lunedì 28 febbraio 2011

Il mercato italiano delle armi e i profitti di Finmeccanica dietro le stragi in Egitto e in Libia


La Libia portava sulle proprie spalle il peso ingombrante di 5 giorni di proteste e di circa mille morti nella sola città di Tripoli quando la "Guida della Rivoluzione Libica", Muammar Gheddafi, si mostrò alle tv di mezzo mondo per un durissimo video-messaggio alla nazione e ai ribelli.
Nel discorso, già inserito a pieno titolo tra le pagine più importanti e drammatiche della storia mondiale recente, il colonnello Gheddafi puntava il dito contro l'Italia, colpevole - a suo dire - di fornire armi ai movimenti ribelli di Bengasi. Un'accusa prontamente ricusata dalla telefonata di un Berlusconi preoccupatissimo di rassicurare il dittatore libico sulla fedeltà dell'alleato italiano.

Due giorni più tardi l'accusa inversa, mossa da alcune ONG ma sempre rivolta all'esecutivo italiano: l'Italia avrebbe fornito negli ultimi tempi quantità ingenti di armi e mezzi militari all'esercito libico, impiegati in queste ore nelle violente repressioni dei moti di protesta che, al momento, contano oltre 10 mila morti e diverse decine di migliaia di feriti.

Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, smentisce immediatamente le voci su un presunto commercio di armi da Roma a Tripoli. In un'intervista a Repubblica di venerdì 25 febbraio dichiara: "Non mi risulta che ci siano state consegne di armi al regime, tanto meno nelle ultime settimane".

Parole che non hanno rimosso i dubbi delle opposizioni, sebbene incapaci di accorgersi di una verità inconfutabile: quella del ministro La Russa è una menzogna decisamente grossolana.

A dimostrare la consapevolezza da parte del ministro della falsità delle sue dichiarazioni sopraggiunge una relazione - datata marzo 2010 e in possesso del Senato della Repubblica - sulle importazioni e le esportazioni di materiale bellico da e verso l'Italia. Si tratta di tre volumi, per un totale di quasi 3 mila pagine, al cui interno troviamo numerosi riferimenti alle esportazioni di armi automatiche, munizioni, bombe, siluri, razzi, missili, dispositivi e velivoli militari a favore dei regimi libico ed egiziano per l'anno 2009.
Gli autori della relazione? Il Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi, il ministro degli Esteri Franco Frattini, il ministro dell'Economia Giulio Tremonti e, autore di un dettagliatissimo resoconto di tutte le esportazioni effettuate, proprio il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.

Diciannove sono stati gli ordinativi bellici richiesti dal regime di Hosni Mubarak in tutto il 2009, per un volume d'affari (per l'Italia) di ben 27 milioni di euro. Briciole, se confrontati ai profitti registrati dalle esportazioni di armi italiane al governo ancora in carica di Muammar Gheddafi: oltre 111 milioni di euro, a fronte di un numero di richieste dimezzato (9 ordini di esportazione).

A beneficiare economicamente del traffico di armi dall'Italia alla Libia e all'Egitto sono il ministero del Tesoro, per mezzo di Finmeccanica, società per azioni posseduta dal ministero diretto da Giulio Tremonti, e alcune imprese private, tra cui la "Fabbrica d'armi Pietro Beretta SpA", la "Simmel Difesa SpA" e la "Rheinmetall Italia SpA".
La prima è la fornitrice delle armi di ordinanza dei corpi militari e di polizia di mezzo pianeta, a partire da quelli di casa nostra; la seconda, con sede a Colleferro (RM), è stata per 20 anni (dal 1988 al 2007) uno dei bracci militari di Fiat Group, per poi essere ceduta alla Chemring Group SPA, azienda britannica con un fatturato pari a 458 milioni di euro nel 2009; la terza, originariamente denominata Contraves, afferisce all'omonimo gruppo tedesco.

Il grosso della torta resta però nelle mani pubbliche; i principali partner bellici del governo libico sono Alenia Aeronautica, Alenia Aermacchi, Selex Communications, Oto Melara, Agusta (del gruppo Agusta-Westlands) e MBDA Italia, tutte aziende interamente controllate da Finmeccanica (con la sola eccezione di MBDA Italia, parte di un consorzio europeo di cui Finmeccanica possiede solo il 25% del capitale).

Tutte le vendite di armamenti alla Libia di Gheddafi e all'Egitto di Mubarak sono effettuate alla luce del sole. Non solo: tutti gli ordini d'acquisto sono catalogati per mezzo di un apposito codice, fornito dal Ministero degli Affari Esteri a titolo di autorizzazione alla vendita.

Tra i più significativi spiccano un appalto di oltre 70 milioni di euro per sistemi radar e armi anti-aerei all'Egitto a beneficio di Rheinmetall, altri due ordini per 130 milioni complessivi per aerei militari prodotti da Agusta da fornire all'aviazione libica, 57 milioni di euro per ulteriori velivoli prodotti da Alenia Aeronautica e ordinativi multi-milionari di armamenti e munizioni a vantaggio di Beretta SpA (per l'Egitto) e Oto Melara SpA (per la Libia).

Queste cifre hanno reso l'Italia partner privilegiato del governo libico per il commercio di armi e la Libia tra i clienti prediletti al di fuori dell'orbita NATO per l'esecutivo italiano. Un volume d'affari ben consistente per il gruppo Finmeccanica, che nel settore bellico impiega attenzioni (e riscuote profitti) in continua crescita.
I dati riepilogativi per l'anno 2010, oramai di prossima pubblicazione, potranno confermare (o smentire) questo trend.

giovedì 3 febbraio 2011

Anche le direttive UE contro Berlusconi. Ma spunta una leggina salva-premier



Un beffardo scherzo del destino. Era stata letta in questo modo da gran parte della stampa nazionale l'approvazione da parte della Camera dei Deputati della Convenzione europea di Lanzarote, fondata sul rafforzamento della lotta allo sfruttamento e all'abuso sessuale dei minori, pochi giorni prima dell'esplosione del caso Ruby.

Il 14 gennaio la Procura di Milano trasmetteva alla Camera l'intero faldone documentario che incrimina Silvio Berlusconi per prostituzione minorile e concussione, per la nota vicenda che vedrebbe, giorno dopo giorno, un numero crescente di ragazze (in diverse circostanze minorenni) protagoniste di festini a sfondo sessuale nelle ville del premier. Solo 3 giorni prima la stessa aula aveva approvato in seconda lettura il disegno di legge di ratifica della Convenzione (sottoscritta il 25 ottobre 2007 da 27 paesi del Consiglio d'Europa, tra cui l'Italia), che tra i suoi punti fondamentali presentava un duro inasprimento delle pene per la prostituzione minorile (12 anni per lo sfruttamento, 6 anni per "l'utilizzo").

Come se non bastasse la Convenzione di Lanzarote ad accrescere i rischi legali da parte del premier, spuntano fuori dagli archivi della Camera ben due disegni di legge "ostili" a Silvio Berlusconi, pubblicati in esclusiva da Il blog di Alessandro Tauro. Il primo, datato 24 luglio 2009, accresce ulteriormente le pene per il reato di prostituzione minorile, tenendosi in linea con la Convenzione ma incrementando ulteriormente le pene accessorie (interdizione dai pubblici uffici e raddoppio dei tempi di prescrizione). Il secondo, risalente all'aprile 2010, esclude l'ignoranza dell'età del minore con cui si è consumato il rapporto sessuale come elemento di giustificazione legale dell'imputato.

Entrambi i provvedimenti portano le firme di deputati del Popolo della Libertà.

A chiudere la sequenza dei DDL anti-premier è ancora una volta l'Europa, nei consueti panni del Consiglio Europeo. Il 26 gennaio 2011 la Commissione Giustizia della Camera approva la direttiva comunitaria numero COM(2010)94, proposta congiuntamente da Parlamento e Consiglio, relativa alla "lotta contro l'abuso e lo sfruttamento dei minori e la pedopornografia".
La direttiva UE, apparentemente fuori tema, va ad inserirsi alla perfezione nelle recenti vicende legali che vedono protagonisti Silvio Berlusconi, Emilio Fede, Lele Mora, Nicole Minetti e Karima El Mahroug (alias "Ruby rubacuori").

A dimostrazione di questa considerazione, l'UE, all'interno della stessa direttiva, va a definire la prostituzione minorile come "l’utilizzo di un minore per atti sessuali, mediante la promessa o la dazione di somme di denaro o di altra remunerazione o vantaggi contro la partecipazione a tali atti, a prescindere che il pagamento, la promessa o i vantaggi vadano al minore o a terzi".

Anche in questo provvedimento, come nella Convenzione di Lanzarote, trovano posto sostanziosi incrementi di pena per i responsabili di reati relativi alla prostituzione minorile; se l'induzione alla prostituzione minorile e l'utilizzo di un minore a tale scopo prevedono una reclusione massima non inferiore ad anni 5, il reclutamento di minori a scopi sessuali comporta una pena massima che non può attestarsi al di sotto degli 8 anni di detenzione.

Ad accompagnare l'accusa di aver consumato rapporti sessuali a pagamento con ragazzine minorenni, c'è l'incriminazione per concussione, ovvero il presunto utilizzo a scopi privati di un servizio pubblico quale gli uffici della Questura di Milano. Ed è su questo aspetto che sembrerebbero concentrarsi gli ultimi sforzi della maggioranza. Il 31 gennaio, difatti, appena 3 giorni fa, l'onorevole Giuseppe Valentino (PDL), membro della Commissione Giustizia del Senato della Repubblica, ha presentato una proposta di legge di modifica dei delitti contro la pubblica amministrazione, al cui insieme appartiene proprio il reato previsto dall'articolo 317 del codice penale: la concussione.

Il disegno di legge al momento è in attesa di essere assegnato alle commissioni competenti e in tale status resterà ancora per alcuni giorni. In questa fase il provvedimento è escluso dalla procedura di pubblicazione e di pubblica stampa ed è suscettibile di possibili, ulteriori modifiche da parte del relatore.
Quando l'ufficio di Presidenza avrà deliberato l'assegnazione, il testo del provvedimento diventerà di pubblico dominio e le aule di Palazzo Madama prima e di Montecitorio poi si troveranno a dibattere ancora una volta su quella che potrebbe essere l'ultima, nuova, ennesima legge ad personam "salva-premier".

martedì 25 gennaio 2011

Scandalo Ruby: dopo la legge anti-pm, le due leggi "ammazza-premier". Tutte firmate PDL



Spesso si pensa che il grado di attenzione che un governo ripone su un determinato problema politico sia direttamente proporzionale alle possibilità che ha tale "inconveniente" di mettere del tutto in ginocchio gli uomini politici al vertice delle istituzioni.
Se questo corrisponde a realtà, le fibrillazioni di questi giorni nelle stanze di Palazzo Chigi mostrano una realtà inconfutabile: il "caso Ruby" non è storia di breve corso. E Silvio Berlusconi ed il suo esecutivo, per la prima volta, sembrano nutrire timori senza precedenti.

A dimostrazione di questa irrequietezza spinta da apparente paura, l'ultima ricetta ipotizzata, senza troppa convinzione, dal capogruppo del Popolo delle Libertà alla Camera, Fabrizio Cicchitto: l'abbassamento legale della maggiore età dai 18 ai 16 anni.
La ricetta, extrema ratio per strappare dalle mani della procura almeno uno dei due capi d'accusa imputati a Silvio Berlusconi (la prostituzione minorile), non solo collocherebbe l'Italia al pari di pochissimi paesi quali Cuba, Kyrgyzistan, Turkmenistan e Uzbekistan, ma di fatto non cambierebbe nulla in relazione al processo che vede coinvolto il Presidente del Consiglio.
Difatti, la legge che l'8 marzo 1975 ha abbassato il limite della maggiore età dai 21 ai 18 anni nulla ha a che fare con l'ordinamento penale italiano, dove la distinzione tra minorenni e maggiorenni è fondata sulla "soglia 18" sin dal 1930 (anno di entrata in vigore del "Codice Rocco"). Lo stesso reato di prostituzione minorile contestato a Silvio Berlusconi (comma 2 dell'articolo 600-bis) fissa esplicitamente a 18 anni l'età al di sotto della quale si configura il reato di prostituzione minorile.

A mettere altra carne sul fuoco, sopraggiunge la recente scoperta fatta dagli organi della stampa nazionale del disegno di legge firmato Luigi Vitali (PDL), per mezzo del quale si desidera introdurre nell'ordinamento giudiziario italiano il diritto ad un risarcimento economico fissato a 100 mila euro per gli indagati sottoposti a intercettazioni in relazioni a processi archiviati o chiusi con assoluzione dell'imputato e, dall'altra, un provvedimento disciplinare nei confronti dei magistrati responsabili.
La proposta di legge, datata 28 ottobre 2010 (segnale impietoso del ritardo di quasi 3 mesi da parte della stampa nazionale nello scovare notizie di dominio pubblico), è stata subito interpretata come una mossa in anticipo da parte del PDL per intimorire i giudici di Milano impegnati sul caso Ruby. In realtà, il DDL non ha alcuna attinenza con l'indagine in corso (ben lontana dall'essere un processo terminato per sempre con assoluzione o archiviazione), ma va bensì a garantire allo stesso Berlusconi una quasi-certa fonte di guadagno grazie alle intercettazioni relative ai casi "Rai-Saccà", "Berlusconi-AGCOM" e "D'Addario".

Ciò che invece va a costituire un pericolo "mortale" per Silvio Berlusconi sono ben due proposte di legge che giacciono in parlamento da molti mesi. Il primo, titolato "Modifiche al codice penale in materia di prostituzione minorile [...]", risale al 24 luglio 2009, esattamente un anno e mezzo fa.
I punti che lo compongono costituiscono una stretta durissima al reato in questione: raddoppio dei tempi di prescrizione, raddoppio delle pene detentive minime e massime (fino a 6 anni di carcere) e interdizione dai pubblici uffici fino a 5 anni.
Tale pena accessoria va ad aggiungersi a quella già in vigore che priva i condannati per reati di questo tipo dell'utilizzo delle frequenze televisive. In altre parole, una condanna per prostituzione minorile per il premier comporterebbe, oltre alla decadenza dall'incarico e alla detenzione, anche la privazione coatta delle proprie tv.

Il secondo disegno di legge è più recente (risale all'8 aprile del 2010) e può essere definito in un solo modo: un amaro scherzo del destino. Il contenuto del provvedimento (la modifica di un solo comma del codice penale) è racchiuso in un unico articolo, che sembra costruito apposta per portare ad una condanna rapida e dolorossissima del premier.

«Chi commette uno dei delitti di cui al presente articolo (600-bis, prostituzione minorile, ndr) non può invocare, a propria scusa, l'ignoranza dell'età della persona offesa».

Due proposte di legge, due modifiche al codice penale ideate, scritte e pubblicate quando Ruby non aveva ancora mai messo piede (almeno per quanto ci è dato sapere) nelle (poco) segrete stanze del premier e che oggi assumono i connotati di proposte politiche al limite della chiaroveggenza.
Ma a giocare questo "tiro sinistro" a Silvio Berlusconi non sono state alcune fattucchiere del Partito Democratico o alcuni maghi giustizialisti dell'Italia dei Valori.

Gli autori di questi due provvedimenti legislativi "ammazza-premier" hanno firme insospettabili. Si chiamano Baccini, Cassinelli, Catone, Divella, Papa, Torrisi, e via dicendo. Nomi che non dicono molto, ma che hanno uno strano elemento in comune.
Sono tutti parlamentari del PDL.

martedì 18 gennaio 2011

Il documento integrale delle intercettazioni e delle prove per il caso Berlusconi-Ruby



E' stato pubblicato pochi istanti fa sul sito d'informazione Affaritaliani.it il documento integrale datato 13 gennaio 2011 con cui la Procura di Milano chiama il Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, a deporre nel processo a suo carico in cui è accusato di concussione e prostituzione minorile.

In questo link il documento integrale (di 389 pagine) contenente tutte le intercettazioni e l'elenco complessivo di prove raccolte dai pm di Milano Pietro Forno, Ilda Boccassini e Antonio Sangermano a carico di Silvio Berlusconi.

In attesa di un'analisi attenta e dettagliata di tutti gli elementi probatori contenuti al suo interno, una visione generale dell'intero faldone conferma le indiscrezioni delle ultime ore: gli elementi a carico di Silvio Berlusconi sono innumerevoli e non sembrano concedere spazio ad interpretazioni troppo differenti da quelli espressi nei giorni scorsi dai magistrati milanesi.

Piccola "nota di colore": tra i contatti reperiti dalla rubrica dell'utenza telefonica intestata a Michelle Oliveira Dos Santos Conceiçao (prostituta brasiliana amica di Karima El Mahroug, meglio nota come Ruby "rubacuori") compaiono, oltre alle utenze telefoniche di Silvio Berlusconi e della stessa Ruby, quella dell'ex vicepresidente della Regione Puglia, Sandro Frisullo, già indagato per associazione a delinquere e turbativa d'asta per alcune questioni relative ad appalti sanitari e prostituzione.

(articolo pubblicato anche su "Alla Fonte")

lunedì 17 gennaio 2011

La fine di un re(gno)?



Le indiscrezioni sul caso si susseguono l'un l'altra minuto dopo minuto, stralci di intercettazioni prendono vita dalle copie in formato A4 dei documenti inediti della Procura di Milano e diventano byte e getti d'inchiostro delle varie redazioni giornalistiche, le prove a carico con il passare dei secondi assumono forme sempre più nitide e consistenze sempre più solide, ciò che sembra una bomba atomica un istante diventa una mera scintilla l'istante successivo, soppiantata da un nuovo dettaglio dalla portata mille volte maggiore.

Nel più devastante dei casi, le notizie di queste ore possono costituire la fine di un dominio politico durato, a fasi alterne, ben 17 anni. Nell'ipotesi più leggera, Silvio Berlusconi si trova di fronte ad un nemico inedito: una vicenda legale (oltre che politica) senza vie di fuga, senza ancore di salvataggio quali lodi, legittimi impedimenti, prescrizioni dei tempi e via dicendo. Un avversario del tutto unico in grado di infliggergli una pena detentiva che va dai 5 ai 18 anni.

In tarda mattinata la Camera dei Deputati procedeva alla stampa e alla pubblicazione della richiesta di autorizzazione alle perquisizioni stilata venerdì scorso dalla Procura di Milano e firmata dal Procuratore capo Edmondo Bruti Liberati. Il documento (che nulla ha a che vedere con un'autorizzazione a procedere), di appena 6 pagine e contente un brevissimo sunto dell'indagine in questione, si rende necessario in quanto gli edifici soggetti alla richiesta di perquisizione (l'ufficio di Giuseppe Spinelli a Segrate, in residenza Parco numeri 801 e 802, e l'abitazione di Nicole Minetti a Milano) dovrebbero contenere, a detta degli inquirenti, documenti facenti riferimento a Silvio Berlusconi, membro della Camera dei Deputati e in quanto tale soggetto a tale garanzia.
Nel dettaglio, gli inquirenti ipotizzano di reperire le prove che collegherebbero le presunte prestazioni sessuali godute dal premier con la concessione a titolo gratuito dell'utilizzo dei propri appartamenti in Via Olgettina a Milano.

Ad accompagnare la stringata richiesta, un faldone di quasi 400 pagine contenente tutto il materiale dell'indagine, a partire dalle testimonianze, le intercettazioni e le "numerose prove" raccolte per finire alle decine di mandati di perquisizione emessi. Tra i destinatari del provvedimento, ben 10 tra tutte le ospiti che affollavano, più o meno frequentemente, le residenze del premier, la maggior parte delle quali domiciliate al quarto piano del civico 65 della ormai celebre Via Olgettina, ai confini di Milano 2.
Tra le indagate, le "gemelle De Vivo" Imma e Eleonora, ragazze in cerca di notorietà televisiva e "magicamente" precipitate alcuni anni fa negli studi del programma condotto da Simona Ventura "Quelli che il calcio...", protagoniste di uno scambio di battute telefonico pubblicato in esclusiva su L'Espresso e che sembra lasciare poco spazio alle interpretazioni:

L'ho visto un po' out. Ingrassato. Imbruttito. L'anno scorso stava più in forma. Adesso sta più di là che di qua. E' diventato pure brutto: deve solo sganciare. Speriamo che sia più generoso. Io non gli regalo un cazzo.

In queste ore i 21 membri della Giunta per le Autorizzazioni della Camera sono intenti a visionare, sotto rigorosi vincoli quali il divieto di copia in ogni forma e la visione consentita a due deputati per volta, il faldone allegato alla richiesta dei pm milanesi. Stando a quanto ci è dato sapere, i "fortunati" deputati-lettori hanno riscontrato nella voluminosa documentazione una quantità di prove documentate innumerevole.
Un elemento che tende a corroborare la decisione della Procura di Milano di richiedere per l'imputato Silvio Berlusconi il procedimento del "rito abbreviato".

In queste ore le risposte di Berlusconi e del suo entourage puntano il dito contro "il blitz militare" della Procura di Milano e dimenticano colui che sembra divenire il principale avversario giudiziario di Silvio Berlusconi: Silvio Berlusconi.
Risale al 23 febbraio 2009 il decreto legge a sua firma che introduce, per la prima volta in Italia, il carcere preventivo per gli imputati di sfruttamento della prostituzione minorile, quando emergono gravi indizi di colpevolezza.
E risale all'11 gennaio 2010 l'approvazione in seconda battuta da parte della Camera del disegno di legge del governo numero 2326-B, che ratifica la Convenzione europea di Lanzarote sullo sfruttamento dei minori, raddoppiando le pene per i reati sessuali relativi ai minori d'età.

In queste ore l'interesse della stampa e della pubblica opinione sembra concentrato quasi esclusivamente sull'aspetto sessuale della vicenda che coinvolge il Presidente del Consiglio e le "ospiti" delle sue abitazioni, in particolar modo la celebre "Ruby". Le tre questioni da dimostrare per gli inquirenti (al fine di una condanna per prostituzione minorile) sono la conoscenza della reale minore età di Ruby da parte di Berlusconi, l'avvenuto rapporto sessuale tra i due e l'avvenuto pagamento da parte del premier (o chi per lui) per la prestazione.
Gli stessi tentativi difensivi del premier e dei suoi legali vertono esclusivamente sulla presunta assenza di rapporti sessuali e sulla mancata consapevolezza dell'età reale di Karima El Mahroug, argomenti in queste ore messi in seria difficoltà dalle indiscrezioni sui contenuti delle intercettazioni raccolte dai pm di Milano.

Eppure, ad accompagnare l'accusa di prostituzione minorile, si presenta il capo d'accusa di concussione, ipotesi di reato (con massimale di pena di ben 12 anni di reclusione) del tutto indipendente dai reali rapporti intercorsi tra Silvio Berlusconi e Ruby, per la quale, salvo ulteriori accertamenti giudiziari volti a dimostrarne l'esistenza, Berlusconi sembra essersi assunto con orgoglio, nelle dichiarazioni di alcune settimane fa, la piena "paternità". Una quasi-confessione di reato che la stampa italiana sembra relegare ai margini della cronaca.

venerdì 7 gennaio 2011

Le intercettazioni di Mario Landolfi nell'inchiesta Cosentino-Camorra al vaglio della Camera

Nell'immagine Nicola Cosentino (a sinistra) e Mario Landolfi (a destra), imputati per la vicenda della società Eco4 SpA.

E' la fredda mattina di un giorno di metà dicembre. Il governo presieduto da Silvio Berlusconi si gode il successo e i fasti di una attesa e sperata conferma della tenuta della maggioranza parlamentare in entrambe le camere, l'umore della popolazione è diviso sull'interpretazione del voto di fiducia del giorno precedente tra delusione ed entusiasmo, la città di Roma, teatro dei terribili scontri di piazza avvenuti nel suo cuore meno di 24 ore prima, osserva con rabbia e sconcerto i postumi di una vera e propria guerra cittadina.

Mentre l'attenzione del paese intero è rivolta all'ultimo successo numerico del "berlusconismo", a Napoli prende vita una nuova tegola pronta a cadere su una maggioranza ebbra di ottimismo ma fragile nelle ossa: il GUP Alessandra Ferrigno, sciogliendo le riserve esposte nell'udienza dell'11 novembre, delibera l'invio presso la Camera dei Deputati della richiesta di utilizzo in fase processuale delle intercettazioni riguardanti l'onorevole Mario Landolfi, imputato per corruzione e truffa aggravate da connotazione mafiosa presso il Tribunale di Napoli.
Sei giorni dopo, il 21 dicembre, ad un soffio dalla chiusura delle attività parlamentari per la pausa natalizia (dal 23 dicembre al 9 gennaio), la domanda, racchiusa in un plico sigillato contenente copia della richiesta di rinvio a giudizio e la trascrizione delle intercettazioni in questione, perviene alla Camera.

Alla ripresa dei dibattimenti nelle aule di Montecitorio, la Giunta per le Autorizzazioni e, in particolar modo, la maggioranza parlamentare (o presunta tale), si imbatteranno in una nuova grana da risolvere, in grado di procurare guai di non poco conto per Mario Landolfi e di disintegrare i sottili e delicati equilibri che tengono in piedi una maggioranza fortemente instabile.

Le intercettazioni telefoniche che coinvolgono l'ex Presidente della Commissione Parlamentare di Vigilanza RAI ed attuale coordinatore campano del PDL si inseriscono nel filone d'indagine sui presunti rapporti d'affari tra Nicola Cosentino, lo stesso Landolfi e i clan camorristici campani (in particolar modo il clan La Torre, egemone a Mondragone e zone limitrofe nel periodo che va dal 2000 al 2005).
Il fulcro dell'intera vicenda è il consorzio CE4, società a capitale misto pubblico-privato specializzata nel trattamento dei rifiuti con un unico socio privato: la società ECO4, amministrata dai fratelli Michele e Sergio Orsi, entrambi condannati per associazione camorristica.
Stando alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaetano Vassallo, "colletto bianco" del clan Bidognetti, Nicola Cosentino e, in misura minore, Mario Landolfi, sarebbero i "controllori politici" della società ritenuta essere dagli inquirenti nelle mani dei clan casalesi Bidognetti prima e Schiavone poi.

A capo della ECO4 SpA, in qualità di Presidente, c'è Giuseppe Valente, coimputato nei processi Landolfi e Cosentino e in stretti rapporti, oltre che con l'ex sottosegretario casalese del PDL, con Ugo Conte, sindaco di Mondragone per il centrodestra, detenuto in carcere dal luglio 2008 al gennaio 2009 e imputato per estorsione aggravata.
La vicenda che coinvolge Mario Landolfi ha inizio nel marzo 2004, quando il consigliere Maria D'Agostino è costretta alle dimissioni a causa di una condanna per favoreggiamento di un camorrista.
Eletta nelle liste di Forza Giovani (forza di opposizione in consiglio) nel giugno 1999, Maria D'Agostino transita rapidamente in Forza Italia, appoggiando la giunta guidata da Ugo Conte e divenendo elemento determinante in consiglio; le sue dimissioni obbligate comporterebbero l'elezione a consigliere del primo dei non eletti di Forza Giovani e, di conseguenza, la caduta della giunta.

Ugo Conte non è disposto a pagare questo prezzo e stringe un accordo con il consigliere di opposizione Massimo Romano, eletto nella lista di Rinnovamento Italiano.

Maria D'Agostino si dimette il 24 marzo 2004. Massimo Romano si dimette il giorno seguente, il 25 marzo. In luogo della prima, consigliera di maggioranza, entra in consiglio Alessandro Prisco, consigliere di minoranza per Forza Giovani. Al posto del secondo, esponente di opposizione per la Lista Dini, entra Benedetto Pagliaro che, nell'istante stesso della nomina, abbandona il proprio partito ed entra nella maggioranza di centrodestra, salvaguardando lo status quo del consiglio.

Naturalmente nulla si fa per nulla. In cambio delle "dimissioni di comodo", Massimo Romano ottiene, secondo il PM Alessandro Milita, la promessa di un incarico in giunta e l'assunzione della moglie, Daniela Gnasso, presso la Eco4.
E' qui che emerge lo stretto rapporto tra Valente, Presidente di ECO4, e Ugo Conte: con "l'assunzione truffaldina" della "signora Romano" presso la società in questione, in cui Daniela Gnasso non ricoprirà alcuna mansione ma per la quale percepirà diverse mensilità.

Ad un tratto Daniela Gnasso non viene più retribuita, resta in arretrato di almeno tre mensilità. Massimo Romano protesta più volte al telefono con Ugo Conte e con Giuseppe Valente, e nelle diverse occasioni lamenta la scarsa attività dimostrata in questo senso da Mario Landolfi.

...digli, "quello Massimo sta senza soldi", diglielo a Landolfi, non fa niente...

Nessuna delle conversazioni catturate contiene la voce di Mario Landolfi; tutte le intercettazioni sono state ordinate su utenze di soggetti che hanno tirato in ballo solo indirettamente il ruolo del deputato PDL nella vicenda. Un dettaglio che allegerisce la posizione processuale di Landolfi ma che rende la vita dura alla maggioranza parlamentare alla Camera: l'oggettiva insussistenza di "fumus persecutionis" impedisce alla Giunta per le Autorizzazioni e all'aula di Montecitorio di respingere con la consueta facilità di giudizio (e rapidità di esecuzione) la richiesta del Tribunale.
Inoltre, allo stato attuale delle cose, la maggioranza in Giunta gode del favore di un solo voto di scarto rispetto alle opposizioni, conteggiando a proprio favore anche i due deputati del gruppo misto, Cesario (ex PD) e Belcastro (ex MPA), mine vaganti in seno alla maggioranza; in aula, invece, il centrodestra è privo di una solida maggioranza numerica.

Il voto sulle intercettazioni di Mario Landolfi potrebbe porre definitivamente la parola fine alla proclamata persistenza della maggioranza di governo e potrebbe creare una disparità terribile con il trattamento riservato a Nicola Cosentino, l'utilizzo delle cui intercettazioni per il caso "Eco4" vennero rigettate dall'aula il 22 settembre scorso.

PS: Per la gioia di alcuni (e la delusione di altri), sono lieto di annunciarvi che il blog riprende la sua quasi-regolare attività. O almeno ci prova. Passate parola!

lunedì 18 ottobre 2010

Le spese pazze del G8 a L'Aquila

Il Presidente Barack Obama a passeggio per le strade del centro storico dell'Aquila, accompagnato da Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso. Il giorno successivo Michelle Obama annuncia lo stanziamento di 4,5 milioni di euro per la ricostruzione della Chiesa di Santa Maria di Paganica. I soldi non sono mai arrivati.

Quando Silvio Berlusconi annunciò alla stampa l'intenzione irrevocabile del governo di spostare il summit del G8 previsto per la Maddalena nella terra abruzzese usò termini come "risparmio", "sobrietà", "aiuto".
Era il 23 aprile 2009. Erano passati appena 19 giorni dal tremendo sisma che aveva devastato la città dell'Aquila, moralmente prima ancora che fisicamente. E il capoluogo abruzzese godeva ancora di quell'attenzione spasmodica di stampa e cittadinanza di cui oggi resta solo un amaro ricordo.

Alcuni lessero nello spostamento di un G8 oramai pressoché quasi compiuto verso una città come L'Aquila il segnale di una preoccupante "marchetta politica" trasformata in realtà (Antonio Di Pietro, IDV). Per qualcun altro si trattava più semplicemente di una "scelta irresponsabile" (Paolo Cento, SEL). Per la maggior parte delle autorità politiche (Dario Franceschini) e sindacali del paese (Guglielmo Epifani e Guido Angeletti) si trattava di una straordinaria occasione di rilancio della città terremotata.

L'intenzione del governo, stando alle parole pronunciate dal premier e dal sottosegretario alla Protezione Civile, era triplice: evitare la celebrazione di un vertice di lusso nell'Isola della Maddalena mentre nella terraferma una città era stata da poco rasa al suolo, offrire una buona opportunità di ingresso di fondi governativi esteri per la ricostruzione dei monumenti simbolo della città e far risparmiare alle casse dello stato ben 220 milioni di euro.

Doveva essere un vertice sobrio, economico, in grado di garantire entrate multimilionarie dall'estero per la città dell'Aquila.
Ricordiamo ancora oggi le passeggiate dei coniugi Obama, di Carla Bruni, di Angela Merkel e di José Luis Zapatero tra le rovine di una città stravolta. E con esse le solenni promesse di ingenti aiuti economici che i leader europei ed internazionali fecero stringendo la mano a Silvio Berlusconi.
L'immagine del nostro premier ne uscì straordinariamente vittoriosa: aveva convinto capi di Stato e di governo del calibro di Barack Obama e di Vladimir Putin ad occuparsi della ricostruzione dei monumenti dell'Aquila.

Ad oggi, l'unico paese ad aver mantenuto la promessa è il Kazakistan, con il versamento promesso di 1,7 milioni di euro per la ristrutturazione della Chiesa di San Biagio di Amiternum. Degli altri solo in tre hanno sottoscritto un reale documento di impegno. Ma, al momento, dei soldi non ve n'è neanche l'ombra.

Il primo costoso fallimento del G8.

Il secondo elemento a favore della scelta dello spostamento era la richiesta di sobrietà e di risparmio a fronte di un G8 inutilmente lussuoso nell'isola sarda. Per poter valutare l'eventuale raggiungimento almeno dell'obiettivo "risparmio" giunge in nostro aiuto il consuntivo finale delle spese sostenute dallo Stato italiano per la realizzazione del G8 nella città dell'Aquila, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 12 ottobre scorso.

185 milioni di euro il costo complessivo per la realizzazione del vertice in Abruzzo. Più della metà di quanto speso per l'organizzazione del summit alla Maddalena, arrivato praticamente ad un passo dalla chiusura. Cifre che non negano ma di certo non confermano l'obiettivo del risparmio da 220 milioni annunciato dal premier.

Resta aperta la questione della sobrietà, una comandamento necessario a fronte di una popolazione privata dei più elementari diritti: la casa, il lavoro, la sussistenza economica, la dignità. Uno sperpero inutile di soldi avrebbe significato uno schiaffo in faccia alle sofferenze di migliaia di terremotati ancora sotto le tende, una mancanza di attenzione e di sensibilità.

Se "la legge del risparmio" annunciata dal premier aveva il ruolo di indicatore dell'attenzione del governo alle soffrenze degli aquilani, le cifre che appaiono da un'attenta lettura dei singoli capitoli di spesa mostrano un governo che del lusso, a due passi dai luoghi della tragedia e della miseria, ha fatto la propria linea-guida.

194 mila euro il costo di "A city to listen to", l'installazione di opere d'arte grafico-musicali nelle stanze del potere internazionale e la realizzazione di stampe e DVD per l'occasione; quasi 2 milioni di euro il costo del catering riservato alle autorità politiche, agli sherpa, ai giornalisti e al personale addetto, terminato prevalentemente nelle casse di Autogrill SpA, Gestione Servizi Integrati Srl e Relais Le Jardin Srl; ben 10 milioni le spese relative ad allestimenti ed arredamenti, tra cui spiccano in termini di incassi B&B Interiors & Design Srl, Composad Srl, Limelite Srl, Poltrone Frau SpA, Semeraro Casa e Famiglia SpA e Tecnarr Srl.

A contendersi la fetta di guadagno relativa alla produzione delle divise per il personale addetto, compresi i dirigenti della Protezione Civile che necessitavano per l'occasione di un guardaroba nuovo di zecca, sono Annalisa Collezioni Srl, Cit SpA, Lanificio Fratelli Cerruti SpA, Lanificio Ormezzano SpA e Securtex Srl, per un totale di 95 mila euro.

Non potevano mancare sulle tavole di un vertice sobrio le ciotoline in argento con tanto di incisione targate Bulgari un regalo per le delegazioni: 45 ciotoline al modico prezzo di 22.500 euro. Così come si sono resi necessari ben 735 frigoriferi per mantenere al fresco il cibo e lo spumante da servire alle autorità politiche presenti: una media di 20 frigoriferi per delegazione. E un totale spesa pari a 130 mila euro.

Un summit all'insegna del risparmio non poteva certo fare a meno degli addobbi floreali (65 mila euro), di una fornitura di spazzole per l'autolavaggio (2.100 euro), di un set di megafoni (3 mila euro) e di 1000 bolliacqua al modico prezzo di 10 mila euro.

Ancora più esorbitanti i costi per le 23 bandiere fornite da Fidanzia Sistemi Srl: 15.960 euro. Circa 700 euro a bandiera. A cui vanno ovviamente aggiunti i costi sostenuti per l'acquisto dei pennoni portabandiera in vetroresina e dei puntali a cipolla colore oro (67.300 euro), delle bandierine per le vetture ufficiali (4.608 euro) e del duplice set di bandiere (92 doppio telo e 68 poliestere, 88.836 euro).
180 mila euro il prezzo del "vessillismo" internazionale.

Anche l'informazione in tempo reale ha i suoi costi. Sono stati oltre 1000 i televisori LCD e Plasma acquistati per il grande evento e oltre 350 mila gli euro spesi per agevolare i guadagni di Cifoni Domenico Srl, Mediamarket SpA, Tecnovisioni Srl e Unieuro.
I seimila libri illustrati sul terremoto, altro omaggio per le delegazioni, sono costati ai cittadini italiani 126 mila euro, mentre le 5 mila brochure "Handbook G8" si sono fermate invece a quota 5.000 euro.

A sostenere ancora una volta la ricerca della piena sobrietà, giungono in aiuto le 60 penne con astucci in radica personalizzati per le singole delegazioni, dal costo di 430 euro l'una, e i 100 posacenere completi di base, costati agli italiani 100 euro cadauno.

Infine, a chiudere lo sfoggio artistico ed economico del premier e del suo braccio destro, i costi sostenuti dal popolo italiano per lo spostamento di opere d'arte di varia natura da collocare all'interno della sede della caserma della Guardia di Finanza a Coppito: 52 mila euro, di cui più di un terzo quelli resisi necessari per il trasporto del solo "guerriero di Capestrano" dalla sua sede abituale di Chieti, lavoro affidato ad Arteria Srl.

Nelle calde giornate estive del 2009 la statua del "guerriero" percorreva la statale 17 dalla costa verso le zone terremotate. Il tutto pagato anche con i contributi versati da quegli stessi cittadini che in quelle ore quella strada la percorrevano in senso inverso, alla ricerca di una sistemazione di fortuna in un albergo della costa o in una casa in affitto da pagare a proprie spese.