sabato 29 agosto 2009

La degna opposizione di un indegno governo



E' questa l'Italia. Paese diviso a metà tra inquisitori e inquisiti. Paese di moralisti senza morale.
Un paese ricco di puttanieri che odiano vedere prostitute per strada "sennò i bambini si scandalizzano", di chi vorrebbe rimandare gli stranieri a calci in culo nel proprio paese dopo averli però opportunamente sottopagati nelle proprie fabbriche nel nordest o nei campi di pomodoro nel sud d'Italia, di chi disquisisce dell'omosessualità come pratica innaturale e poi molesta o violenta bambini, di chi parla di pace con un cingolato alle proprie spalle, di chi scende nella trincea della Chiesa Cattolica a giorni alterni.

E' questa l'Italia, quella in cui un giorno l'opposizione fronteggia a ranghi sparsi la Chiesa ed il governo sull'ora di religione cattolica e quello successivo si ritrova a difendere la prima contro il secondo quando si parla dei vizi del premier o dei linciaggi mediatici lanciati da un giornale di famiglia.
E' l'Italia in cui le forze "progressiste" spendono la propria opposizione difendendo la sacralità del matrimonio, i costumi morigerati dell'uomo di Stato, le missioni militari all'estero, la detassazione degli stipendi mentre le forze "conservatrici" al governo affrontano il divorzio come fosse una pratica qualunque, difendono i costumi libertini nel privato, discutono sull'opportunità e sui tempi del ritiro delle truppe e parlano di partecipazioni dei lavoratori agli utili aziendali.

Siamo il paese in cui le barricate sono sempre due. Due fronti di guerra sempre più simili. Quello di Feltri ed Il Giornale da una parte e quello dei vescovi dall'altra, in questo caso. E bisogna fare una scelta di campo necessaria. Perché stare nel mezzo e non difendere nessuna delle due parti significa esporsi al fuoco incrociato.
Critica entrambe le fazioni in guerra e ti ritroverai a combattere da solo. E sarai uno dei tanti Luttazzi, Guzzanti, Biagi, Montanelli.
Una vittima del fuoco amico (sempre che esita) e di quello nemico. Privato anche dell'onore delle armi che si concede al vero avversario.

Lo scontro tra l'Avvenire ed il Giornale, tra la Chiesa Cattolica e la maggioranza di governo, tra i moralisti cattolici e quelli berlusconiani, tra gruppi di personaggi pronti al j'accuse dei costumi altrui mentre nascondono montagne di scheletri nei propri armadi, sta divorando la curiosità e l'attenzione dei media e degli italiani.
E ancora una volta questo genere di scontri, l'annullamento della presenza del premier alla Perdonanza aquilana ultima delle conseguenze, riesce ad indebolire l'esecutivo più di ogni altro attacco.
E così inizia a montare quel desiderio di usare ogni arma possibile per colpire il dittatore. Possibilmente quella che genera più scalpore mediatico, anche se sembra essere la meno seria e la più spuntata delle armi.

E la conseguenza è sotto i nostri occhi, sempre che la si voglia vedere: gli attacchi più duri rivolti al nostro premier (e quelli meglio organizzati) affondano le radici sulla conoscenza di ragazzine minorenni, sul divorzio dalla seconda moglie, sull'utilizzo finale di prostitute più che sui possibili reati connessi, sulle polemiche "moralistiche" con la Chiesa, sulle gaffes durante i vertici.
Mentre temi ben più forti come la guerra in Afghanistan, le mancate politiche anti-crisi del governo, l'assenza di politiche sociali, la scellerata ricostruzione in Abruzzo, la riduzione progressiva dei fondi FAS per il sud, l'avversione al riconoscimento di pari diritti per l'universo omosessuale, leggi sull'immigrazione al limite della deportazione sommaria, lodi ministeriali salva-criminali, la gestione della pubblica istruzione finiscono per essere recepiti come argomenti marginali, quasi insignificanti, da parte degli stessi detrattori del governo.

L'indignazione della presunta opposizione è talmente forte quando si scopre che il Presidente del Consiglio ha un ingiustificato ed inspiegato rapporto con una ragazza appena diciottenne, che quando questi avvia un piano di occupazione generalizzato dei mezzi di informazione, dalle due reti RAI filo-governative a quella presunta oppositrice, dai tre canali radio alla straordinaria Rainews24, arrivando a querelare Repubblica e i quotidiani di mezzo mondo e a portare il proprio interesse imprenditoriale ed editoriale su quotidiani come El Pais, possibile vittima pregiata di scalate economiche arcoriane, finiscono per mancare le parole necessarie per mostrare il pericolo anti-democratico a cui si sta andando incontro.

E l'indignazione sembra essere la stessa utilizzata per una vicenda Noemi. O per certi versi anche minore.
Le liaisons dangereuses del premier finiscono per tenere banco più delle scelleratezze pubbliche e politiche operate dal suo governo. Compresi gli attacchi ai fondamenti democratici del paese. E non perché lo voglia Sua Maestà, ma perché lo vuole anche e soprattutto la presunta opposizione.

Un'opposizione che tardi, troppo tardi, finirà per accorgersi di essere diventata la copia del proprio avversario. Non nell'atto pratico, ma nella mentalità. Quella che non si sradica in pochi giorni.

venerdì 28 agosto 2009

La verità sulla morte di Carlo Giuliani occultata dallo Stato italiano


Il trailer del film documentario Videocracy, opportunamente rifiutato dalla RAI che non vuole vederlo e non vuole che venga visto.

Mai come per l'ultima sentenza sull'omicidio di Carlo Giuliani abbiamo potuto notare tanti titoli fotocopia. Se c'è una cosa che si impara osservando gran parte dell'informazione nazionale in occasioni come queste è che, oltre ad un decente senso etico del proprio mestiere, ai giornalisti nostrani (e soprattutto ai tanti riciclatissimi direttori) manca anche l'originalità.

I titoli riescono a spaziare al massimo tra "Per la Corte europea Carlo Giuliani fu ucciso per legittima difesa" a "Corte Europea: Giuliani al G8 ucciso per legittima difesa". Il record dell'originalità lo riserva "Il Tempo" con una sua personalissima visione della sentenza: "G8 2001: la Corte europea dà torto alla famiglia Giuliani".

Questo è ciò che i mezzi d'informazione nazionali hanno compreso della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo emessa il 25 agosto sul ricorso presentato dalla famiglia Giuliani contro le sentenze del Tribunale di Genova sull'omicidio di Carlo Giuliani.
Questo è ciò che i media hanno compreso e di rimando questo è ciò che è apparso e apparirà agli occhi degli ignari lettori e telespettatori di questo paese.

Eppure non è questa l'impressione che si ha leggendo con esattezza l'intera sentenza, il resoconto dell'esame giudiziario, i suoi 279 paragrafi.
La realtà descritta nel documento non nega certo la "legittima difesa" dell'agente Mario Placanica, il carabiniere che il 20 luglio 2001 uccise il ventitreenne Carlo Giuliani. Anzi, la afferma con chiarezza.
Ma aggiunge qualcos'altro. Qualcosa al cui confronto stabilire se da parte di Placanica ci sia stato o meno un eccesso di legittima difesa è come interessarsi del clima e della temperatura quando si parla del 25 aprile del 1945.

Qualcosa per cui sarebbe stato più utile titolare: "La verità sulla morte di Carlo Giuliani occultata dallo Stato italiano". Perché, in sintesi, è questa la bomba nascosta nelle righe della sentenza. Forse troppo nascosta per l'occhio stanco di direttori di tg cortigiani.

Ma non troppo per chi si è degnato di leggere con attenzione passi della sentenza come i seguenti:

"Il corteo raggiunse il tunnel della stazione all'incrocio con Corso Torino.
Improvvisamente, i Carabinieri sotto il comando del signor Mondelli lanciarono lacrimogeni sui dimostranti.
Alle 14:29 il centro di comunicazioni ordinò a Mondelli di recarsi rapidamente in Piazza Giusti, nel mentre le Tute Bianche procedevano lungo il percorso del corteo attraverso Corso Gastaldi. Sebbene esistevano 3 differenti percorsi per raggiungere la destinazione, Mandelli scelse la strada che portò la compagnia al rischio di incrocio con il corteo delle Tute Bianche, trascinandoli lungo Via Invrea verso l'intersezione con Corso Torino.
Pochi minuti dopo le 3 i Carabinieri si trovarono nel percorso dei dimostranti, attaccarono le Tute Bianche, dapprima usando i lacrimogeni, quindi avanzando e usando i manganelli.
L'attacco durò per circa due minuti. Esso non fu ordinato né dalla sede di controllo dei Carabinieri né da altre persone autorizzate a farlo".

Questo fu l'evento che scatenò sin dal 20 luglio gli scontri di piazza tra i manifestanti e le forze dell'ordine. Fu quest'attacco violento ed ingiustificato a rendere i minuti, le ore ed i giorni a seguire gli istanti della peggior barbarie alla quale un paese presunto civile avesse mai assistito.
La responsabilità di azioni scellerate di "capitani coraggiosi" viene messa nero su bianco da una Corte Europea di giustizia. E non è poco.

Il legame tra questa carica e la morte di Giuliani? Nel paragrafo immediatamente successivo:

"I Carabinieri spinsero i manifestanti indietro verso l'incrocio con Via Invrea. Una volta lì, i dimostranti si divisero: alcuni proseguirono avanti verso il mare, altri trovarono rifugio in Via Invrea e successivamente nell'area attorno a Piazza Alimonda.
Alcuni dimostranti risposero alle cariche, procurandosi oggetti solidi come bottiglie di vetro o pattumiere e cominciarono a lanciarli verso le forze dell'ordine.
[...] Una volta che l'attacco fu terminato, i Carabinieri abbandonarono Via Casaregis e quindi via Invrea, verso nord, prima di proseguire ad ovest lungo Via Tolemaide.
Uno di loro, Mario Placanica, era un Carabiniere di vent'anni, addestrato all'uso delle granate. Sofferente per gli effetti dei gas lacrimogeni lanciati da egli stesso durante i precedenti scontri, ottenne il permesso dal Capitano Cappello (comandante del contingente ECHO all'interno del CCIR - Contingente di Contenzione e Intervento Risolutivo) di entrare nella jeep allo scopo di allontanarsi dalla scena degli scontri.
Si accovacciò nel retro della jeep, ferito e in preda al panico, protetto da un lato da uno scudo e gridando ai dimostranti di allontanarsi o altrimenti "li avrebbe uccisi tutti".
Mario Placanica impugnò la sua Beretta 9mm, la puntò nella direzione del vetro posteriore frantumato della jeep e, dopo qualche decina di secondi, sparò due colpi".

E sugli attacchi ingiustificati:
"La Corte nota a questo proposito che la Corte Distrettuale di Genova [...] ha ritenuto in prima istanza che le azioni dei carabinieri relativamente all'attacco in questione sono state illegali e arbitrarie".

Sulla presenza di Placanica:
"Un certo numero di questioni certamente necessita di essere posto: se Mario Placanica, che era in un particolare stato mentale scatenato da un alto livello di stress e panico, avesse dovuto prendere parte a tale azione, se avesse avuto il beneficio di un appropriato addestramento ed esperienza; se un migliore coordinamento tra le diverse forze dell'ordine presenti sulla scena avrebbe impedito l'attacco alla jeep così da evitare vittime; infine, e soprattutto, se la tragedia si sarebbe potuta prevenire se ci si fosse preoccupati di non abbandonare la jeep, priva di equipaggiamento protettivo, proprio nel mezzo degli scontri, in particolar modo considerando il fatto che a bordo erano presenti persone ferite che continuavano a portare dietro delle armi".

"Dal punto di vista degli eventi precedenti, e dato che non è stata condotta alcuna indagine interna a questo proposito, un fatto che viene deplorato, la Corte non è in grado di stabilire l'esistenza di un collegamento diretto ed immediato tra le mancanze che possono aver influenzato la preparazione e la condotta del pubblico ufficiale e la morte di Carlo Giuliani. [...] Considerate le mancanze nell'esame forense e l'incapacità di preservare il corpo, non è sorprendente che i procedimenti giudiziari siano culminati nella decisione di non approfondire la vicenda. La Corte conclude che le autorità non hanno condotto un'indagine adeguata sulle circostanze della morte di Carlo Giuliani".

[...]

"In nessun momento è stato tentato di esaminare il contesto generale e di considerare se le autorità avessero pianificato e gestito l'operazione di ordine pubblico in un modo tale da prevenire incidenti come quelli che causarono la morte di Carlo Giuliani. In particolare le indagini non hanno tentato di stabilire perché Mario Placanica - che il suo ufficiale superiore ha considerato inadatto a continuare il proprio dovere a causa del suo stato fisico e mentale - non è stato condotto direttamente in ospedale, è stato lasciato in possesso di una pistola carica ed è stato collocato in una jeep che non aveva protezioni e che era stata tagliata fuori dal contingente che essa stava seguendo".

"Dal punto di vista della Corte, le indagini avrebbero dovuto esaminare questi aspetti almeno per quanto concerne l'organizzazione e la gestione dell'ordine pubblico, relativamente al colpo fatale, essendo strettamente legato alla situazione in cui si sono trovati Filippo Cavataio e Mario Placanica.
In altre parole, le indagini non sono state adeguate giacché esse non hanno cercato di determinare chi fossero i responsabili di quella situazione".


Stando alle parole della sentenza, la vera mancanza da parte italiana (una mancanza gravissima senza ombra di dubbio e che anche la Corte Europea ha definito deplorevole) è consistita nell'assenza di una indagine accurata che indagasse sull'organizzazione e la pianificazione dell'ordine pubblico, sulle responsabilità delle autorità nella gestione delle diverse operazioni.
Quello che una Commissione Parlamentare d'inchiesta, per propria natura, avrebbe potuto determinare con facilità. Anche solo per la morte di Carlo Giuliani, lasciando stare per il momento le ben più oscure vicende come le torture a Bolzaneto o il massacro alla scuola Diaz.

Sarebbe bastata una Commissione d'inchiesta. Quella che 2 anni fa in tanti hanno fatto a gara per ammazzare. E che hanno ucciso. Assieme alla verità.

martedì 25 agosto 2009

Ventimila Leghe sotto i mari


Le tre motovedette italiane per il controllo del mediterraneo secondo Pellescura.

E' difficile cominciare a parlare di una vicenda come questa con 5 giorni di ritardo.
La lontananza del sottoscritto da pc e reti internet ha mantenuto in una sorta di congelamento temporale questo blog. Eppure, assieme ad esso, sembra essersi arrestata anche la realtà che lo circonda.

Una realtà fatta di politica nazionale e chiesa cattolica, di bombe in Iraq e di bombe in Afghanistan, di unità nazionale e di patetici forzati regionalismi, di violenta omofobia a Roma e soprattutto di 73 esseri umani vittime dell'esasperazione di concetti come i confini nazionali e dell'irresponsabilità criminale dei tanti governi.

Ci troviamo di fronte al quinto giorno dopo il ritrovamento nelle acque nei pressi di Lampedusa di un gommone carico di 5 cittadini eritrei, superstiti di un viaggio infernale durato 23 giorni in balia delle acque del Mediterraneo, una traversata surreale che ha portato alla morte altre 73 persone.
Ci troviamo al quinto giorno e al momento una sola sembra essere la realtà: fatto salvo il fortunoso diritto d'asilo (un dirittucolo da quattro soldi che un governo serio e deciso fino in fondo avrebbe spazzato via assieme a quelli di soccorso e di accoglienza, recentemente annientati), finora gli unici responsabili in termini penali di questa strage sono i 5 compagni di viaggio miracolosamente sopravvissuti.
Perché i cinque, in base alla recentissima legge sull'immigrazione, oltre ad essere vittime, sono anche i carnefici di sé stessi, e quindi dovranno rispondere (salvo concessione dell'asilo) del reato di "ingresso irregolare in territorio italiano".
Delle 73 morti non ci sono ancora responsabili. La procura di Agrigento ha aperto un fascicolo per reato contro ignoti. Che rimarrà tale fino alla sua archiviazione tra qualche settimana.

295 chilometri la distanza tra Tripoli e Lampedusa, una porzione di mare pattugliata da decine di mezzi belgi, francesi, tedeschi, italiani, lussemburghesi, maltesi, portoghesi, britannici, rumeni, spagnoli, libici e tunisini, teatro di ben 2 missioni di ricognizione europee (EPN e Poseidon) e di una missione NATO (Active Endeavour) che impiega tra gli altri 460 soldati italiani alla ricerca da 8 anni di fantomatiche armi di distruzioni di massa.
In questo spazio un gommone carico di 78 cittadini africani riesce a passare inosservato e a vagare indisturbato per quasi un mese nel triangolo di mare compreso tra Tripoli, La Valletta e Lampedusa.

Questo secondo le nostre autorità, quelle maltesi e quelle europee che negano ogni possibilità di contatto. Contatto avvenuto almeno 10 volte secondo quanto riferiscono i 5 migranti. Compreso quello controverso con la Marina Militare maltese (che ribadisce ancora oggi di aver incontrato solo 5 passeggeri che "scoppiavano di salute" e infetti da inspiegabile "Malta-fobia", desiderosi di arrivare a Lampedusa anche morti piuttosto che sbarcare a La Valletta vivi).

Scrivere con qualche giorno di ritardo permette, in compenso, qualche agevolazione, come quella di avere un quadro più chiaro dei fatti. E consente di vedere dettagli che si perderebbero nella presentazione di notizie a raffica.
Come la sintonia tra la posizione del governo italiano e quello maltese negli istanti successivi al ritrovamento del gommone, entrambe incentrate sulla messa in dubbio del racconto dei superstiti, a causa della mancanza dei cadaveri dichiarati e delle "buone condizioni" fisiche dei superstiti.
O come i resoconti giornalistici sulle indagine della Procura di Agrigento, che inizialmente rafforzavano la posizione del governo italiano, parlando di assenza dei salvagenti che i migranti dichiaravano aver ricevuto dalla marina maltese, per poi invece riportare l'esatto contrario, ovvero la nascita delle indagini sull'omissione di soccorso proprio grazie al ritrovamento delle misteriose ciambelle di salvataggio.

Mai come in questa vicenda risulta ineccepibile la posizione del governo italiano: le colpe e le responsabilità di vere stragi come queste sono da attribuire quasi esclusivamente all'Unione Europea e alla sua politica sull'immigrazione, una politica mirata alla non risoluzione del problema centrale dei flussi migratori, una politica finalizzata al semplice respingimento in acqua dei migranti, ignorando questioni come i diritti umani e le sorti dei richiedenti asilo.
Niente di più e niente di meno di ciò che il nostro paese fa giorno dopo giorno.

Rispecchiando una volta tanto alla perfezione lo "spirito europeo".

Uno spirito tanto europeo quanto italiano, fondato sulla malsana idea che ignorare la presenza nel mondo di migliaia e migliaia di migranti e volgere lo sguardo dall'altra parte risolva magicamente il problema.
Un problema che fantomatiche agenzie europee come la Frontex, curiosi patti di alleanza italo-libici (da celebrare con tanto di feste in loco e frecce tricolori) e nuove leggi sull'immigrazione non sembrano in grado di risolvere.

Viviamo in un paese in cui si approvano direttive che impongono i respingimenti forzati dei barconi irregolari e che vengono eseguiti spesso e volentieri anche nelle acque territoriali maltesi (quelle che possiamo pattugliare quando bisogna respingere e che evitiamo invece quando dovremmo soccorrere); lo stesso paese in cui dei soldati diciannovenni della Marina o della Guardia di Finanza si devono tramutare magicamente in medici, esperti in diritto internazionale e navigati geografi, allo scopo di valutare stato di salute, rischi connessi al viaggio e studio delle probabilità di richieste d'asilo.

E' questo il nostro paese. Quello per cui la morte in acqua di 73 civili diventa un avvenimento come un altro.
D'altronde siamo un popolo con la memoria corta: il popolo che dimentica i 13 morti di Capo Passero, i 25 morti di Lampedusa del luglio 2008, i 40 di Roccella Jonica e le lacrime da coccodrillo del nostro premier nell'aprile 1997, allora leader dell'opposizione.

Un popolo così dimenticherà questa ennesima strage del mare tempo una settimana. Il tempo di buttare di nuovo in prima pagina il prossimo criminale straniero.

giovedì 20 agosto 2009

Papa chiama, Parlamento risponde


Immagine tratta da "Robe di cap".

E' dal giorno dell'insediamento del nuovo esecutivo Berlusconi che il nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è ritrovato a coprire il ruolo di indiretto protagonista delle vicende politiche del paese, tirato quotidianamente in ballo da una parte o dall'altra dell'intero arco parlamentare.
Critiche per mancate azioni da una parte, difesa delle mancate azioni dall'altra.
Ed il tormentone delle facoltà ammesse e quelle non concesse per un Presidente che torna a fare capolino ogni volta.

Questa volta il suo ruolo è senza ombra di dubbio rilevante, se non altro perché la vicenda che segue porta, nella sua conclusione provvisoria, il suo nome. Il suo ruolo.

La vicenda ha preso vita l'11 agosto scorso, ma forse sarebbe più corretto datare l'origine di ogni cosa al 20 settembre 1870, il giorno della Breccia di Porta Pia, oppure al 5 febbraio 1849, il giorno della nascita del più geniale progetto di stato democratico moderno: la Repubblica Romana.
O forse possiamo risalire ai tempi di Dante e dei conflitti tra Guelfi e Ghibellini. O magari anche all'epoca dell'imperatore Valentino.

Ma la questione resta sempre la stessa: la compenetrazione e il conflitto tra Stato e Chiesa Cattolica di Roma.

Tornando ai tempi più attuali, lo scorso 11 agosto il Tar del Lazio, sulla base logica della normativa vigente, pubblicava la sentenza emessa il 18 luglio [DOC] che stabilisce che i professori di religione, in virtù del loro status particolare, non hanno alcun potere decisionale sugli scrutini scolastici.
Se qualcuno avesse lanciato un ordigno esplosivo in Piazza San Pietro durante l'Angelus, l'indignazione collettiva conseguente sarebbe stata minore.

Alla diffusione della notizia, una corsa "all'armi" è scattata tra le file della politica italiana. L'intera maggioranza di governo e l'UDC si sono schierati in massa contro il TAR del Lazio e "contro la deriva laicista" che ora ostacolerebbe anche le libere scelte della magistratura. Una levata di scudi a cui ha preso parte anche un consistente manipolo del PD, ancora una volta spaccato nelle viscere tra "numi tutelari del Papa" e "laicisti senza Dio".
A favore della sentenza si è espresso invece il solito quintetto politico/sindacale: Italia dei Valori, Radicali, Sinistra e Libertà, comunisti e CGIL.

La questione alla base della sentenza è semplice: la presenza di crediti formativi assegnati agli studenti che frequentano l'ora di religione crea una evidente discriminazione a danno di quegli studenti che, non disponendo di materie alternative come Storia delle Religioni, Etica Morale Pubblica o altro ancora, finiscono per essere soggetti ad inaccettabili decurtazioni di punti.

Una sentenza che va a colpire l'ordinanza ministeriale 26/07 emessa dall'ex ministro Fioroni (PD) che equiparava la materia di religione cattolica a tutte le altre.

Tra i più indignati troviamo proprio l'ex ministro e la collega di partito Paola Binetti, profondamente offesa dal fatto che "così si creano insegnati di serie A e serie B; la religione non è un optional".
Una dignitosa dichiarazione, dimostrativa però della profonda ignoranza del parlamentare nei confronti delle leggi che regolano il nostro paese, come la connotazione facoltativa dell'insegnamento della religione cattolica o la profonda differenza legale tra gli insegnanti di serie A, scelti dallo stato attraverso graduatorie e concorsi, e quelli di serie B, scelti senza alcun criterio specifico da parte della curia vaticana.

Ad aggiungere benzina sul fuoco è arrivata ieri, con una tempistica cinematografica, la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto del Presidente della Repubblica n. 112, scritto il 22 giugno 2009.
In esso si stabilisce (articolo 4 comma 3) che l'insegnamento della religione cattolica prevede un giudizio di fine anno non esprimibile in voto numerico, per cui risulta impossibile un contributo a determinare la media aritmetica.
Ciò nonostante, si aggiunge (articolo 6 comma 3) che al giudizio sul credito scolastico finale partecipano tutti i professori, compreso quello deputato all'insegnamento della religione cattolica.

Un DPR che non aggiunge nulla di nuovo alla legge già contestata dalla sentenza, se non la ratifica di un privilegio e di una distinzione religiosa istituita per legge.
Una condizione di disparità profondamente avversata, oltre che dalle istituzioni laiche scolastiche, da tutte le confessioni religiose non cattoliche italiane, dalle chiese evangeliche agli avventisti del settimo giorno, dai luterani alle comunità ebraiche.

Dall'altra parte l'ex ministro Gentiloni ha subito invocato, avvolto da uno straordinario spirito bipartisan, l'impugnazione della sentenza da parte del suo successore: il ministro Mariastella Gelmini.
E parlano di mancato dialogo...

PS: Sulla vicenda dello scioglimento del comune di Fondi (LT) segnalo l'ottimo post dell'amico la Volpe su "la Piccola Bottega degli Orrori".

martedì 18 agosto 2009

I tre gradi di giudizio ed il grado zero: la vicenda dell'Onorevole Francesco De Luca



Ne veniamo a conoscenza per la prima volta durante la scuola media o al più durante i primi anni delle superiori. Un insegnante di storia entra in aula per la lezione di Educazione Civica (fondamentale materia introdotta dal compianto storico leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro) e spiega a noi poveri studentelli ancora troppo acerbi per comprendere bene il tutto cosa significhi il termine processo.

Scopriamo i significati di innocenza e colpevolezza, la differenza tra processo civile e processo penale ma, soprattutto, scopriamo che esistono 3 gradi di giudizio al termine dei quali è possibile stabilire con certezza se una persona è colpevole di un reato contestatogli o meno.

Nessuno ci aveva mai spiegato che non tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge e che c'è qualcuno che può usufruire di un ulteriore grado di giudizio, che precede gli altri tre. Un grado di giudizio zero.

Quella che segue è una storia che possiamo definire quasi vecchia. Sono passati 3 mesi da quando essa ha avuto fine.
E' una storia passata sotto silenzio, probabilmente perché apparentemente comune a tante altre. Eppure è una vicenda di un'importanza epica. E' quella che istituisce e spiega cosa è il grado di giudizio zero.

La storia è quella dell'onorevole Francesco De Luca, classe 1961, Popolo della Libertà.

Il 12 maggio 2008 la Procura di Milano invia presso la Camera dei Deputati una formale richiesta di acquisire i tabulati telefonici di tre utenze riferibili al deputato De Luca (una privata, una intestata al Senato della Repubblica ed un'altra intestata ad un certo Alfonso Caputo). Lo scopo del pubblico ministero consiste nel verificare la sussistenza dell'ipotesi di reato di tentata corruzione che vedrebbe protagonista lo stesso De Luca.
Dalle intercettazioni effettuate sul telefono di Barbara Sabadini, avvocato difensore di 4 camorristi imputati di omicidio presso il Tribunale di Milano, sembrerebbe emergere un accordo tra il legale dei 4 mafiosi e l'onorevole De Luca, finalizzato alla corruzione del giudice di Cassazione incaricato del processo finale a carico dei quattro imputati.

Lo scopo della raccolta dei tabulati consisteva nel verificare se De Luca si fosse mai messo realmente in contatto con il magistrato di Cassazione.

Francesco De Luca ha rigettato le accuse sin dall'inizio, spiegando che si trattava di promesse fatte senza un reale intento e che in nessun modo aveva tentato di mettersi in contatto con il giudice di Cassazione.

Espresse quindi la chiara volontà che si acconsentisse alla raccolta dei tabulati. Voleva uscirne pulito ad ogni costo.

Una scelta encomiabile, ma che i suoi colleghi non avrebbero mai potuto vedere allo stesso modo. Accettando la richiesta legittima di un giudice avrebbero creato un pericoloso precedente: i giudici avrebbero potuto entusiasmarsi troppo e si sarebbe rischiato di mettere a repentaglio lo spirito corporativistico e cameratesco che alberga nei corridoi, nelle aule e negli uffici di Montecitorio.

E fu così che la richiesta venne irrimediabilmente rigettata. Dalla Giunta per le Autorizzazioni prima e dalla Camera in seduta plenaria poi, con soli 44 voti a favore della richiesta del magistrato (deputati IDV e qualche esponente PD sfuggito alla tentazione dell'astensione).

Leggendo le motivazioni del diniego parlamentare scopriamo così che esiste questo famoso grado zero di giudizio, con valore propedeutico per gli altri, e che a differenza dei normali processi non richiede motivazioni sensate, visto che le motivazioni per cui si rifiuta la richiesta sono le seguenti:

Sisto (Popolo della Libertà): "Il giudice relatore della causa (il magistrato di Cassazione presunto corrotto, ndr) è persona di inattaccabile probità e di professionalità notoria, anche in virtù di numerose apprezzate pubblicazioni".

Paolini (Lega Nord): "Gli elementi contenuti nella documentazione pervenuta rivelano solo preliminari e forse non autentici scambi di intese tra soggetti vari che non sono sfociati mai in un approccio con il pubblico ufficiale. Siccome di tale proposta (la corruzione, ndr) non vi è traccia negli atti, la sua condotta sarebbe un tentativo di istigazione alla corruzione".

In altre parole, il magistrato cerca prove per l'ipotesi di corruzione. Per averle chiede di utilizzare i tabulati telefonici. Questi gli vengono negati perché il magistrato li sta chiedendo senza avere prove.
E basta questo contro-senso fatto sillogismo per emettere un vero e proprio verdetto di innocenza.

Senza alcuna possibilità di proseguire le indagini, 3 mesi fa, nel maggio scorso, i pm responsabili dell'inchiesta hanno archiviato il tutto.
Per somma gioia dello stesso De Luca e dei suoi colleghi parlamentari e di Luigi Ferrarella del Corriere che lo definisce "prosciolto".

Grazie al grado zero. Della cui esistenza eravamo completamente ignari.

Tutta colpa di Aldo Moro.

venerdì 14 agosto 2009

L'Italia è una Repubblica sismica fondata sull'incuria




L'Italia è una Repubblica sismica fondata sull'incuria. La sovranità appartiene al Governo, alla Protezione Civile e alle Regioni che la esercitano allo scopo di non evitare disastri.

E' ciò che andrebbe scritto come articolo primo della nostra Costituzione e su manifesti da affiggere ad ogni valico, aeroporto o porto di mare d'Italia. Sarebbe una straordinaria opera di informazione ed un eccellente lavoro di pubblico servizio.
I cittadini saprebbero ciò che meritano e ciò a cui vanno incontro.

Abbiamo visto quali sono le responsabilità indirette della Regione Abruzzo di Giovanni Pace (PDL) e di Ottaviano Del Turco (PD) per quanto concerne la mole di danni ed il terrificante elenco di vittime, conseguenze non inevitabili del terremoto.
Abbiamo saputo con molta difficoltà del sopralluogo effettuato dalla Collabora Engineering SPA per conto della regione Abruzzo, sopralluogo finalizzato alla valutazione del rischio sismico per gli edifici strategici della regione e ai necessari lavori da effettuare per la messa in sicurezza (lavori accuratamente evitati).

Era il novembre del 2002 quando il terremoto in Molise andò a colpire San Giuliano di Puglia, causando il crollo della scuola in cui persero la vita 62 persone, tra cui 57 bambini.
Il dolore e l'indignazione pubblica furono fortissimi, tanto da mobilitare a dovere l'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che appena 4 mesi dopo, il 23 marzo 2003, scrisse l'ordinanza numero 3274, che obbligava le regioni a catalogare i propri comuni all'interno della nuova classificazione sismica e ad avviare entro 6 mesi i sopracitati lavori di sopralluogo.

I criteri per la classificazione sismica erano chiari: i comuni con un rischio sisma superiore a 0.25 (valutato tecnicamente come accelerazione orizzontale con probabilità di superamento pari al 10% in 50 anni) rientravano automaticamente in zona 1.
Scendendo via via con il livello di rischio, si passava progressivamente alle zone 2, 3 e 4.

La mappa del rischio era la seguente:



La zona in viola indica il tasso di rischio cui far corrispondere la zona 1. L'Aquila vi è immersa dentro.
Ciò nonostante L'Aquila ed i comuni circostanti vennero classificati da Regione Abruzzo e Protezione Civile come zona 2 (a rischio medio di terremoto), cui corrisponde una minore priorità in termini di procedure di prevenzione del rischio sismico.

Lo dimostra la seguente mappa della classificazione dei comuni abruzzesi:



In rosso vengono mostrati i comuni in zona 1. Notiamo con una certa curiosità non solo la presenza del capoluogo abruzzese e di una vastissima area circostante in zona 2, ma anche la presenza di comuni collocati in zone con rischio minimo inseriti invece nella zona 1.

Una migliore indicazione è fornita dalla seguente mappa, ottenuta dalla sovrapposizione delle precedenti due.



L'area viola compresa tra le due linee verdi indica la zona a rischio massimo. Le zone contraddistinte dal viola più chiaro sono le zone a massimo rischio ma inserite nella zona 2 (quella per cui è richiesta minore attenzione). Rappresentano oltre il 50% dell'area viola totale.
Procedendo verso est notiamo invece la presenza di moltissimi comuni catalogati come zona 1 (colore rosso/arancione) disposti all'interno di zone a rischio sismico reale molto minore (colore giallo e verde); alcune zone "rosse" sono praticamente a ridosso della costa, dove il rischio tende a zero.

Perché queste scelte? Perché catalogare in zona 2 uno tra i comuni più a rischio di tutta la nazione e in zona 1 comuni pressoché a rischio zero?
Una mente cattiva sarebbe legittimata a pensare a scelte di comodo, a volontà politiche di parte, a interessi di bottega e a favori da fare ad amministrazioni comunali politicamente vicine. Lo potrebbe pensare facendo riferimento mentalmente ai fondi destinati dal governo centrale tramite ordinanza 3362 del luglio 2004 per i lavori di messa in sicurezza degli edifici strategici (ripartiti secondo quote proporzionali al rischio sismico).

Ex Presidente Pace, siamo legittimati a pensarlo o no? Siamo legittimati a credere che la sua Regione, coadiuvata dalla Protezione Civile locale (o forse anche nazionale), abbia effettuato scelte intenzionalmente pericolose per i suoi cittadini?
Abbiamo il diritto di pensare che la sua amministrazione, come probabilmente tante altre in questo paese, abbia giocato con la normativa antisismica ed abbia volutamente ignorato le perizie della Collabora Engineering sui rischi strutturali oppure in quel caso staremmo prendendo un grosso abbaglio?

Si è trattato di un errore volontario o di semplice incompetenza?
O forse abbiamo semplicemente trattato l'intera questione del pericolo sismico con una inopportuna mentalità "ottimistica" che tanto va di moda ultimamente in questo strampalato paese?

mercoledì 12 agosto 2009

Trovate balneari e realtà estive d'Italia


Vignetta di Sergio Staino.

In un paese come l'Italia, dove boutades improvvisate come i soldati in città, il G8 nei luoghi del terremoto, la "vocazione maggioritaria", le ronde dei cittadini, l'istituzione del delitto di "immigrazione clandestina" e i referendum per il bipartitismo diventano solide realtà, spesso è difficile riuscire a distinguere tra serie proposte politiche e divertenti trovate comiche da ombrellone.

Ad agosto è ancora più complesso.

E' più complesso perché le imponenti aule di Palazzo Madama o di Montecitorio conferiscono una sensazione di profonda compostezza a chi vi si trova immerso dentro (non è un caso che quasi sempre le dichiarazioni più insensate vengano pronunciate nelle conferenze stampa e non tra i banchi di un aula parlamentare), una sensazione che una casa di villeggiatura, il caldo estivo, la salsedine e la sabbia dell'Adriatico, del Tirreno o dello Ionio (o gli studi televisivi di un "delittofilo" su Raiuno) non riescono a generare.

Ed è così che mentre alcuni eroi civili contemporanei tentano l'ultima, disperata, fortunatamente vittoriosa battaglia a difesa del proprio lavoro, della propria azienda, della propria famiglia, del diritto ad avere una pensione e di poter crescere dignitosamente i propri figli, sospesi a venti metri d'altezza in un capannone quasi totalmente dismesso in quel di Milano, persone per le quali non esistono vacanze, ferie, tornei di beach-soccer o partite a racchettoni, altri uomini, a cui la sorte, la ricchezza familiare o il popolo di questo paese hanno garantito una condizione di privilegio, partoriscono idee e parole in libertà, senza cognizione, e per noi, poveri sudditi, diviene sempre complicato comprendere quando prestare attenzione.

Qualcuno propone con seria convinzione il riconoscimento costituzionale delle bandiere regionali di fianco al tricolore nazionale o la produzione in massa di fiction e programmi per la tv pubblica interamente in dialetto che sostituiscano le noiose e a-territoriali trasmissioni tv in italiano (questa odiosa lingua da eliminare).
Potremmo derubricare queste proposte com'è logico che sia nella cartella "idiozie estive da non ascoltare nemmeno", a detta dei compagni di brigata degli stessi promotori.

Eppure queste persone, questo gruppuscolo di maestri dell'amministrazione politica, sono le stesse che in un batter di ciglia ci chiedono di prendere sul serio, come leggi da approvare all'istante, proposte come le cosiddette "gabbie salariali", uno strumento "moderno degli anni '50" concepito al fine di separare per sempre i tenori di vita di nord e sud d'Italia, dimenticando quanto già le realtà lavorative ed economiche tra queste due porzioni di paese ne facciano, in pratica, due nazioni indipendenti e slegate tra loro.

O sono le stesse che trasformano l'8 agosto, la data del celebre strage di Marcinelle nella data in cui l'Italia istituisce la discriminazione di Stato, dove migranti irregolari non potranno più curarsi in ospedale, registrare all'anagrafe i propri figli (che risulteranno di conseguenza inesistenti nel mondo), regolarizzare la propria posizione, sposarsi a meno che non siano colf o badanti, per le quali esiste un concetto di sicurezza differente.
Un lavoratore di fabbrica in attesa di regolarizzazione verrà espulso. Una lavoratrice domestica potrà continuare a lavorare nel suolo italico. Previo pagamento di un'apposita "indulgenza" per la remissione del peccato di 500 euro.

La soluzione alla questione è stata sinteticamente espressa dal leader delle "trovate da vacanza" per mezzo della seguente frase: "Noi andavamo a lavorare non ad uccidere la gente".
Per somma gioia di Alphonse Capone, John Gotti e Lucky Luciano.
Sarebbe sufficiente che il Senatur comprendesse che ad esempio tra gli italiani in America avevamo i Capone e i Badalamenti da una parte e i Sacco e Vanzetti dall'altra, così come tra i migranti afro-italiani o europei dell'est annoveriamo straordinari esempi di civiltà e terribili casi di criminalità, perché il nostro paese rivoluzionasse il proprio approccio nei confronti dello straniero.

Ma forse questo equivale a chiedere la luna.

PS: Approfitto per precisare che il precedente post dal titolo "Colpirne uno per educarne cento" intendeva essere una ironica e particolare critica all'azzardato paragone tra Nichi Vendola e Silvio Berlusconi partorito dall'ottimo Marco Travaglio.
Il post ha avuto un degno successo, ma non nel modo in cui speravo ed è stato origine di profonde discussioni e oggetto di feroci critiche. Non sono riuscito a far cogliere globalmente come desideravo l'aspetto ironico dell'articolo e me ne dispiaccio profondamente.
Mea Culpa per questo!
In ogni caso ringrazio tutti per il grande interesse dimostrato.

lunedì 10 agosto 2009

Colpirne uno per educarne cento



Due giorni fa Marco Travaglio nel suo blog (e sul sito di Antefatto) paragonava il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La scintilla è stata l'inattesa, deludente per molti e criticabilissima lettera aperta di Vendola indirizzata al pm Desiree Digeronimo.
Un singolo episodio che Travaglio ha reputato sufficiente per definire Vendola "Il Berlusconi Rosso".

In moltissimi, quasi tutti, come si evince dai commenti del blog, hanno ritenuto il paragone azzardato, esagerato, offensivo.
Non c'è dubbio che Vendola sia mille volte peggio. Forse Travaglio potrebbe chiamare il nostro Presidente "Il Vendola Blu".

Vendola è sicuramente peggio di Berlusconi e lo dimostra la rapidità e l'efficacia con cui Mancino si è preoccupato di convocare il CSM a tutela della Digeronimo dopo la missiva del presidente pugliese, cosa invece non fatta dallo stesso in occasione delle evidentemente "più morbidi e bonarie" critiche del premier alla Gandus o in occasione delle "blandissime" delegittimazioni dei PM De Magistris e Forleo.

Nichi Vendola è peggio del nostro premier, perché quantomeno quest'ultimo è coerentemente garantista oltre ogni possibile immaginazione e difende fino in fondo ogni collega di partito indagato o condannato, anche per reati di mafia. Così come lo sono i suoi ministri, come quello della giustizia Alfano, impegnato 4 mesi fa ad inviare gli ispettori ministeriali presso la Procura di Bari allo scopo di scovare qualche possibile magagna che mandasse a monte l'accusa ai danni del collega Fitto.
Vendola invece al primo accenno di indagine caccia a malomodo uomini politici con cui aveva collaborato fino a un secondo prima. E di persone così "subdole", radicali, che fanno dimettere semplici indagati non c'è troppo di cui fidarsi.

Si accusa Berlusconi di concepire la politica nel senso più estremo del personalismo e del populismo. Cosa dire allora di un Presidente di regione che del populismo e del personalismo ha fatto senza dubbio la chiave del proprio successo, essendo arrivato a ricoprire questo incarico grazie solo al voto popolare delle primarie prima e delle elezioni poi, senza godere nemmeno dell'appoggio pieno dei partiti politici alleati?

La condizione politica e giudiziaria di Vendola è inoltre sicuramente peggiore di quella del premier Berlusconi: quest'ultimo è perennemente soggetto alle critiche e agli attacchi parziali dei soli avversari politici, Vendola invece è talmente "indifendibile" dal trovarsi di fronte alle critiche dell'intera classe politica, anche delle parti politiche ad egli vicine (eccezion fatta per i magistrati prestati alla politica Carofiglio, Emiliano e Di Cagno che hanno cercato l'azzardo della sua difesa), compresi quotidiani "amici" che lo definiscono indagato e lo vedono già sotto processo senza che egli sia nemmeno sotto inchiesta.

E "fanno bene" ad usare questo atteggiamento "incriminatorio", anche se infondato e per nulla professionale.
E' assurdo soltanto pensare che un individuo simile non si sia ancora dimesso. C'è da augurarsi che quanto prima un qualche colpo di grazia ponga fine alla sua carriera politica, e che la cosa sia di lezione a coloro che pensano di poter governare una regione o addirittura il paese effettuando scelte ispirate a principi di etica politica e legalità.
Colpirne uno per educarne cento...

Lettura correlata:
La Puglia prima di tutto

venerdì 7 agosto 2009

Gli scoop in ritardo sulle sanitopoli d'Italia



Cos'hanno in comune l'onorevole Sabatino Aracu (PDL), l'onorevole Fabrizio Cicchitto (PDL), l'onorevole Denis Verdini (PDL), gli ex Presidenti di Regione Abruzzo Giovanni Pace (PDL) e Ottaviano Del Turco (PD), il ministro Raffaele Fitto (PDL), l'onorevole Alberto Tedesco (PD) e l'onorevole Giuseppe Ciarrapico (PDL)?

Forse tutto. O forse niente. Ma di sicuro, almeno per ora, sembra esistere un unico filo conduttore che lega questi protagonisti in una storia che non riesce ad avere una fine. E forse nemmeno un inizio.

Lo scoop dell'Espresso annunciato ieri dal sito internet del settimanale e dal quotidiano La Repubblica ha fatto in pochissimi minuti il giro della penisola e ha risvegliato con un brusco sussulto gran parte della classe politica italiana, da giorni in vacanza: l'onorevole Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera per il Popolo della Libertà, si ritrova invischiato nelle indagini della Procura di Pescara sulla "sanitopoli" abruzzese.
Il settimanale pubblica in esclusiva, oltre alla notizia dell'indagine a carico dell'esponente di centrodestra, un memoriale scritto dall'ex moglie dell'onorevole Sabatino Aracu, Maria Maurizio, indirizzata al PM Trifuoggi in cui tira in ballo diversi presunti reati commessi dai due onorevoli colleghi di partito.

Le accuse della Maurizio sono molteplici: vanno dalle presunte tangenti della sanità intascate da Aracu e Cicchitto alla compravendita di candidature parlamentari, dal pagamento di dirigenti di INPS, Telecom ed Enel al peculato e a falsi rimborsi spese.
La più "corposa" è senza dubbio la prima, che finisce per portare all'iscrizione nel registro degli indagati del big del PDL Cicchitto (Aracu risulta indagato dai tempi dell'arresto di Del Turco).

Sono sufficienti le accuse di una ex moglie dell'onorevole Aracu (accuse non comprovabili stando a quanto dichiara la stessa Maurizio) per dar vita ad un sensazionalismo giornalistico inatteso.

E' una conseguenza naturale, ma c'è da chiedersi perché. E' obbligatorio chiederselo dal momento che i nomi di Cicchitto e di un altro grandissimo esponente nazionale del PDL, il coordinatore nazionale Denis Verdini, sono entrati nella vicenda della "tangentopoli" abruzzese più di un anno fa.

Possibile che tutta l'informazione nazionale si sia accorta della presenza di Cicchitto solo oggi, quando 13 mesi fa accuse ben più comprovabili venivano lanciate da chi nello scandalo era realmente coinvolto?
Perché questo scoop estemporaneo? Perché questo silenzio così lungo?

Nel luglio 2008, nei tanti interrogatori di fronte ai PM, il manager della clinica privata Villa Pini di Chieti, Vincenzo Angelini, il super-teste nel caso "Pace-Del Turco", indagato assieme ad altri 39 tra manager e politici, l'uomo le cui testimonianze si sono rivelate fondamentali per gli arresti e gli avvisi di garanzia, dichiarava:
"Conga (l'ex manager della ASL di Chieti, ndr) viene come estroflessione di Aracu, prima di Dell’Elce (ex tesoriere di Forza Italia, ndr). Poi quando Dell’Elce subisce l’incidente (in elicottero, ndr) passa nei bagagli dell’altro".

Quando gli viene chiesto il ruolo di Aracu nella vicenda, Angelini risponde:
"Era il capo di Forza Italia in Abruzzo per delega fondamentalmente della corrente Cicchitto, tanto per essere chiari. [Cicchitto] è stato il suo grande protettore anche quando voi gli avete scoperchiato qualche pentolina che non riguardava me e in quella circostanza lo ha blindato, come voi ben sapete".

Ad aggiungere benzina sul fuoco fu, pochi giorni dopo, un altro indagato, l'ex manager della FIRA (Finanziaria Regionale Abruzzese) ai tempi di Pace e "consulente ombra" ai tempi di Del Turco (un altro degli infiniti anelli di congiunzione tra i due ex Presidenti), Giancarlo Masciarelli:
"Il sistema sanità in Abruzzo è come la maxitangente Enimont, in tutti questi anni il giro di Tangenti è stato almeno di 400 milioni di euro".
Il giornalista de Il Riformista, Fabrizio D'Esposito, che va ad intervistarlo in carcere, riporta le confessioni fattegli da Masciarelli ed afferma:
"Secondo Masciarelli la sanità dell'Abruzzo sarebbe stata una sorte di cassaforte del gruppo forzista che faceva capo a Fabrizio Cicchitto, ex vicecoordinatore nazionale degli azzurri, al deputato Sabatino Aracu e anche a Denis Verdini, attuale coordinatore di Forza Italia. E nel calderone Masciarelli ci butta dentro anche il figlio dell'ex ministro Beppe Pisanu, "la testa di una delle ditte vincitrici di appalti sanitari", Giuseppe Ciarrapico, "re delle acque minerali, indicato però come concusso per ottenere i servizi alberghieri dell'Asl di Chieti", ma anche Giovanni Pace, ex presidente di Regione".

A completare il trio arriva una inattesa dichiarazione di Carlo Taormina, allora legale di Masciarelli, le cui parole in questo caso sono al di fuori di ogni possibile pregiudizio:
"Le parole di Angelini sono oro colato. In questa vicenda è coinvolto l'intero arco costituzionale e sarei in grado di provarlo, se fossi svincolato dal segreto professionale".

A questo punto viene logico chiedersi perché le confessioni di 2 indagati e di un legale insospettabile (proprio perché tra i "creatori" di Forza Italia), rilasciate più di un anno fa, sono finite nel dimenticatoio dell'informazione nazionale. Perché le dichiarazioni dell'ex moglie dell'onorevole Aracu meritano, com'è giusto, le prime pagine di tutti i quotidiani nazionali, mentre quelle di persone direttamente coinvolte vengono cancellate dalla memoria collettiva?

Il filo comune non è ancora completo però. Resta da capire perché in questa vicenda entrano in ballo Fitto e Tedesco.
Nella vicenda il loro ruolo è indiretto. Si tratta più che altro di un legame involontario, a distanza, che vede la presenza di anelli di congiunzione intermedi tra la sanitopoli abruzzese e quella pugliese.
L'anello di congiunzione è un anello molto forte. Tanto quanto lo sono gli altri anelli ai bordi. Si tratta della famiglia Angelucci, gruppo leader delle cliniche private di mezza Italia, dal Lazio alla Puglia e all'Abruzzo.

Gli Angelucci, il "piccolo" Giampaolo ed il padre Antonio, deputato della Repubblica per il Popolo della Libertà, sono stati tirati in ballo proprio nell'ordinanza d'arresto a danno di Ottaviano Del Turco, nella quale si legge:
"Sull'utenza di quest’ultimo (Antonio Boschetti, assessore alle Attività Produttive nella giunta Del Turco, ndr) sono state intercettate telefonate che «dimostravano un suo significativo interesse per la Tosinvest Spa per la quale si impegnava attivamente in occasione del Piano Sanitario regionale attraverso la formulazione e l'approvazione di emendamenti in favore della casa di cura San Raffaele di Sulmona, gruppo Tosinvest".

La Tosinvest è l'azienda di proprietà degli Angelucci. Ed è la stessa per cui gli Angelucci sono indagati, assieme al Ministro Raffaele Fitto, per lo scandalo sanitopoli pugliese, lo stesso che da qualche mese ha visto spuntare fuori il nome dell'ex assessore alla Sanità Alberto Tedesco (PD).

In relazione alla "sanitopoli" abruzzese, la Procura di Velletri il 4 febbraio 2009 chiedeva l'autorizzazione agli arresti domiciliari per Antonio Angelucci (Giampaolo vi era già stato tratto in precedenza): la Giunta per le Autorizzazioni rifiutava a grande maggioranza di concedere il permesso, con il solo voto favorevole alla procedura d'arresto da parte del gruppo dell'Italia dei Valori e del deputato del PD Maurizio Turco.

Nonostante tutto questo, uno sport tipico in questo paese consiste nel lamentarsi del conflitto tra le parti e del mancato dialogo. Dialogo che a quanto pare non sembrerebbe mancare.
Ma d'altronde sarà sì uno sport, ma in Italia, per questo genere di "giochi", manca sempre l'arbitro.


Letture consigliate:
Il memoriale di Maria Maurizio, di Primo Di Nicola (L'Espresso).
Discussione Giunta per le Autorizzazioni [PDF], tratto da camera.it.
Richiesta di autorizzazione ad eseguire la misura di cautelare di arresti domiciliari [PDF], tratto da camera.it.
I primi 35 indagati nello scandalo "Pace-Del Turco", tratto da Prima da noi.
Masciarelli: "400 milioni di tangenti a destra e a sinistra", tratto da Prima da noi.
Abruzzo, l'inchiesta si allarga anche al PDL, di Francesco Grignetti (La Stampa).
E nella Sanitopoli d'Abruzzo spuntano vip e imprenditori, di Gian Marco Chiocci (Il Giornale)
Il Grande Elemosiniere e la destra "Così cedevo ai ricatti di AN e FI", di Carlo Bonini (La Repubblica)
Accusò i mali della sanità abruzzese. Da 7 mesi non paga i suoi dipendenti, di Alessandra Arachi (Il Corriere)

mercoledì 5 agosto 2009

Il terremoto abruzzese, le scommesse della regione e le priorità del governo


Nell'immagine è presentato il centro storico dell'Aquila. In arancione sono visibili le strade liberamente percorribili dai mezzi di trasporto, in rosso la "zona rossa", l'accesso alla quale è vietato a tutti i civili, residenti compresi. La microstriscia in verde è la porzione di centro storico percorribile.
L'apertura di quel micro-frammento urbano è stata presentata trionfalmente dalle autorità come "apertura del centro storico".
Da aggiungere alla lista delle "prese in giro" (sempre che vi sia ancora posto).


Di fronte ad alcune calamità il buon senso ci porta sempre ad una logica immediata conclusione: non era possibile prevedere.
A dispetto degli studi meticolosi, delle attività di ricerca internazionali, degli strumenti di precisione, delle tecniche sperimentali di qualche ricercatore locale, nessuno avrebbe mai potuto dire con certezza scientifica che alle 3:32 del 6 aprile la splendida città di L'Aquila sarebbe stata teatro e vittima di un sisma 6.3 gradi di magnitudo momento. E nessuno avrebbe comunque potuto conoscere i danni conseguenti.

Quasi nessuno. La Regione Abruzzo sapeva.

Non sapeva se un terremoto di questa forza avrebbe mai avuto luogo nella provincia dell'Aquila, né tantomeno poteva conoscere l'istante in cui esso si sarebbe verificato.
Ma conosceva alla perfezione le conseguenze che avrebbe provocato un tale sisma.

Nel 2003 la Regione Abruzzo di Giovanni Pace (PDL) commissionava alla Collabora Engineering S.p.A. (poi divenuta Abruzzo Engineering) un lavoro di censimento di tutti gli edifici regionali. Lo scopo, profetico, consisteva nel valutare la resistenza di tali edifici nel caso si fosse verificato un sisma.
Un lavoro notevole durato 3 anni. Nel 2006 tutti i dati erano disponibili: lista degli edifici, problematiche e carenze strutturali, dati tecnici, anni di costruzione, inteventi di ristrutturazione e costi necessari per la messa in sicurezza.
C'era di tutto di più. E tutto caricato alla perfezione sul sito del S.I.G.E.O.I.S. (Sistema Informativo per la Gestione degli Edifici e delle Opere Infrastrutturali Strategiche).
Dati letti, analizzati e studiati a fondo. E cestinati un istante dopo. Alla fine di un lavoro fatto di studi e sopralluoghi costato 5 milioni di euro ai cittadini d'Abruzzo.

La lista è impietosa: si va dal Terminal Arpa alla Prefettura, dal Municipio e dal palazzo della Provincia al Teatro e alla sede dei volontari della Protezione Civile, dall'Ospedale San Salvatore alla Casa dello Studente, dalle varie facoltà dell'ateneo universitario ai 5 asili nido regionali.
Tutti edifici rasi al suolo o terribilmente compromessi.

Poco dopo il sisma siamo rimasti tutti sconcertati nell'apprendere che un ospedale regionale, come il San Salvatore dell'Aquila, avesse subito delle profonde lesioni nonostante la certificazione anti-sisma. Tutti tranne l'ex governatore Pace, consapevole, grazie agli studi della Collabora, del fatto che per mettere realmente in sicurezza l'Ospedale dell'Aquila erano necessari 49 milioni di euro (per un edificio che ne era costati 100 e sarebbe dovuto essere già sicuro).

Per la Casa dello Studente ne sarebbero bastati 1,4.

Il 15 luglio scorso il governo varava il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria 2010-2013.
Da diversi anni è abitudine allegare al DPEF un allegato [PDF] sul Piano delle Infrastrutture Strategiche che il governo intende realizzare, cifra dopo cifra.

Quest'anno nell'allegato infrastrutture c'è un intero paragrafo introduttivo dedicato al terremoto abruzzese. In esso il governo espone un piano di ricostruzione per gli edifici strategici sedi di enti nazionali (Polizia, Vigili del Fuoco, Carabinieri, INPS, Guardia di Finanza e così via). Per questa piccola porzione di edifici da rimettere in piedi (i più importanti dal punto di vista "strategico" nazionale) il preventivo di spesa si assesta sui 152 milioni di euro.
Ma se confrontiamo i singoli paragrafi di spesa con i dati del Sigeois otteniamo la cifra chiara del danno (meramente economico) provocato dalla superficialità di qualche politico regionale.

Per il palazzo degli uffici di Via San Bernardino (Corte dei Conti e Ufficio Lavori Pubblici), leggermente lesionato, i costi di semplice riparazione ammontano a 4,5 milioni. Appena 4 sarebbero stati sufficienti per una messa in sicurezza definitiva.
Per la Prefettura, terribilmente lesionata, si raggiunge il culmine: 1,5 milioni di euro per la messa in sicurezza definitiva, 25 milioni il costo della sua ristrutturazione adesso.

Tutto questo senza parlare del costo più importante, che riguarda soprattutto la Casa dello Studente: quello delle vite umane. Che mai nessuna cifra potrà riportare in vita.

L'allegato al PDEF ci illumina anche su un'altra questione, ben più importante in questo momento: le priorità di ricostruzione del governo.
Abbiamo già avuto un anticipo sulle intenzioni di esecutivo e maggioranza in questi giorni, dai fondi per la ricostruzione spalmati in 23 anni alle tasse ancora in vigore per gennaio prossimo. Grazie al DPEF scopriamo le carte con chiarezza.

Un confronto è d'obbligo più di qualunque altro: quello tra la ricostruzione abruzzese ed il Ponte sullo Stretto.
Per quest'ultimo il CIPE (comitato interministeriale) ha già deliberato il costo di 4,7 miliardi di euro (con 6 miliardi di euro di fabbisogno ancora da reperire), per la ricostruzione delle strutture strategiche abruzzesi impiega 408 milioni.
Fin qui tutto regolare, finché non andiamo a leggere le ripartizioni anno per anno.
Per il Ponte nel 2010 saranno resi disponibili 130 milioni. 120 invece quelli disponibili per L'Aquila. Ancora meglio nel 2011 quando l'Impregilo potrà godere di ulteriori 390 milioni, mentre le strutture fondamentali della città abruzzese dovranno accontentarsi di 160.

L'Aquila otterrà 408 milioni per le infrastrutture-chiave in 4 anni. L'Impregilo ne otterrà 520 in 2.

Ora non resta che spiegare agli aquilani che la soluzione per avere tutto e subito è costruire il Ponte sul Gran Sasso.

PS: Fino a pochissimo tempo fa il sito del Sigeois era facilmente accessibile a partire dal sito ufficiale della Regione Abruzzo. Con il nuovo restyling del sito "Regione Abruzzo", il link esterno al Sigeois è magicamente sparito. Casualità?

lunedì 3 agosto 2009

La verità vi prego sull'Abruzzo


Foto di Adele Sarno.

Descrivere i fatti, riferire le realtà degli eventi, informare sui dati in questo nostro paese non è lavoro facile.
Una volta eravamo abituati a giornalisti da Premio Pulitzer, cani rabbiosi desiderosi di riuscire ad addentare le caviglie di qualche grossa preda appena se ne presentava l'occasione o semplici informatori dal profondo senso etico del proprio mestiere, che concepivano il proprio lavoro come quello di un vero e proprio investigatore senza macchia, persone che desideravano raccontare la realtà dei fatti così com'era, senza tentativi di comoda edulcorazione, stimati professionisti che mai avrebbero scritto una sola riga della cui veridicità non fossero stati certi al mille per mille.

Ora assistiamo invece ad ottimi giornalisti che scrivono articoli in base alle notizie false ricevute da un amico Senatore o tanti altri ancora che riferiscono di leggi approvate in Parlamento senza nemmeno averle lette (un lavoro troppo lungo e faticoso, evidentemente), ma basandosi solo su quanto riferito dal ministro o dal parlamentare di turno in conferenza stampa.

Sulla questione "Abruzzo e terremoto" questi vulnus dell'informazione nostrana si mostrano chiari e disarmanti come non mai. Assistiamo inermi alla sconfortante ridda di false ed ingannevoli dichiarazioni politiche che anziché essere disintegrate dai professionisti dell'informazione grazie ai fatti che le smentiscono, vengono riportate con clamore sulle prime pagine di tutti i quotidiani (compresi quelli di presunta opposizione) come fossero realtà inconfutabili.


Il 26 giugno il Presidente del Consiglio Berlusconi ribadiva ancora una volta: "Ricostruiremo tutto al cento per cento, le prime e anche le seconde case. Al cento per cento".
Il 9 luglio il premier redigeva e pubblicava l'ordinanza numero 3790 in cui lo Stato garantisce la ricostruzione dell'80% delle seconde case (non il 100%), con un limite di 80 mila euro e solo se la seconda casa è utilizzata a scopo commerciale e non abitativo.

Il controsenso fatto ordinanza. Ma nessun giornalista ha chiesto spiegazioni.

Il 2 giugno, in occasione di uno dei tanti appuntamenti elettorali, il Presidente del Consiglio prometteva la costruzione dei Moduli Abitativi Provvisori (piano C.A.S.E.) per 15 mila persone entro novembre.
Il bando di gara della Protezione Civile che istituisce il piano C.A.S.E. parla di moduli abitativi per un numero di persone che va dalle 10 mila alle 12 mila.
Nessuno ha chiesto delucidazioni per l'incongruenza tra le cifre.

Nella stessa conferenza stampa del 26 giugno scorso a L'Aquila, Berlusconi prometteva: "A settembre chiudo le tendopoli e darò a tutti le chiavi degli appartamenti. Ognuno saprà dove andare. Se non bastano i posti, sfrutteremo case sfitte e alberghi".

Eppure ancora oggi la popolazione sfollata, senza la propria casa a disposizione, ammonta a 49.146 unità (dati aggiornati al 1° agosto). Escludendo i 12 mila fortunati che abiteranno i MAP, avremo circa 37 mila abitanti ancora da sistemare.
Quanti saranno coloro che avranno la fortuna di vedere la propria casa inserita nella categoria A (agibili), senza lavori strutturali da compiere per poterci vivere serenamente, con gas, elettricità e acqua regolarmente fruibili e che non siano già rientrati nella propria casa in questi giorni?
Cosa ne sarà di tutti gli altri? In albergo come promesso dall'instancabile premier, lontani dalla propria città? Per quanto tempo?
E' una domanda fondamentale, visto che a queste stesse persone senza casa si chiede di tornare a pagare tutte le tasse dovute sin dall'anno prossimo, compresi gli arretrati non pagati negli ultimi mesi. Una domanda talmente importante che qualcuno si è dimenticato di farla.

Il 10 luglio il nostro premier prometteva l'insperato, ciò che nessuno aveva osato mai immaginare: L'Aquila verrà ricostruita interamente, bella esattamente com'era, entro la fine della legislatura, nel 2013.
Una promessa straordinaria che, qualora esaudita, lo relegherebbe di diritto nell'elenco dei santi patroni del capoluogo abruzzese.
Eppure il decreto "Abruzzo" presentato dal governo e poi approvato definitivamente dalle due camere destina un monte-fondi di 3,1 miliardi per la ricostruzione delle abitazioni private, ma che saranno disponibili complessivamente non prima del 2032.
Come si spiega una ricostruzione prevista in 4 anni mentre la legge che destina i fondi per la ricostruzione li sparpaglia in 23 anni?

Il 1° luglio scorso il governo approvava il Decreto Legge anti-crisi, contestato oltre che per l'introduzione dell'ennesimo scudo fiscale tremontiano, per il ripristino del pagamento dei tributi per la popolazione terremotata dell'Aquila ed il pagamento delle tasse non pagate, il tutto a partire dal gennaio 2010.
Le dure contestazioni hanno sortito il loro effetto ed il 27 luglio, prima ancora che il DL venisse approvato in prima battuta alla Camera dei Deputati, il ministro Tremonti assicurava l'annullamento del provvedimento.
Logica voleva che venisse presentato ed approvato un emendamento dei relatori del provvedimento che abolisse quell'articolo (o che lo modificasse), così come fatto per tanti altri articoli e commi del provvedimento.
Ma così non è stato. Il governo ha deciso di lasciare la patata bollente nelle mani del capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, che si occuperà di stabilire i tempi e le modalità del ripristino dei pagamenti.

Eppure il 28 luglio, il giorno successivo la promessa di Tremonti, la Camera approvava il DL anticrisi. 4 giorni più tardi, il 1° agosto, lo faceva il Senato della Repubblica.
La legge è definitiva. E chiede, come da principio, il pagamento delle tasse da gennaio.

Perché il governo non ha presentato un emendamento che tempo 1 minuto abrogasse l'articolo precedentemente inserito? Perché la maggioranza ha bocciato tutti gli emendamenti dell'opposizione che proponevano uno slittamento dei tempi (che è ciò che il governo a sua volta ha promesso)? Perché demandare questa responsabilità alla Protezione Civile che sulle questioni fiscali per propria natura non ha competenza?
E può la Protezione Civile con una semplice ordinanza definire dei tempi che violino palesemente una legge approvata e già divenuta esecutiva?
E perché, dopo una settimana, la Protezione Civile ha emesso altre ordinanze, ma nulla ancora in relazione allo slittamento dei tempi?
Ma soprattutto, perché l'informazione nazionale, ancora una volta, dopo la dichiarazione dell'ennesimo ministro del governo, ha abbandonato la questione delle tasse nel dimenticatoio?
Perché questo interesse a tempo? Perché far finta che tutto sia cambiato quando tutto è rimasto uguale?

Perché?