lunedì 29 dicembre 2008

Una pace poco redditizia


Un bambino palestinese gravemente ferito portato in ospedale dal padre. Ma potrebbe essere israeliano e non cambierebbe nulla. Avrebbe forse in più solo la garanzia di trovare un letto libero e cure mediche disponibili. Ma sarebbero comunque entrambi vittime.

La tempistica è tutto nella vita. Bisogna saper cogliere l'istante di tempo più fruttuoso tra tutti. Le modalità invece a quanto pare non lo sono. Basta copiare l'esempio peggiore presente e nessuno dirà nulla.

Il 4 novembre scorso è stato designato il futuro Presidente degli Stati Uniti d'America.
Nonostante l'enorme aspettativa di cambiamento messa in campo dai suoi discorsi in campagna elettorale, è logico non aspettarsi nessuna rivoluzione istantanea dal Presidente eletto Barack Obama. Se ci saranno cambiamenti avverranno con il tempo. D'altronde, a discapito di ciò che si crede abitualmente, negli USA non è il solo Presidente a comandare.
Ma d'altra parte tutti sanno che l'atteggiamento che Obama adotterà una volta diventato ufficialmente comandante in capo sarà profondamente diverso da quello del presidente criminale uscente George W. Bush. E anche il governo israeliano lo sa.
Ritardare questo attacco di solo due settimane sarebbe potuto essere "fatale" per il governo israeliano.

Ma il governo israeliano è cosciente allo stesso modo del terribile calo di consensi dei partiti della maggioranza che avviene da diversi mesi, a vantaggio della destra nazionalista del Likud, a pochi mesi dalle elezioni generali. E cosa c'è di meglio di un bel bombardamento a tappeto, supportato dall'82% della popolazione, per riguadagnare consensi?
Il grande consenso che riscuoteva il premio nobel per la pace Yitzhak Rabin, barbaramente ucciso dall'odio religioso, nazionalista e xenofobo, per la sua incondizionata ricerca della pace sembra storia antichissima. Quasi fantascienza.

Per quanto riguarda invece le modalità, l'esempio copiato integralmente è proprio quello dei "terribili nemici giurati" di Israele, il movimento islamico radicale di Hamas. Lancio di razzi e bombardamenti alla cieca, tanto per distruggere il concetto stesso di civiltà assieme ai civili.
E vai con le bombe!
Non importa se in un giorno di bombardamenti perdono la vita quasi 300 persone e quasi 1000 risultano ferite. Non importa se grazie ai raid aerei si tirano giù università, ospedali ed abitazioni civili. Sono i famosi "effetti collaterali". Non importa ad Hamas quando ciò avviene in Israele così come non importa al governo israeliano quando ciò accade a Gaza.

E sappiamo come è facile giocare a questo gioco. Come la penseremmo se un razzo palestinese ammazzasse la persona che amiamo mentre siamo seduti in un affollato bar della capitale? E come reagiremmo se un aereo israeliano distruggesse la nostra università, ammazzasse un nostro parente ricoverato in un ospedale o distruggesse la nostra casa, magari con il nostro figlioletto all'interno?

E così tra l'incudine violenta e il martello altrettanto violento si ritrova il popolo palestinese, che pagherà come sempre sulla propria pelle le follie di movimenti integralisti islamici e di "governi democratici filo-occidentali".
Abbiamo visto come l'accrescere della violenza radicalizza lo scontro, come la crescita dell'offensiva israeliana accresce il consenso popolare alle fazioni palestinesi più radicali e come questo, di conseguenza, accresce a sua volta la potenza offensiva del governo di Tel Aviv.

Abbiamo visto anche come la grande Unione Europea e l'universale ONU rimangono volutamente impotenti di fronte a questo grande massacro. Fanno valere il proprio potere politico limitandosi a due paroline contro la guerra, come in un concorso di Miss Italia. "Vorrei la pace nel mondo", "Basta con la violenza".

E il perché di questo forse è più chiaro di quanto lo si voglia credere. E' conveniente.
Un continuo scontro tra due paesi limitrofi in quelle terre è utile per i movimenti fondamentalisti islamici in genere per creare solide basi di consenso tra la popolazione che in periodo di pace farebbe invece scelte di lotta ben diverse. Ed è altrettanto utile per le "democrazie occidentali" che trovano nella crescita del terrorismo un forte alibi per dar vita ad intere campagne di guerra fondate su alibi inesistenti (l'Iraq rimarrà per sempre in questo senso una grande lezione).

Qualcuno è in grado di cambiare il senso di percorrenza di questa spirale?

Anche se in questo contesto la cosa assume un sapore agrodolce, auguro a tutti quanti un ottimo anno nuovo, che sia ottimo tanto quanto "nuovo"!

Link consigliati:
Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza? , di Mustafà Barghouti (tradotto e pubblicato da Peacereporter)
Quel sangue versato non servirà a nulla, di Gad Lerner, dal suo blog.
Oro, incenso e missili..., dal blog 2+2=5

sabato 27 dicembre 2008

Una partita da sogno


Foto tratta da Lo sguardo di Handala

I venti di guerra, mai sopiti nella terra secolarmente martoriata dal nome Palestina, riprendono a soffiare ancora più forte.

Eppure qualcuno avrebbe dovuto imparare un sacco di cose dalla storia israelo-palestinese degli ultimi decenni.
Qualcuno avrebbe dovuto imparare che i processi di pace vanno portati fino in fondo, con ogni mezzo, anche se qualche eroe è costretto a perdere la vita.
Qualcuno avrebbe dovuto comprendere che il diritto a vivere in sicurezza nella propria terra non potrà mai essere goduto se il proprio vicino di casa vive nella miseria, nell'oppressione e nel terrore per propria colpa.
Avrebbe dovuto capire anche che delegittimare l'unico interlocutore possibile, assediarlo, togliere a lui e al suo popolo viveri e dignità non può portare altro che ad un aumento della violenza e alla crescita di interlocutori diversi, molto più determinati e meno inclini ad un dialogo.
Avrebbero dovuto capire che esistono diritti fondamentali come vivere, essere in salute e poter mangiare, e che compiendo raid, bloccando ambulanze ai check-point e derrate alimentari ai confini, si priva un popolo del diritto a quella dignità minima che anche un animale meriterebbe.

Non l'hanno capito.
E hanno fatto sì che si arrivasse ad una guerra permanente, tra israeliani e arabi, tra israeliani e palestinesi, tra palestinesi e palestinesi.

E nonostante sembra riaprirsi in queste ore una terribile spirale d'odio, voglio lasciarvi con un messaggio di speranza; il messaggio declamato nel miglior modo possibile dallo straordinario scrittore Stefano Benni, dalle colonne de "Il Manifesto" l'11 ottobre del 2001.


Il grande giorno è venuto.
Stasera, 10 ottobre 2004, ci sarà lo scontro finale tra Israele e Palestina. Anni e anni di storia dolorosa e di guerre stasera vanno incontro al suggello finale. Domani, una sola delle nazioni resterà.
L'attesa è frenetica. Ad assistere a questa battaglia decisiva ci saranno anche Sharon, Peres, Arafat e quelli di Hamas. "Non mancheremmo per nulla al mondo" ha detto il nuovo leader di Hamas, Kanafani.

Non si sa ancora quale sarà la tattica seguita per questo scontro. Il potenziale d'attacco di Israele è sicuramente superiore, ma la Palestina ha molto rafforzato le linee difensive. I nuovi condottieri dei due schieramenti non hanno forse la grinta di Dayan e l'astuzia di Arafat, ma hanno combattuto diverse battaglie in diversi luoghi del mondo e sono preparati alla sfida.
Si spera che tutto si svolga nel tempo stabilito e non ci siano strascichi. Sarà meglio per tutti e due se questo scontro finirà nel più breve tempo possibile e deciderà una volta per tutte quale dei due paesi potrà continuare la sua strada.

Mancheranno alcuni dei personaggi che hanno permesso questo epilogo.
Mancherà Osama Bin Laden, fuggito a Detroit con tutto quello che era rimasto del suo patrimonio. In una sua intervista alla CNN ha dichiarato: "Abito qui perché l'America è l'unico posto dove noi terroristi ci siamo preparati per anni senza mai essere scoperti. Mi son tagliato la barba, non parlo più a nome degli arabi che mi hanno scaricato e ho aperto un distributore di benzina insieme a Saddam e al mullah Omar".

Mancherà George Bush, che dopo la fine della guerra non è più riuscito a tornare alla normalità e passa il tempo a giocare a risiko in una clinica californiana.

Il nuovo Presidente degli Usa, Woody Allen, presenzierà allo scontro insieme al capo di Stato Maggiore Kurt Vonnegut e al nuovo direttore della Cia Patch Adams. I tre hanno dichiarato: "Noi ci saremo, adoriamo gli scontri finali".

Mancherà purtroppo l'osservatore più competente, quello che aveva forse maggior esperienza di questi scontri. Silvio Berlusconi, raggiunto dal centesimo avviso di garanzia internazionale e nazionale, è fuggito alle isole Cayman, dopo aver fatto approvare dal parlamento l'ultima legge, la legge Benservito, quella che concede a ogni presidente del consiglio che debba lasciare improvvisamente l'incarico dodici biglietti d'aereo gratis.

Mancherà Kissinger, costretto a massacranti turni da pizzaiolo per poter restituire i soldi del Nobel.

Sono mancanze gravi, compensate dalla presenza, per la prima volta, di due capi di stato donne, la presidentessa dell'Algeria e quella dell'Afghanistan. "Questo tipo di scontro non è quello in cui siamo esperte - hanno dichiarato - ma non vogliamo mancare".

E quindi, stasera tutti allo stadio di Gerusalemme per Israele-Palestina, incontro di qualificazione finale per i mondiali di calcio 2004. Nella Palestina, allenata da Scoglio, viva attesa per Giabra e Darwish, il "Totti dell'Islam". Nella nazionale israeliana, allenata da Mazzone, mancherà il difensore Levcovitch, ma rientraranno Ratzabi e Rosenberg.
Arbitrerà il ruandese Muha.

Una nota umanitaria: il ricavato della partita andrà in beneficienza alla fondazione Silvestri, che si occupa delle migliaia di esperti militari disoccupati da qualche anno.
Inoltre, al termine della partita ci sarà una festa che accomunerà le due tifoserie. La Lockeed, dopo esser stata scalata da una cordata De Cecco-Barilla-Voiello e aver riconvertito i suoi impianti, offrirà una gigantesca spaghettata.

Davvero questa partita merita il suo appellativo: "Una partita da sogno".
Per i lettori del Manifesto è previsto un charter che partirà da Alghero. L'aereo avrebbe dovuto partire dall'aeroporto di Linate soprannominato "il più sicuro del mondo", ma anche i sogni hanno un limite.

mercoledì 24 dicembre 2008

Buon Natale!

Una mole spropositata di auguri tanto laici quanto spirituali di buon Natale e di ottime feste a tutti i compagni di blogging, i frequentatori affezionati, i visitatori periodici e quelli saltuari di questo blog.
Rendiamo migliori noi stessi e questo mondo senza sosta e con ogni mezzo possibile. In questi giorni come nel resto della nostra esistenza.

Natale in casa D'Alfonso


Nel video una vivace, civile e simpatica contestazione al neo presidente abruzzese Gianni Chiodi e al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in visita a Pescara, durante il suo show circense.


Non c'è che dire. E' di sicuro un ottimo regalo di Natale del tutto inaspettato. Il sindaco dimissionario (ma forse no) di Pescara, Luciano D'Alfonso, ha ottenuto la rimozione dell'ordinanza degli arresti domiciliari, ma, regalo ancora più grande e inatteso, l'annullamento della grandissima parte delle accuse mossegli dal pm di Pescara Nicola Trifuoggi.

Sembrerebbe un fatto di normale amministrazione, ma in realtà questo evento racchiude in sé molte riflessioni che in tanti troppo spesso evitano di fare.

Innanzitutto si è avuta la dimostrazione, ancora una volta, di quanto peso abbiano le notizie da "ultim'ora" e di quanto esse possano trasformare la realtà dei fatti con estrema semplicità. A leggere le prime pagine dei siti on-line di oggi la faccenda viene descritta come un gigantesco errore di valutazione del magistrato inquirente e D'Alfonso assume il ruolo del politico innocente perseguitato.
Le cose però non stanno esattamente così: sono cadute le traballanti accuse relative a tangenti, concussione, abuso d'ufficio, ma resta intatta quella di finanziamento illecito al partito ("La Margherita" nel 2006), che potrebbe nascondere al suo interno un caso di corruzione valido quanto quelli decaduti.

Allo stesso modo, l'avviso di garanzia e l'ordinanza di arresti domiciliari pervenuti la scorsa settimana, avevano fatto di lui un politico marcio, un degno esponente di una casta corrotta e legata ai poteri forti. La "cupola abruzzese". Prima ancora dell'inizio del processo. Alla faccia della presunzione di innocenza.

La realtà dei fatti è che Luciano D'Alfonso non è innocente oggi così come non era colpevole ieri. Siamo un paese che è arrivato all'illuminismo un po' tardi, ma certo è che ci siamo arrivati e che, con esso, abbiamo stabilito il principio del giusto processo. Ma in questo paese le sentenze finali non contano più nulla: l'innocenza o la colpevolezza di una persona vengono decise mesi e mesi prima da reti televisive e quotidiani locali e nazionali. E anche i blog (approfitto per fare una parziale autocritica), in questo senso, danno speso il loro cattivo contributo...

Un'altra cosa che abbiamo imparato da questa vicenda, per nulla conclusa, è che l'arresto assume un'importanza mediatica mille volte maggiore di un'accusa. Fa più effetto, ed in base ad un evento di questo genere si può decidere la carriera di un esponente politico.
Luciano D'Alfonso in meno di 2 anni è stato raggiunto da ben 4 avvisi di garanzia. Quello della settimana scorsa era l'ultimo di una breve ma consistente serie di vicende legali ancora tutte aperte. E finora queste accuse erano state ignorate con sufficienza dall'opinione pubblica generale.
Ma è sufficiente un provvedimento d'arresto per cambiare tutto.
E non importa che l'arresto sia finalizzato solo ad evitare un possibile inquinamento di prove. Un arrestato diventa automaticamente colpevole.

Infine, un ultimo messaggio importante quanto gli altri è rivolto ai sostenitori dell'operato della magistratura "ora e per sempre", così come al nemico giurato dei giudici e della giustizia Silvio Berlusconi.
I magistrati non sono infallibili. Trifuoggi, De Magistris, Forleo possono essere eroi civili così come magistrati incompetenti. Alcuni magistrati sbagliano e operano con sufficienza tanto quanto fanno molti politici, cittadini ed esseri umani in genere. La verità e la giustizia non risiedono necessariamente nella mente di un pubblico ministero così come in quella di un indagato.
Allo stesso modo, questa faccenda ha dimostrato che le congetture sconclusionate del nostro Sire, non hanno alcun fondamento, che tra magistrati inquirenti e giudicanti non è detto che corra necessariamente buon sangue e che, oltre che a darsi del lei, spesso un magistrato giudicante si oppone alle richieste di un pubblico ministero quando reputa giusto farlo.
E' la giustizia Silvio! E, anche se claudicante, di tanto in tanto riprende a camminare.

lunedì 22 dicembre 2008

Le care guerre italiane di una volta



Il 18 dicembre scorso è stato un giorno molto impegnativo per il governo italiano. Le ultime scadenze prima delle vacanze natalizie hanno fatto sentire il loro peso, e così nel giro di qualche oretta il Consiglio dei Ministri, riunito al gran completo, ha approvato ben 35 decreti legge.
Si va dalla ratifica degli accordi internazionali con il governo bielorusso sugli scambi commerciali alle concessioni dei vitalizi per alcuni esponenti della "cultura italiana" (per chi non lo sapesse, lo Stato dal 1985 corrisponde un vitalizio ad alcuni "cittadini illustri che versino in stato di particolare necessità", senza spiegare il criterio di scelta dei beneficiari e delle entità dei regali di Stato). Tra i vari decreti (la maggior parte proroghe di fondi già stanziati) assume una certa importanza il decreto per la proroga delle missioni militari all'estero.

In presenza di un parlamento schierato all'unanimità a favore di tutte le missioni militari, risulta oramai difficile se non assurdo pensare ad una riduzione delle spese relative all'impiego dei nostri soldati in terre straniere (che sarebbe una scelta oculata in vista di una crisi economica e sociale di proporzioni spropositate).

E così, oltre a goderci l'aumento progressivo delle spese per la guerra che oramai da 7 anni combattiamo in Afghanistan (147 milioni di euro in più per l'anno 2009), possiamo entusiasmarci di fronte al totale snaturamento della missione.
E' bastata la visita a Roma del generale statunitense David Petraeus per farci scattare sull'attenti.

Tanto per cominciare, il nostro governo invierà altri 500 soldati presso il contingente già presente a Kabul, per un totale di circa 2800 uomini (un aumento del 20%). Una parte di essi saranno, inoltre, trasferiti nella zona di Farah, dove le truppe statunitensi in piena guerra perenne con truppe talebane, abbandoneranno la zona e ci regaleranno la patata bollente. Alla faccia della sicurezza dei nostri soldati, che ora faranno collettivamente diversi passi avanti verso la morte.
E siccome vogliamo dimostrare che le nostri missioni militari sono missioni di pace e che, quindi, non vengono decise in barba all'articolo 11 della nostra Costituzione, dopo aver rimosso l'obbligo del preavviso necessario di almeno 72 ore da parte di eserciti alleati per richiedere l'impiego di truppe italiane per missioni extraterritoriali, ora cambieranno completamente le regole d'ingaggio, quella cosa spesso sottovalutata, ma che è il discrimine fondamentale tra una missione di sicurezza internazionale ed una guerra in piena regola nero su bianco.
Quella in Afghanistan diventerà, una volta per tutte, una guerra certificata DOC.

I nostri soldati potranno liberamente attaccare gruppi di sospetti talebani, anche se poi costoro si dimostreranno essere semplici civili. Non dovranno più limitarsi a salvaguardare l'ordine pubblico e la sicurezza della zona, ora potranno allontanarsi quanto vogliono e partecipare a qualunque tipo di attacco.
E per agevolare questo compito pacifico, di ricostruzione e di vicinanza alla popolazione civile, saranno impiegati sin dai primi giorni di gennaio i celebri aerei d'attacco Tornado.
Cittadini afghani, preparatevi! Stanno per arrivare i bombardamenti a tappeto made in Italy.

Link consigliato:
Italia in guerra, senza limiti, di Enrico Piovesana (Peacereporter)

venerdì 19 dicembre 2008

Merry crisis and a happy new fear



Buona Crisi e Felice nuova paura. E' lo slogan che ha caratterizzato gli ultimi giorni di protesta nella capitale greca. Con un accurato anglofono gioco di parole, hanno lasciato intendere che quest'anno le festività per il natale e l'anno nuovo non avranno lo stesso significato di tutti gli altri anni.

Questa volta, con tutta probabilità, in Grecia non ci sarà il Natale. Il 25 dicembre e anche il primo gennaio saranno due giorni qualsiasi. Non ha senso festeggiare una lieta ricorrenza quando l'intero paese sta andando letteralmente a puttane. Sarebbe surreale gioire, brindare in serenità e letizia, mentre una crisi di proporzioni colossali e un governo scellerato stanno dichiarando guerra all'intera società ellenica.
E' questo quello che pensa il popolo greco (o una gran parte di esso).

Dalle nostre parti i servizi giornalisti di gran parte di quotidiani e tv nazionali si concentrano sui meri scontri di piazza. Nessuno ha interesse a riportare cause e motivi che hanno portato ad una tale durissima protesta. Né tanto meno le richieste dei manifestanti.
Gli scontri fanno più audience. E la morte di un ragazzo che scatena una guerra civile dà un senso di romanticismo televisivo alla cosa. Una buona sceneggiatura per una fiction in due puntate per Rai Uno o Canale 5. Purché non si mostrino le bandiere rosse e quelle anarchiche, non si facciano vedere intere famigliole in piazza e non si renda così immediata l'analogia tra le proteste studentesche greche e quelle italiane.
E magari il poliziotto che ha fatto fuoco lo facciamo diventare rumeno o senegalese.

Non importa che le cause che hanno portato allo scoppio delle proteste siano da ricercare in fatti e scelte politiche di mesi or sono. Meglio non parlare dei provvedimenti sociali e sull'istruzione portati avanti dal governo greco. Rischieremmo di far ragionare la popolazione italiana stessa e di far comprendere come nasce in realtà una protesta.

E allora non ci sono madri e padri di famiglia in piazza, assieme ai loro figli, ma solo ragazzuoli anarchici dalle teste calde. Non ci troviamo al tredicesimo giorno consecutivo di protesta, con tanto di scioperi generali che si susseguono l'un l'altro, ma solo di fronte ad una rabbia estemporanea di pochi giovani incazzati socialmente.
Ecco come mentire senza raccontare vere e proprie bugie.

Ogni tanto, per sentirci importanti, manipoliamo anche i piccoli dettagli sulle proteste. E raccontiamo a modo nostro un gesto non da poco, come quello compiuto dagli studenti universitari ateniesi quando hanno issato degli striscioni sull'Acropoli, dove sono ancora ben visibili, assieme al Partenone e il tempio di Atena Nike, un curioso mix di storia antica e moderno presente.
Striscioni semplici, ma di chiaro impatto informativo: la parola "Resistenza", in versione multilingua greco, inglese, francese, spagnolo e tedesco.
Ma tutti gli organi di informazione italiani hanno citato una fantomatica scritta anche in italiano. Che non c'è. Perché anche i manifestanti greci se ne strafregano accuratamente di chiedere il nostro aiuto.
I nostri giovani manifestanti anti-crisi, l'Onda, il primo straordinario movimento popolare di reazione al terribile periodo economico e sociale che si sta ponendo di fronte ai nostri occhi, che in quanto ad organizzazione delle proteste era in grado di insegnare a partiti, sindacati e popoli stranieri come si fa una protesta tanto dura quanto pacifica, ha cominciato ad arrendersi piano piano di fronte all'intransigenza del nostro governo. Stanno perdendo forza e determinazione.

Non siamo in grado di difendere i nostri interessi fino in fondo, come potremmo mai preoccuparci di quello che accade oltre il Mare Adriatico?

PS: Flo, del blog Calaminta, ha avuto la straordinaria gentilezza di degnarmi del premio Dardos, dedicato a quei blog che, secondo il premiante, abbiano "dimostrato impegno nel trasmettere valori culturali, etici, letterari o personali".
Pertanto ringrazio con tutto il cuore flo per il premio e per la sopravvalutazione dimostrata per il sottoscritto!

mercoledì 17 dicembre 2008

Anno 1990-18 (anno 16 dell'era Tangentopoli)


Alcuni esponenti del "nuovo corso" della politica: Lusetti (PD), Del Turco (PD), Bocchino (PDL), D'Alfonso (PD)

E' oramai più che evidente che l'anno che sta per chiudersi alle nostre spalle non è affatto il 2008. E' una convenzione temporale accettata secoli fa quella che ha fatto sì che si pensasse l'anno corrente come il 2008. Ma come raccontava surrealmente lo straordinario Corrado Guzzanti nel 1998, questo paese non sarebbe stato pronto per passare al 2000, e quindi si sarebbe preferito andare avanti con una numerazione annua del tipo millenovecentonovantanove, millenovecentonovantadieci, millenovecentonovantaundici, e così via.
E' quello che si sarebbe dovuto fare.
Una motivazione su tutte? Pensavamo che l'era di tangentopoli avesse definitivamente messo la parola fine alla "prima repubblica" e aperto a quella che tutti chiamano "la seconda" repubblica. E solo oggi ci stiamo accorgendo che ci eravamo sbagliati. E che tangentopoli non è affatto finita. Si era solo presa una pausa. Siamo ancora nel 1992.

Sono cambiati i partiti. Non ci sono più la Democrazia Cristiana di Andreotti e Forlani e il Partito Socialista di Bettino Craxi. Ora abbiamo a che fare molto più semplicemente con due grandi "Democrazie Cristiane": una profondamente di destra, il PDL, e una che tende sempre più alla versione originaria: il Partito Democratico.
E in qualità di "eredi", questi due "grandi" soggetti politici stanno svolgendo un lavoro per il quale i grandi "martiri" della prima repubblica come Raul Gardini, Bettino Craxi, Claudio Martelli, Sergio Cusani, Silvano Larini, Saverino Citaristi, Arnaldo Forlani, Francesco De Lorenzo e Paolo Cirino Pomicino saranno (o sarebbero) davvero orgogliosi.

Non credo si faccia una eccessiva esagerazione nel descrivere quello che sta accadendo in giro per l'Italia come una ecatombe politica.
La prima tangentopoli, d'altronde, era nata dal semplice arresto di Mariotto Chiesa. Sembrava una cosa da nulla, un caso isolato.

Prepariamoci, perché la seconda tangentopoli potrebbe arrivare a momenti, se non è già arrivata.

I nuovi eroi e futuri martiri civili di questo paese, categoria nella quale rientra il grande statista Craxi, il vero super-uomo capace di piegare lo Stato alle sue volontà personali, fino a morire in "esilio" nella sua lussuosissima villa di Hammamet contando spicciolo dopo spicciolo il bottino arraffato, possono essere tanti ancora, molti dei quali ancora senza un nome e senza notorietà.

Un giorno leggeremo che tutto è nato dallo scandalo delle scalate bancarie illegali (BNL e Antonveneta), scalate che coinvolgono direttamente o meno personaggi di spicco come Massimo D'Alema (PD), Vito Bonsignore (PDL), Silvio Berlusconi (PDL), Aldo Brancher (PDL), Luigi Grillo (PDL) e altri ancora.
O magari leggeremo dell'arresto del Presidente della regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco (PD), come leggiamo oggi quello di Mario Chiesa. O forse ci incuriosiremo nel proseguire l'elenco con nomi come gli assessori del comune di Firenze Gianni Biagi (PD) e il persecutore dei lavavetri Graziano Cioni (PD).
Ci stupiremo di fronte ai 4 avvisi di garanzia collezionati in poco più di un anno dal sindaco di Pescara e segretario del PD abruzzese (l'Abruzzo ha una grande storia di amministratori "puliti" in questo senso), Luciano D'Alfonso.
Ci indigneremo con la memoria rivolta al passato pensando ad amministratori come Antonio Bassolino (PD) o a deputati della Repubblica quali Salvatore Margiotta (PD), Renzo Lusetti (PD) o Italo Bocchino (PDL).
Ci arrabbieremo stupiti nel vedere come imprenditori come Carlo Toto, veri e propri boss dell'imprenditoria nostrana, riuscivano a tessere legami più o meno limpidi con ambo le parti politiche.
Scuoteremo la testa increduli nel leggere quali furono la reazione politica al crollo dei consensi da parte di uno dei due partiti travolti dalle inchieste (il PD) e i commenti alla contemporanea crescita dei due "alleati" (l'Italia dei Valori e la Sinistra).

O forse non accadrà nulla di tutto questo. Tutto potrebbe finire come un'enorme bolla di sapone.
Ma in caso contrario, preparatevi. Siate pronti. Ma non solo all'indignazione e alla protesta pubblica contro chi ha distrutto il paese in modo scellerato. Non solo all'esaltazione pubblica di magistrati come Trifuoggi, De Magistris o Woodcock. Siate pronti a non ripetere gli stessi sbagli di una volta.
Evitate che un partito di tizi in canottiera e con il tricolore dentro le mutande finisca per essere concepito come un vero interlocutore del popolo italiano (o di una parte di esso); evitate che il lavoro e la ricerca della verità si fermi a metà come spesso accade; evitate che un uomo molto potente e dalla storia personale poco chiara finisca per diventare il baluardo della legalità e della difesa dell'operato dei magistrati, salvo poi cambiare idea nel momento in cui qualche magistrato si ricorderà di lui.

lunedì 15 dicembre 2008

Uno strano scandalo tutto italiano


Nella foto l'esponente del PDL, Vito Bonsignore

Ricordate lo scandalo sulle scalate illegali alle banche Antonveneta e BNL avvenute tra la fine del 2004 e i primi mesi del 2005? E' uno dei peggiori scandali finanziari e bancari che l'Europa potesse ricordare. E' lo scandalo che ha tirato fuori i neologismi "Bancopoli" e "Furbetti del quartierino".

Ricordate, inoltre, le famose accuse nei confronti dell'allora leader dell'opposizione e ora Re d'Italia Silvio Berlusconi per la presunta compravendita di senatori del centrosinistra? Era lo scandalo legato, tra le tante cose, alle intercettazioni pervenute e pubblicate tra lui e il direttore di Rai Fiction Agostino Saccà. Uno scandalo archiviato pochissimo tempo dopo la sua nascita per inconsistenza del reato.
Si pensava che Berlusconi stesse tentando di corrompere per vie non finanziarie alcuni senatori dell'Unione. Non sappiamo se il progetto è andato in porto (visto che alla fine dei fatti il governo Prodi è caduto) o se le cose non sono tra loro legate. Di certo è che quella pista non portava da nessuna parte. Perlomeno QUELLA pista.

Ricordate, quindi, la caduta del governo di centrosinistra per il mancato appoggio presentato da Clemente Mastella e Lamberto Dini nello scorso inverno? Una caduta che portò entrambi al salto di barricata verso le file del PDL (salto mancato per Mastella e ben riuscito per Dini).

Bene. Ora mettete tutto insieme e avrete di fronte la strana storia che sto per raccontarvi.


Cominciamo dal protagonista di questa storia: Vito Bonsignore, siciliano, europarlamentare PDL.
La sua storia politica comincia nella Democrazia Cristiana, dove subito dimostra il proprio talento: nel 1994, in pieno periodo Tangentopoli, viene condannato in via definitiva a 2 anni di carcere per tangenti relative agli appalti per la costruzione dell'ospedale di Asti.
Un democristiano D.O.C.G.

Entra immediatamente nel CCD di Casini, e, nella fusione con il CDU di Buttiglione, diventa un elemento di spicco del neonato UDC. Scompare però dalla politica parlamentare, almeno fino al 2004, quando viene candidato e risulta anche eletto (un applauso agli elettori e alla loro preferenza!) come parlamentare europeo.

Non fa in tempo a prendere posizione in Europa che già si invischia in un ennesimo caso ricco di reati finanziari, accordi segreti e mosse illegali: lo scandalo Bancopoli. Per farla breve, l'Amministratore Delegato della Banca Popolare di Lodi, Giampiero Fiorani, arriva ad acquistare, con la complicità del governatore di Banca d'Italia Antonio Fazio, il 15% di Banca Antonveneta, ma, grazie agli accordi privati con gli altri soci, detiene segretamente il controllo del 52% della società bancaria. Chi è uno dei soci che partecipa al reato? Semplice: don Vito Bonsignore.
Nonostante con la sua società finanziaria Gefip partecipi con piccole quote, è un elemento chiave della truffa: è il legame tra Fiorani e il mondo della politica. Sarà lo stesso Fiorani, indagato dal GIP, a fare i nomi degli agganci politici necessari per l'acquisizione di Antonveneta: Luigi Grillo (FI), Aldo Brancher (FI) e Vito Bonsignore (UDC).

E' l'unico non-berlusconiano che avrebbe a che fare con la scalata. Lo stesso Berlusconi è indirettamente coinvolto, dal momento che è uno degli azionisti di Hopa, una delle società alleate alla Banca di Lodi di Giampy Fiorani. Ma la non-berlusconeità di don Vito durerà ancora per poco.

Nel 2006 risulta eletto dall'esiguo voto popolare il governo di Romano Prodi. La spina nel fianco del governo non sarà la sinistra della coalizione, come molti temevano, bensì il piccolo partito dell'Udeur, capeggiato dallo stranoto Clemente Mastella. E' su di lui che il centrodestra punterà tutte le sue attenzioni, non sui senatori con mogli ed amichette desiderose di notorietà televisiva, non sul "dipietrista a tempo" Sergio De Gregorio e nemmeno su ignoti senatori australiani.

La storia politica è nota: il 24 gennaio del 2008 cade il governo di Romano Prodi. I "traditori"? Due nomi su tutti: Lamberto Dini e Clemente Mastella.

Probabilmente quello che sto per aggiungere non ha nessun valore di per sè, ma inserito nel contesto un peso morale ce l'ha eccome! Durante l'anno 2007, in pieno sostegno mastelliano al governo di Romano Prodi, il leader dell'Udeur riceve un finanziamento di 50 mila euro dalla società MEC (Management Engineering Consulting).
Tutto regolare, scritto nero su bianco, se non fosse che la MEC è la società di proprietà di don Vito Bonsignore. In altre parole, un esponente dell'opposizione, Don Vito, foraggia economicamente il partito di Mastella, che sta al governo. Chissà a che scopo...
Non solo! La società MEC è la società italiana che controlla la Gefip, la società sempre di Vito Bonsignore, immischiata nei loschi affari di Bancopoli.

Un bel quadretto vero?

Bonsignore è invischiato in Bancopoli, finanzia con la stessa società indagata il partito di Clemente Mastella e Mastella, pochissimi mesi dopo, fa cadere il governo. Dite che c'è una relazione?

Intanto avviene l'imprevisto: l'UDC rompe definitivamente con Silvio Berlusconi. Non ci sarà nessuna alleanza per le imminenti elezioni politiche. Bonsignore, dopo aver fatto da "garante politico ed economico" in Bancopoli (questo secondo le accuse), con altri presunti esponenti del PDL, e dopo aver contribuito alle casse sociali del partito transfugo di Mastella, volete che rimanga con un pugno di mosche in mano, senza una ricompensa da parte dell'amico Silvio?
No di certo! Neanche un mese dopo la caduta del governo Prodi, don Vito brucia Mastella e Dini sul tempo e il 16 febbraio diventa un membro del PDL, accolto con tutti gli onori.

La storia potrebbe chiudersi qui, se non fosse che c'è un'altra faccenda ancora tutta da chiarire: i conti segreti degli italiani in Liechtenstein. Prima che i nomi dei titolari di tali conti segreti (ed illegali) venissero fuori, si vociferava di una caterva di esponenti politici legati alla faccenda. Una volta pubblicati i nomi, risulta presente un solo esponente politico oltre al reo-confesso Rocco Buttiglione. Indovinate chi? Bravi! Avete indovinato anche questa volta!
5,5 milioni di euro ancora non spiegati in un conto in Liechtenstein di proprietà di Vito Bonsignore.

Se consideriamo che sua figlia, Katia Bonsignore, è la socia di Stefano Previti, figlio di Cesare Previti, all'interno della società Azzurra 2000, che si occupa di certificare le carte delle imprese edili per i lavori pubblici, il quadretto viene anche più colorito.

Il mio post si chiude qui, con tante domande lasciate senza risposta. Mi auguro che qui non si chiuda anche tutta questa storia ancora aperta.

Fonti:
Don Vito, affari e politica dal divo Giulio a D’Alema, di Jacopo Jacoboni (La Stampa).
Vito Bonsignore nell'inchiesta Antonveneta, il Corriere della Sera.
Bonsignore, il politico-imprenditore che vota per il Contropatto, di Sergio Rizzo (il Corriere della Sera)
L'eroe delle due repubbliche, di Domenico Marcello (Diario)
Conti a Vaduz, spunta Bonsignore, di Guido Ruotolo (La Stampa).
Due anni a Citaristi, di Claudio Mercandino (La Repubblica)
Bancopoli, Wikipedia
Chi paga i partiti, di Primo Di Nicola e Marco Lillo (L'Espresso)

sabato 13 dicembre 2008

Ambiente al ribasso



Nella giornata di ieri, mentre il Tevere ha messo a durissima prova la sicurezza dei romani più di quanto avessero mai fatto le orde barbariche di immigrati ladri e stupratori che albergano notte e giorno nella mente del sindaco Alemanno,
mentre un milione e mezzo di persone scendevano in piazza in tutte le città di Italia per affermare il proprio NO alle ricette del governo per uscire dalla crisi economica che sta distruggendo il paese (e non da pochi mesi, bensì da anni) nel poco interesse dei mezzi di informazione (anche da parte di quei quotidiani che spesso si usa etichettare come "di sinistra", come oggi ci fa notare l'attentissimo Russo),
mentre, come ogni settimana che si rispetti, hanno avuto spazio le solite boutades del nostro premier (dal "Non parlava di me" in risposta alle accuse di Napolitano di voler cambiare la Costituzione con leggerezza al "Il voto a Di Pietro è un abiezione morale" dopo aver specificato che chi lo vota lo fa perché "ha un brutto carattere");
mentre accadeva tutto questo, si è giunti ad un passo conclusivo su un tema molto importante: la ratifica del trattato 20-20-20 dell'Unione Europea.

L'entusiasmo per l'approvazione di un importante documento come questo è stato stroncato dalla rincorsa al ribasso sui vincoli d'inquinamento, ribassi ritenuti necessari per consentire un'approvazione unanime anche dai paesi campioni di inquinamento come l'Italia e tutti quei paesi dell'ex blocco sovietico.
Il piano era chiaro: riduzione del 20% delle emissioni inquinanti, 20% dell'energia prodotta da fonti rinnovabili e incremento del risparmio energetico pari al 20%. Ma, punto più importante, tutte le imprese che sono costrette ad inquinare avrebbero dovuto pagare una sorta di multa sempre crescente e in proporzione all'inquinamento prodotto, che sarebbe andata a finanziare le politiche per il raggiungimento del piano 20-20-20.
Questo finché l'Italia non è riuscita ad imporre numerose ecccezioni: tutte le imprese nazionali che producono carta, vetro, ceramica potranno inquinare fino al 2020 in maniera sconsiderata, senza contribuire economicamente al raggiungimento degli obiettivi.
Tutte le altre pagheranno con modalità ridotte e spalmate sempre più nel tempo.

Certo c'è da esultare, visto che il nostro paese era pronto al veto o al boicottaggio dell'intero piano, che riteneva una vera e propria distruzione dell'economia nazionale. Il settore eolico in Italia provvede già a fornire posti di lavoro per oltre 65 mila unità. In altri paesi (Spagna, Germania, paesi scandinavi etc.) la crescita vertiginosa delle energie rinnovabili e del risparmio energetico stanno creando nuove e numerosissime opportunità di lavoro, opportunità di lavoro per di più finalizzate a scopi ambientali virtuosi.
Il nostro governo percepisce invece il risparmio energetico e le energie alternative come un ostacolo alla crescita. Meglio l'obsoleto nucleare e lo spregiudicato perseguimento dell'inquinamento senza regole.

Nei nostri quotidiani, da Repubblica al Corriere, passando per la Stampa e tanti altri ancora, si parla di grandioso successo, si riportano tutte le dichiarazioni entusiastiche dei vari capi di stato e di governo.
Bisogna finire sul sito internet di "El Pais" per leggere le prime forti accuse al piano da parte delle varie associazioni ambientalistiche. Associazioni che hanno premiato l'Italia conn il "Fossile del giorno", premio dedicato alla "vergogna" italiana sui temi ambientali.

La degna conclusione e l'ennesimo rilancio dell'immagine dell'Italia all'estero.

PS: Anche se un po' fuori periodo, informo che il prossimo post sarà dedicato ad una storia molto particolare, una storia di strani finanziamenti, di cadute di governo e di cambi di casacca politica. Una storia molto recente che lega Romano Prodi, Clemente Mastella, Silvio Berlusconi e Vito Bonsignore. Una storia molto poco limpida...

giovedì 11 dicembre 2008

Strategia della tensione all'indiana


Fonte: Big Picture

Chi non è rimasto rapito dalle immagini e dalle notizie che arrivavano in continuo aggiornamento due settimane fa dalla città di Mumbai, in India? E' immediatamente balzata alla mente di molti l'immagine delle due Torri Gemelle in fiamme in quella terribilmente celebre mattinata di fine estate a New York. Non a caso i giornalisti occidentali più rampanti hanno subito tentato di etichettare quegli avvenimenti mentre erano ancora in corso come "l'11 settembre indiano".

Le notizie in quei momenti erano lacunose, non era ancora chiaro cosa stesse accadendo e per mano di chi. Una sola cosa era certa per tutti quanti: terroristi islamici, forse pachistani, stavano diffondendo terrore e morte tra la popolazione occidentale presente negli alberghi indiani. Roba da manuale del "Perfetto terrorista islamico che odia l'occidente".
Un terribile evento che potrebbe costituire un nuovo alibi inattaccabile per una nuova ondata di "esportazioni di democrazie" in Asia.

E se le cose non stessero esattamente così?

E' passata un po' in sordina la notizia dell'arresto del 6 dicembre compiuta dalle forze di polizia indiane a danno di due presunti basisti degli attentati. Si tratta di due indiani (non due pachistani) che avrebbero fornito ai terroristi le sim-card criptate per i loro telefoni cellulari.
Uno dei due si chiama Mukhtar Ahmed Sheikh. Il suo mestiere? Non certo quello di terrorista. Tutt'altro. E' un agente speciale della polizia indiana.

La spiegazione ufficiale fornita dal ministero dell'Interno di Nuova Delhi è che l'agente Sheikh fosse un infiltrato. Un episodio non di poco conto se accompagnato al fatto che le forze di sicurezza indiane avrebbero ignorato ripetutamente gli avvertimenti ricevuti prima dell'attacco.

Com'è possibile che la marina militare indiana, che aveva bloccato e ispezionato l'imbarcazione con a bordo i terroristi, non si sia accorta di nulla e li abbia lasciati proseguire per Mumbai?
Perché i terroristi, che secondo i media volevano colpire in particolare anglo-americani ed ebrei, hanno ucciso 141 indiani (di cui 40 musulmani) e solo 1 britannico, 5 statunitensi e 6 israeliani?
Perché all'inizio la polizia indiana aveva detto di aver catturato nove terroristi arrestati durante l'assedio a Mumbai, poi tre, e alla fine solo uno? Che fine hanno fatto gli altri?
Perché uno dei terroristi aveva un braccialetto con sopra raffigurato un simbolo sacro indù?
Perché diversi terroristi parlavano marathi, il dialetto locale?
Perché diversi testimoni hanno parlato di terroristi intenti a bere alcolici (poco consoni per integralisti islamici)?
Perché il capo dell'antiterrorismo indiano che prima degli attentati aveva parlato di collusioni tra terroristi islamici, servizi segreti deviati e il partito della destra nazionalista BJP, all'opposizione in India, è stata la prima vittima degli attacchi?
Qual è stato il ruolo dei servizi segreti americani, impegnati da subito nell'orientare le indagini e le responsabilità tutte verso i gruppi terroristici pachistani?

Tra pochi mesi, a maggio, ci saranno le elezioni in India. E il governo di centrosinistra di Sonia Gandhi attende con impotenza l'inevitabile sconfitta del suo partito e l'annunciata vittoria del Partito del Popolo (BJP).
C'è un partito di opposizione che raccoglierà i frutti di quanto accaduto. E sono molte le coincidenze che fanno cadere su di esso le responsabilità della strage.
Forse hanno ragione a definirlo l'11 settembre indiano: ci sono le stesse ombre, tante strane coincidenze e qualcuno che ci guadagna dalla tragedia.

Link consigliato
Mumbai, domande senza risposta, da Peacereporter.net

martedì 9 dicembre 2008

Una storia greca (e non italiana)


Un ragazzo, in memoria della rivoluzione portoghese, "dona" dei garofani agli agenti delle forze dell'ordine.
Foto:
Repubblica


E' un freddo giorno di inverno. Neanche poi tanto se si considera che siamo in pieno dicembre. E' però quel freddo umido che ti entra nelle ossa e che non ti lascia scampo. Di certo nessuno avrebbe mai immaginato che nel giro di qualche ora ci si sarebbe ritrovati immersi in un caldo infernale.

Da diversi giorni l'intera nazione è in subbuglio. La crisi economica, le riforme del governo di destra e le nuove leggi sulla messa in discussione dell'istruzione pubblica hanno acceso un focolaio che si pensava oramai sopito.

Se non fosse per il titolo di questo post, il pensiero di molti sarebbe balzato istantaneamente al nostro paese. Le similitudini sono tante, per qualcosa possiamo anche parlare di coincidenze, ma il resto della storia divide profondamente i nostri paesi.

E' un sabato. E' il 6 dicembre per l'esattezza. Il clima natalizio si sente a malapena.
Sono le 9 di sera. Ci troviamo ad Atene, precisamente nel quartiere Exarchia.
Come dicevamo, da giorni nella capitale, ma anche nel resto della Grecia, le proteste si susseguono numerose. Il governo del partito Nea Demokratia del premier Costas Karamanlis non gode più dei consensi di una volta.

Una pattuglia di polizia fa il suo ingresso per le strade di questo quartiere. Da sempre la presenza della polizia in queste zone non avviene mai per un semplice giro di routine, ma si tratta spesso e volentieri di una semplice provocazione. Soprattutto se a fare il suo ingresso trionfale in "terra nemica" è una volante del nuovo reparto d'elite chiamato Blue Suits, impiegato generalmente per la repressione dei disordini di piazza.

Un gruppo di ragazzi si avvicina alla volante. Nasce un duro alterco tra questo gruppetto di dieci, venti ragazzi, tra cui il giovanissimo Alexis Andreas Grigoropoulos, e i due agenti di polizia a bordo della volante. I ragazzi invitano senza troppi convenevoli gli agenti a levarsi di torno. La dura risposta degli agenti trasforma l'alterco in un vero e proprio scontro verbale; una parola dura da una parte, una dall'altra, e la miccia già pronta da tempo si innesca.
Alcuni ragazzi cominciano a lanciare pietre e bottiglie verso la volante. Logica voleva che gli agenti se ne andassero via. Ma non è stato così.
I due scendono dalla macchina armati e cominciano a sparare granate stordenti e colpi d'arma da fuoco. Sono bastati tre proiettili e una pistola puntata per centrare in pieno petto Alexis. La ferita mortale stronca per sempre l'esistenza di questo ragazzo sedicenne.

L'incendio è divampato. E non c'è abbastanza acqua per spegnerlo.

La crisi economica, gli oltre 4 anni di governo della destra greca e la scelta di dar vita a drastici tagli all'università pubblica assieme alla proposta di aprire alle università private (in Grecia l'istruzione privata non è ancora riconosciuta, a differenza di quanto avviene in Italia per la gioia di democratici, democristiani, dipietristi, leghisti e popolini della libertà che si danno battaglia per chi offre di più), un affronto che non venne tentano nemmeno dalla dittatura dei colonnelli, hanno creato un moto di proteste sempre crescente.
L'omicidio di un ragazzo di 16 anni ha fatto esplodere il tutto in maniera incontrollabile.

I due agenti vengono arrestati all'istante, quando le proteste però stanno già dilagando in ogni angolo della Grecia, da Salonicco a Patrasso, da Ioannina all'isola di Creta. Arrestati, condotti in carcere e in attesa del processo per omicidio volontario e favoreggiamento. Una storia decisamente non italiana.

Il ministro dell'Interno, Prokopis Pavlopoulos, e il sottosegretario con delega alla polizia, si assumono tutta la responsabilità del caso e rassegnano le dimissioni (altra storia molto poco italiana), che vengono però respinte dal premier Karamanlis, che desidera intraprendere una linea durissima contro le proteste (una storia già un po' più italiana).

Il resto della storia è abbastanza noto: comandi di polizia assaltati, banche invase, auto della polizia date alle fiamme. E' la parte della storia che tanto piace alle nostre tv nazionali.
Le opposizioni di sinistra organizzano manifestazioni su manifestazioni e al tempo stesso pregano i manifestanti di mantenere la calma. Ma non è così facile.

Il politecnico di Atene, noto per essere stata la fiaccola che ha dato vita all'incendio rivoluzionario che nel 1973 pose fine con durezza al regime dei colonnelli, è stato immediatamente occupato. La polizia non prova nemmeno ad entrare (storia per nulla italiana).

In Grecia si parla già di rivoluzione. E' una parola che vola casa per casa, strada per strada, città per città. Domani per la prima volta in assoluto, in occasione dello sciopero generale di 24 ore indetto dai sindacati, sfileranno fianco a fianco tutte le "sinistre" della Grecia: socialisti, comunisti e sinistra radicale. Per noi italiani che non ne abbiamo nemmeno mezza in Parlamento è complicato anche solo comprendere l'uso del termine plurale "le sinistre".

Quello che seguirà a tutto questo è storia sconosciuta per chiunque. Una sola cosa è certa: non è una storia italiana.


Link correlati:
Grecia: dov'era Dio quando veniva assassinato un ragazzino di 16 anni?, de Il Russo
Atene ci parla, di Luciana Castellina (Il Manifesto)

sabato 6 dicembre 2008

Onda su onda



L'onda si è arrestata. Le rivendicazioni sociali per il diritto allo studio e al sapere sono terminate miseramente. Grazie ad un progressivo, ma al tempo stesso rapido, scemare delle proteste, ora la pace sociale torna a regnare di nuovo sovrana nelle scuole.
Questa almeno è l'idea che il cittadino italiano si sta facendo e si farà inevitabilmente sulla questione scolastica ed universitaria, dando retta alle tv italiane.

Per un paio di settimane tutti i cosiddetti mass media erano in fibrillazione per la nascita di questo anomalo, forte e incisivo mezzo di protesta. Non si parlava d'altro. Ora non c'è quasi più nessuno che ne parla. Eppure le proteste sono attive tanto quanto prima. Continuano le assemblee, le autogestioni, le lezioni in piazza, i cortei per le strade di tutte le città italiane.
Dove sono finiti i mezzi di informazione?

E' questa la caratteristica preponderante dell'informazione in Italia: l'essere asservita alle due intoccabili e indiscutibili divinità, "Interesse politico dall'alto" e "Spettacolo". Se comincia a mancare l'aspetto spettacolare e innovativo, come il colpo di scena di un film, e se dall'alto si fanno pressioni sui direttori di testate giornalistiche e telegiornali, una notizia ha praticamente subito già la sua condanna a morte.

Per fortuna c'è qualcuno che in questi momenti riesce a riportare alla ribalta la questione studentesca, qualcuno di insospettabile ma al quale bisogna riconoscere questo pregio: la chiesa cattolica.
La richiesta di ripristinare interamente i fondi previsti per le scuole private ha riportato in auge la questione "scuola". E' bastata una ramanzina al governo sui 133 milioni di euro di tagli previsti in finanziaria per le istituzioni scolastiche private, per riportare tutto in ordine.
E il ministro Tremonti, quello del "no", quello che si è opposto senza tentennamenti alle richieste di maggiori fondi economici per le famiglie, per i lavoratori e per le scuole di questo paese ("i soldi non ci sono"), nel giro di qualche ora, per bocca del suo sottosegretario Giuseppe Vegas, ha subito detto sì, prostrandosi ai sacri piedi di Sua Santità, ai fondi per le scuole private.

Per le scuole di Sua Santità i soldi ci sono sempre. Per gli studenti delle scuole pubbliche e per le famiglie di questo paese no.

Ed è subito partita la corsa al rialzo. "Nuove misure a favore dei genitori per aiutarli nel loro diritto inalienabile di educare i figli secondo le proprie convinzioni etiche e religiose" è la nuova richiesta del pontefice massimo. Hanno tastato la durezza del governo, hanno toccato una sostanza molle e gelatinosa. Con un coltello dalla parte del manico, il gioco al rialzo contro una gelatina diventa anche troppo facile.

Ma ha ragione il governo: non è del tutto vero che è bastata una minaccia di mobilitazione clericale, l'onda cattolica, per smuovere il governo. In Commissione V (Bilancio e Tesoro) della Camera dei Deputati sono presenti più e più emendamenti che propongono il ripristino totale dei fondi per le scuole private.
Ma non sono emendamenti del centrodestra. O meglio, il PDL ha affrontato la questione solo in un secondo momento. I primi a chiedere di ricollocare in finanziare i famosi 133 milioni di euro sono state proprio le opposizioni parlamentari: il PD e l'Italia dei Valori.

L'articolo 33 della Costituzione Italiana recita:"Enti privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato".
Non è bastata la violazione di questo articolo costituzionale ad opera del ministro dell'istruzione del 1996 Luigi Berlinguer. Ora il centrosinistra si batte con vigore ad ogni tentativo di ridurre i fondi per le scuole private.

A questo punto non mi rivolgo al non-leader del PD Walter Veltroni, sarebbe tempo sprecato. Mi parlerebbe di dialogo, di cinema italiano e di riformismo. Allora mi rivolgo proprio al principale "peccatore", il dis-onorevole segretario, presidente, tesoriere e comandante unico dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro.
E' a lei, onorevole Di Pietro, lei che da anni ed anni, fino allo sfinimento, si lagna e combatte contro ogni tentativo di messa in discussione della Costituzione Italiana, a lei chiedo con quale dignità reclama con una certa pressione sul governo, a fronte di quasi 10 miliardi di tagli per scuole ed università pubbliche, di ripristinare fondi per le scuole private, fondi che i nostri padri costituenti decisero di concepire come anticostituzionali? Con quale dignità, onorevole? Con quale coraggio?
Se Berlusconi possedesse una scuola privata, lei onorevole starebbe già urlando al golpe argentino, non è così?

Link correlati:
Costituzione dimenticata, di Miriam Mafai (Repubblica)

giovedì 4 dicembre 2008

Questione di IVA (La storia della pay-tv italiana e dei cambi di posizione)


Nella foto, Berlusconi circondato dagli oppositori...

Siamo un paese davvero particolare; le nostre anomalie spuntano fuori in ogni momento.
Riesce ad avere una maggiore copertura a livello d'informazione l'aumento dell'IVA per le tv satellitari che l'aumento dei fondi per le scuole private, l'invio dei soldati per la missione militare in Georgia, i tagli alla sanità e altro ancora.
Ilaria D'Amico e Rupert Murdoch fanno in un giorno più opposizione di quanta ne abbia fatta il PD (lo so, è il solito ritornello). Senza ragioni alle spalle, ma l'hanno fatta.
Berlusconi diventa l'acerrimo nemico delle pay-tv e fedele sostenitore delle raccomandazioni europee e il PD e l'Italia dei Valori diventano i numi tutelari di Murdoch e della "tv dei ricchi".

C'è qualcosa che non quadra in tutto questo. E difatti, non quadra assolutamente nulla.

Era il dicembre del 1991 quando la Camera dei Deputati approvò la legge sulla "regolamentazione del sistema radiotelevisivo", in cui si consolidava lo status-quo illegale delle tv private (tra cui le 3 pay-tv Tele+ 1, 2 e 3 che trasmettevano anche in chiaro pur non avendone la licenza) e si poneva l'IVA agevolata per le tv satellitari al 4%.
Nel 1992, dopo il primo regalo ricevuto dalla legge Mammì e poi quello successivo grazie all'allora ministro delle Poste Maurizio Pagani (che poi passerà nel 1994 a Forza Italia, guarda il caso!), Berlusconi dichiarerà finalmente "Ora siamo liberi". Liberi di non sottostare più ai favori governativi di Craxi e Amato.

Nel 1995, alla fine del primo governo Berlusconi, sale al potere il "tecnico" di Forza Italia Lamberto Dini, appoggiato dal neonato Ulivo ma senza Rifondazione Comunista.
Anziché provvedere ad un riordino legale del sistema televisivo, si concentrano tutte le attenzioni sull'aumento dell'IVA per le pay-tv, allora ancora al 4%.
Il centrosinistra fa approvare in commissione Finanze alla Camera, il 29 giugno 1995, un'IVA al 19%. C'è un accordo con Rifondazione per approvare un aumento dell'IVA al 10%, ma alla fine il gruppo dei Progressisti/Ulivo opta a sorpresa per il 19%.
"Sciaguratamente" allora le tv satellitari erano diverse, non c'era una reale situazione di monopolio, e così partiti come Rifondazione cominciano a vedere nella pay-tv un possibile terzo polo tv. E così alla Camera, il 24 ottobre 1995, il partito di Bertinotti voterà assieme al centrodestra l'emendamento che porterà l'IVA al 10%, come da accordo iniziale con l'Ulivo.

E' questa la situazione: il centrosinistra punta repentinamente a portare l'IVA al 19% per colpire le tv di Berlusconi e quest'ultimo decide di salvarsi il deretano abbassandola al 10%, sfruttando l'allora visione idealistica (ed ingenua) di Rifondazione Comunista.

Fabio Mussi, attuale membro della Sinistra Democratica e quindi membro della Sinistra Arcobaleno con Bertinotti, dichiarava: "Questa è l' ultima goccia. Ora le possibilità di accordo elettorale con Bertinotti scendono a zero".
Su Repubblica spuntavano gli articoli di linciaggio verso il leader di Rifondazione: aveva fatto un regalo a Berlusconi portando l'IVA soltanto al 10%. Era tutta lì la questione: la percentuale dell'IVA. Della legge sul conflitto di interessi nemmeno l'ombra.
Il commento più curioso visto con il senno di poi? Quello di Romano Prodi: "Rifondazione Comunista ormai sta con il Polo e quindi non possiamo più dialogare. E' rottura completa".
Nell'Ulivo c'era chi ipotizzava persino un accordo elettorale e politico tra Polo e Rifondazione per il 1996.

Cos'è cambiato in questi giorni? Tutto.
Berlusconi da sostenitore dell'IVA al 10% (e possessore del 10% di Tele+) ora diventa il corazziere di guardia alle normative europee e sostenitore dell'aumento al 20% (come proprietario di Mediaset su digitale terrestre).
I membri del PD, allora tanti piccoli diavolucci coi forconi pronti a colpire il nemico "satellite", sostenitori dell'aumento dell'IVA, ora per bocca del loro non-leader Walter Veltroni parlano di "attacco ai tifosi di calcio e agli utenti Sky".
Di Pietro invece sorvola sulla questione in sé (cosa che è molto bravo a fare e che una volta tanto fa anche bene a fare vista la poca importanza intrinseca) e punta tutto sul problema del conflitto d'interessi (ça va sans dire).

Tutto è cambiato. Berlusconi lascia la pay-tv, la acquista Murdoch dando vita ad un monopolio televisivo che Berlusconi nemmeno aveva sfiorato, e le opposizioni diventano le guardie armate di Mr. Emittenza di sua maestà. C'è da anni una pericolosissima concentrazione di informazione televisiva nelle mani di un solo colosso televisivo a pagamento e lo scandalo si concentra solo ed esclusivamente sull'aumento dell'IVA del 10%.

Quando le questioni di principio valgono molto meno della mera sfida all'avversario politico. E quando le questioni di reale interesse per il paese valgono molto meno di un aumento IVA. L'Italia è il campo di battaglia delle truppe PD e PDL. Nulla di più. Una questione di predominio fine a sé stessa. Sulla pelle degli italiani.

martedì 2 dicembre 2008

L'ultima crociata


Un esempio di ciò che accadrebbe oggi con l'assenso della Chiesa cattolica.

Era il 1095 quando Papa Urbano II diede vita alla prima crociata cristiana contro "gli infedeli" verso la terra di Gerusalemme. Sono passati quasi mille anni da quella data, un tempo che analizzato in confronto agli eventi che si susseguono giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, sembra essere una vera eternità.

Un'eternità, è vero, ma un tempo non ancora sufficiente per godere di una maturazione culturale e civile di ciò che si usa definire "Chiesa cattolica". La religione cristiana/cattolica, come d'altronde fanno le altre religioni monoteiste, affonda le proprie radici su due principi cardine: la violenza e l'esistenza di un nemico (l'infedele). E' sufficiente leggere l'Antico Testamento (prima parte del "nostro" libro sacro), i suoi massacri, le pestilenze e le "colpe" dei singoli fatte ricadere sulle generazioni future, figlio dopo figlio, per capire quanto in confronto il Corano sia un libro per educande.

Prendete i massacri perpetrati dentro e fuori i "confini" europei, aggiungete la caccia alle streghe, sommate svariate crociate in "terra santa", metteteci le condanne a morte eseguite sulla testa di milioni di esseri umani, mescolate il tutto aggiungendo un rapporto privilegiato con i peggiori regimi tirannici della storia umana (fascista, nazista, franchista, cileno), eliminate da tutto questo il messaggio cristiano e la rinuncia al potere materiale, ed ecco che avete creato nel giro di un paio di millenni la peggiore istituzione che la storia potrà mai ricordare.

Cosa ci si può aspettare da un'istituzione con questo straordinario curriculum storico in tema di omosessualità?

L'Unione Europea, su iniziativa della presidenza di turno francese, ha approvato all'unanimità un documento che chiede alle Nazioni Unite di depenalizzare in tutto il mondo il reato di "omosessualità". Può suonare anche strano ed anacronistico, ma la maggior parte dei paesi della terra ancora oggi ritiene l'omosessualità un reato, un crimine, nella maggior parte dei casi da punire con la morte.

L'esigenza di arrivare all'approvazione di un tale documento diventa pertanto ovvia e naturale, ma a quanto pare non per tutti. Questa straordinaria, moderna e tollerante istituzione chiamata "Chiesa cattolica" ha espresso in maniera decisa la sua contrarietà.
"Gli stati che non riconoscono l'unione tra persone dello stesso sesso come 'matrimonio' - dice monsignor Celestino migliore - verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni".
Questa la folle e sconsiderata motivazione per il rifiuto.

Non importa se migliaia di persone in tutto il mondo continueranno a morire impiccate, lapidate o fucilate a causa del loro orientamento sessuale, l'importante è non considerare gli omosessuali alla stessa stregua dei "regolari"!
Un'istituzione ricca di eminenti personaggi dediti alla pedofilia, e sempre tollerati e salvaguardati dalle gerarchie vaticane, dovrebbe solo vergognarsi di definire l'omosessualità un'aberrazione, un crimine.

Tante parole finte a difesa della vita per poi chiudere gli occhi di fronte ad una sciagura internazionale.
L'aborto è un omicidio volontario, la condanna a morte di un gay o di una lesbica non lo è allo stesso modo. Allora domando: se si ammazza un feto che poi sarebbe diventato gay?

lunedì 1 dicembre 2008

The house of the setting sun



Il nostro ministro Tremonti ha una memoria un po' corta. Durante la conferenza stampa nella quale ha illustrato i diversi punti del decreto "anticrisi", si era già dimenticato dei vari articoli in base ai quali lo Stato metterà "le mani nelle tasche degli italiani".

Mentre l'Europa si danna per far ratificare il piano per la riduzione dell'inquinamento e per l'incremento della produzione di energia da fonti alternative (il cosiddetto piano 202020), mentre Barack Obama annuncia che uno dei suoi primi provvedimenti una volta Presidente consisterà nell'utilizzo di ingenti quantità di denaro per incentivare una rapidissima crescita di sistemi di produzione di energia da fonti rinnovabili, con lo scopo di porre fine il prima possibile alla dipendenza del petrolio e e di ridurre il contributo dell'energia nucleare, e mentre paesi come la Spagna, la Danimarca o la Germania sono oramai ad un passo dal raggiungere già oggi i parametri di "virtuosismo" ambientale richiesti, il nostro paese va, come sempre, in controtendenza.

Dopo aver annunciato l'intenzione di far rinascere il nucleare nel nostro paese e dopo aver dichiarato di non voler ratificare il piano europeo per l'energia, ora l'ultima novità del governo Berlusconi: l'abolizione del rimborso statale del 55% delle spese sostenute dai cittadini per i lavori di casa relativi mirati "efficienza energetica".

Due anni fa l'allora ministro dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, consentì a tutti i cittadini italiani di detrarre dalla dichiarazione dei redditi il 55% delle spese sostenute per l'installazione di pannelli solari, caldaie a condensazione, cambio di infissi e interventi di efficienza per il risparmio energetico in generale.

Ora non sarà più così. Con valore retroattivo, anche per chi ha terminato da tempo tutti i lavori necessari, sarà ora compito del singolo contribuente fare una richiesta espressa (non più legata alla dichiarazione dei redditi) di rimborso delle spese presso l'Agenzia delle Entrate, che avrà 30 giorni di tempo per decidere se la richiesta è accettabile o meno. E che per legge potrà anche non rispondere, strafregandosene delle richieste pervenute.

Molti di voi si chiederanno: "E chi ha sostenuto ingenti spese confidando sui fondi messi a disposizione dallo Stato, dopo essersi lasciato giustamente trascinare verso il principio del risparmio energetico e della riduzione dell'inquinamento?".
La risposta è chiara: che si fotta! Se è fortunato godrà di qualche detrazione, altrimenti nisba!
In compenso se guadagna 22 mila euro lordi l'anno per mantenere una famiglia di almeno 5 elementi potrà godere (non prima di febbraio) del bonus di circa 200 euro. Altrimenti nemmeno quello. Con tanti cari saluti ed auguri di buon natale!

L'unica nota parzialmente positiva viene dalle regioni Puglia e Piemonte. I rispettivi presidenti, Nichi Vendola e Mercedes Bresso, hanno sottoscritto un patto d'intesa in cui impegnano le loro regioni a raggiungere i parametri definiti nel protocollo europeo 202020 sulle emissioni inquinanti e sull'energia rinnovabile, anche se contrariamente alle decisione prese a livello nazionale dal governo Berlusconi.

Per chi ha già avviato i lavori per l'efficienza energetica, non resta che trasportare la propria casa in una di queste due regioni e sperare nel fato...