sabato 17 ottobre 2009

L'inganno della privatizzazione idrica italiana



Nel luglio del 2008 il Parlamento italiano approvava la legge 133, il collegato alla finanziaria 2009, divenuto celebre per la grande mole di tagli alla spesa pubblica. Tra i punti del provvedimento emergeva il 23-bis, l'articolo che normalizzava il settore dei servizi pubblici locali a rilevanza economica, servizio idrico compreso, imponendo l'affidamento tramite gara ai privati e consentendo la prosecuzione del servizio pubblico (il cosiddetto "affidamento in house") solo in casi eccezionali e ben motivati.
Una logica, questa, condivisa anche dalle opposizioni (PD, UDC e IDV), contrarie al provvedimento solo a causa della presenza della possibilità di affidare il servizio di distribuzione dell'acqua senza gara d'appalto a ditte a capitale misto pubblico-privato (procedura vietata dall'Unione Europea).

Il 18 settembre scorso il Consiglio dei Ministri approvava il decreto-legge di applicazione degli obblighi comunitari europei, ora in discussione nell'aula di Palazzo Madama. Tra gli articoli, il numero 15, che rafforza la concezione privatizzante dei servizi pubblici locali.

Viene spesso presentato come concetto di base per la privatizzazione del servizio idrico nazionale l'obbligo di adeguamento alle direttive europee. E' ormai divenuta una consuetudine radicata giustificare la privatizzazione dell'acqua con il termine "Europa"; la presenza di una norma di privatizzazione dei servizi in un decreto di attuazione degli obblighi europei la dice lunga.

La verità, purtroppo, non ha diritto d'asilo in questa vicenda e così un dato di fatto importante viene ripetutamente ignorato: l'Unione Europea non ha mai chiesto la privatizzazione dell'acqua per nessun paese europeo. Tutto il contrario.

Le due direttive europee 92/50/CEE e 93/38/CEE sono il punto di partenza della richiesta di apertura alla concorrenza dei servizi pubblici nazionali e locali. Vengono spesso prese a riferimento dai fautori della privatizzazione, eppure entrambe escludono dagli obblighi di mercato, tra gli altri, il servizio idrico, oltre a consentire comunque, anche per le altre tipologie di servizi, gli affidamenti "in house".

Un concetto ribadito da una celebre direttiva europea, datata 12 dicembre 2006, informalmente nota con il nome di "Bolkestein" [PDF]. All'articolo 17 della direttiva si esclude esplicitamente dalla regola della "libera circolazione dei servizi" (ovvero l'apertura al mercato comunitario) proprio il servizio idrico.

La stessa direttiva all'articolo 1 lascia ai singoli stati membri la possibilità di definire quali siano i servizi ad interesse economico e quali siano intrinsecamente quelli non a scopo di lucro, consentendo per questi ultimi il divieto totale di apertura al mercato.
L'Italia, dopo 3 anni, non ha ancora stabilito una distinzione di questo tipo. E si avvia verso la privatizzazione di tutti i servizi.

Le norme approvate negli ultimi tempi in Italia sono chiare: apertura ai privati per tutte le tipologie di servizio locale e affidamento al pubblico solo in via eccezionale, un requisito che l'Europa non ha mai chiesto. Al contrario, nelle ripetute direttive emanate ha sempre indirettamente invitato a definire determinati servizi come di interesse pubblico e non commerciale, mettendoli di conseguenza al riparo dagli sguardi vogliosi del mercato.

Considerata quella che è la linea politica nazionale, sembrerebbe quantomai prossimo il giorno in cui i privati avranno definitivamente il via libera per l'accesso al servizio di distribuzione dell'acqua potabile.
Un grosso errore di valutazione: l'acqua, in Italia, in parte, è già privatizzata.

Gli esempi sono diversi. Si parte da Cuneo (1 società a capitale 90% privato, EGEA SpA, e 2 società da essa controllate) per arrivare a Palermo (Acque Potabili Siciliane SpA, totalmente privata), Enna (Acqua Enna SpA, privata), Caltanissetta (Acque di Caltanissetta SpA, privata) e Siracusa (ATI Sogeas, privata a partecipazione minoritaria comunale), passando per Frosinone (Acea ATO 5 SpA, privata con quota di maggioranza di Acea SpA, partecipata dal Comune di Roma) e Reggio Calabria (Acque Reggine SpA).

Ben più numerose, invece, le società a capitale misto operanti nei diversi ATO d'Italia (34 dal Piemonte alla Sicilia). 64 le rimanenti società a capitale interamente pubblico deputate alla gestione dei servizi idrici locali.

Emblematico il caso di Palermo: la gestione del servizio idrico dell'ATO 1 è stato assegnato alla Acque Potabili Siciliane SpA in una gara d'appalto aperta (lo impone la legge) ma che ha visto la partecipazione della sola ditta poi vincitrice dall'appalto.
Un'assegnazione decisamente poco trasparente, soprattutto se è riuscita a scatenare diverse preoccupazioni espresse anche dal Comitato per la vigilanza sull'uso delle risorse idriche, organo pubblico di monitoraggio e osservazione e che fa riferimento direttamente al Parlamento.

La durata dell'appalto? Trentennale, naturalmente.

10 commenti:

  1. Tutto vero purtroppo, la battaglia contro la privatizzazione dell'acqua sembra una battaglia ormai persa, nel silenzio più assoluto si arriverà anche ad essa in tutto il territorio facendola passare come la cosa più naturale del mondo.
    Il problema è che la cosa è trasversale, quasi che a garantire un bene pubblico come l'acqua sia battaglia da particolarismo e non da interesse comune: pazzesco!

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  2. Il tuo blog è utilissimo perché smaschera le tante bugie. Ma è anche disarmante il silenzio con il quale si sta privatizzando l'acqua. Disarmante e senza speranza

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  3. Mi pare che su La Stampa di venerdi ci sia un articoletto sui rincari.
    Dopo guardo e ti dico.

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  4. Interessante vedere che in una gara d'appalto concorri una sola ditta, a Palermo. Non so il perchè caro Alessandro, ma fosìrse sono io che vedo la mafia dappertutto...

    Complimenti per queste tue continue ricerche sul petrolio blu.

    Sembra ritornare agli albori della mafia, quando nacque per il controllo dell'acqua...

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  5. Era il 23 Febbraio quando tutto questo ebbe inizio. Scrissi un post allora, così come ne avevo scritto uno a Dicembre 2008.
    Se controlli il denaro controlli molto. Se controlli il petroli controlli di più. Ma se controlli l'acqua, controlli tutto.
    http://www.francescoamato.com/blog/2009/02/23/acqua-sempre-piu-privata-il-via-definitivo-provoca-sempre-piu-soprusi/

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  6. Non dovremmo permettere tutto ciò, e invece riescono a farci accettare anche le cose che solo qualche anno fa, sembrava impossibile potessero accadere.

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  7. Bravo! Va detto chiaramente che l'UE non ha mai detto di privatizzare l'acqua tant'é vero cha la Francia sta tornando indietro avendo il Sindaco di Parigi fatto a suo tempo campagna elettorale dichirarando che l'acqua dei loro rubinetti doveva essere pubblica e non privatizzata!

    Qui gli interessi sono altri e si vede.... anche per l'opposizione che, oggi, si interroga su questioni di moda: calzettoni turchese o spaiati? Sic....

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  8. bravo tauro.. mi fai venire in mente che forse un po' tutti dovremmo fare nostra la lotta perché l'acqua rimanga un bene pubblico.
    inoltre, se non ricordo male, la prima proposta di privatizzare l'acqua in italia fu fatta dall'allora ministro lanzillotta. temo di non sbagliarmi.
    la privatizzazione dell'acqua è la più grande bestemmia concepibile. ma rientra ormai nell'ordine delle cose.
    saluti

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  9. Bene, come si vuol dimostrare: se l'Europa va a sinistra l'italia va a destra.
    Siamo nella regola e siamo tutti felici e contenti.
    Eusebio.

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  10. Allora.

    Le città dove l'acqua costa di più (anno 2008):
    Agrigento €445/anno
    Arezzo €386/anno
    Firenze €378/anno
    Dove costa di meno, stesso anno:
    Milano €106
    Isernia €114
    Pordenone €131

    Variazioni nel 2008 rispetto al 2007:
    Basilicata +16%
    Campania +10,5%
    Emilia R. +8,2%
    Veneto +6,3%
    Umbria +6,2%
    Toscana +5,8%
    Piemonte +4,1%
    Puglia +4%

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