" e sulle reali intenzioni dei suoi membri: costituire una minaccia costante alla tenuta del governo Berlusconi o rappresentare un utile mezzo per il drenaggio dei voti in perenne fuoriuscita.

In ciascun caso, la situazione a cui oggi Silvio Berlusconi dovrà far fronte è quella di un governo azzoppato, un esecutivo perennemente a rischio, una copia sbiadita dei due esecutivi guidati da Romano Prodi. Una maggioranza costretta a veleggiare a vista, senza bussola, cannocchiale e con le stelle in cielo coperte da nubi molto dense, ma in "chiare, fresche e dolci acque" che un centrosinistra debole ed incapace non riesce ad increspare in nessun modo.

Il popolo della sinistra in queste ore incrocia le dita e spera di trovarsi inaspettatamente di fronte ad uno strappo più brusco del previsto, una chiusura tra due fronti in grado di mandare a fondo l'esperienza del quarto governo Berlusconi e, nel caso migliore, andare in tempi molto brevi alle urne.
Eppure questa speranza deve fare i conti con i partiti dell'opposizione parlamentare prima ancora che con le scarse probabilità di riuscita: Partito Democratico e Unione di Centro non hanno fatto mistero di prediligere, in caso di caduta del governo, la creazione di un esecutivo di larghe intese in grado di durare il più a lungo possibile e di dare vita ad una sostanziale riforma elettorale, speranza condivisa anche dall'Italia dei Valori che, a differenza dei due compagni di battaglie, chiede una durata più che limitata per il nuovo governissimo.

Ed è dietro questa sostanziosa possibilità che si nasconde il gioco perverso di un centrosinistra pronto ad uccidere sé stesso.

La riforma della legge elettorale sembra essere divenuta prioritaria per l'intero arco parlamentare, soprattutto in vista di una possibile competizione elettorale "tripolare" (sinistra, centro, destra); in questa circostanza i tre partiti di opposizione e una grossa porzione all'interno di ciò che rimane del Popolo della Libertà non fanno mistero di gradire la creazione di un sistema elettorale "alla tedesca": proporzionale puro, liste bloccate e sbarramento al 4 o al 5%.

Le conseguenze sono più che evidenti: fine del bipolarismo, annullamento teorico e pratico delle coalizioni e cancellazione del ricordo di quelle che erano le elezioni primarie; un trittico che il grosso dell'establishment democratico (a partire dai "reggenti" Bersani e D'Alema) vede da sempre di buon occhio.
E' un'arma letale questa nelle mani del Partito Democratico, in grado di chiudere l'esperienza del centrosinistra dopo quella del PDL ed inaugurare una gara elettorale "tutti contro tutti" da Prima Repubblica, con la conseguenza di aprire alla scelta della maggioranza di governo dopo le elezioni (consentendo pertanto anche un governo centrista PD-UDC-FL impossibile da presentare a priori all'elettorato) e di chiudere per sempre la porta in faccia al pericolo costituito da quel governatore di regione in rapidissima ascesa e che fonda il proprio successo sulle primarie e sul consenso popolare al di là dei partiti.

Oggi il governo Berlusconi vede per la prima volta all'orizzonte la propria fine. Una morte politica su cui il centrosinistra non sembra aver influito neppure in minima parte, ma sulla quale sembra voler inserirsi un attimo dopo, pronto a restituire il favore concesso e decretare, manu electorali, la propria dipartita. A patto che sia più emozionante di quella dei propri ex-avversari.