domenica 29 novembre 2009

Il prezzo del centrismo



L'elezione a nuovo segretario del Partito Democratico di Pierluigi Bersani era stata accompagnata dalla dichiarata volontà di trasformare il PD in un vero partito progressista.
Un partito vasto, che accogliesse cattolici e laici, che unisse vecchio e nuovo, sotto un'unica fondamentale condizione: poter tornare a definire senza preoccupazioni di sorta questo soggetto politico "un partito di sinistra".
Un partito che puntasse al sociale e al lavoro più che al colore dei calzini.

Non aveva spiegato che questa pericolosa deriva sinistrorsa (oltre che vera e propria sfida al "nuovismo" dell'accoppiata Franceschini/Veltroni) prevedeva un requisito fondamentale: l'alleanza sistematica con l'UDC di Pier Ferdinando Casini.

E perché questa convergenza centrista si traduca in azioni concrete, è accettabile - oltre che consigliabile - estendere la spaccatura con la sinistra (anche quella interna al proprio partito) fino a generare un valico insormontabile per sempre. Nel buon nome di essa, naturalmente.

Questo spostamento a sinistra (però passante per il centro) non è certo un passaggio indolore e richiede un prezzo forse molto alto da pagare, ma che il facoltoso duo D'Alema-Bersani può permettersi.
In questo caso il costo è rappresentato da due agnellini da sacrificare sull'altare della nuova alleanza: il Presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso (PD) e quello della Regione Puglia Nichi Vendola (SL).

Troppo di sinistra, troppo giustizialisti e troppo laici per il cattolico principe della terza via e delle convergenze occasionali. L'irremovibilità del secondo sui temi del nucleare e della privatizzazione idrica, gli accordi tra le due regioni sui nuovi piani energetici alternativi e la recente frase della Presidentessa Bresso "forse l’Udc ce l’ha con me perché io sono una laica in sintonia con gruppi cattolici come Libera di don Ciotti, che sostengono sia necessario guardare all’etica ma anche fare attenzione alle infiltrazioni mafiose", li rendono un piatto molto poco appetibile.

"Stavolta il PD non può perdere la scommessa delle elezioni; si deve allargare il campo con la necessaria flessibilità a volte sacrificando legittime esigenze personali. Vi prego di rispettare le alleanze con l'Udc che abbiamo già fatto, altrimenti rischiamo di perdere non solo la regione alle prossime elezioni ma le giunte cha abbiamo già conquistato alle scorse amministrative".

Con queste parole l'eminenza grigia del PD Massimo D'Alema ha stabilito le priorità del partito in vista delle regionali: alleanze con l'UDC a qualsiasi prezzo. L'obiettivo è il governo.

A questo scopo il piano vede anche i nomi dei prossimi candidati: Sergio Chiamparino in Piemonte, Michele Emiliano in Puglia. La celebrazione della strategia dei "fratelli coltelli": autorizzazione dall'alto all'arrampicata politica sulle spalle dei candidati naturali sostenuti fino ad un secondo prima.

Poco importa se per la prima volta due discreti governatori uscenti vengono cassati senza ricandidatura per un secondo mandato, poco importa se la convergenza con l'UDC si scontra con l'alleanza ufficiale del partito di Casini con il PDL in tutte le altre regioni, poco importa se i militanti del PD implorano in ginocchio una riconferma per i due presidenti uscenti, poco importa tradire il mandato assunto con gli elettori dei comuni di Torino e Bari e poco importa se i due "sfidati" si rendono anche disponibili a nuove primarie per far decidere l'elettorato: certi rischi nella realpolitik non si possono correre.
E dare parola al popolo della sinistra meno che mai, se questo significa sovvertire i giochi elettorali partoriti a tavolino da esperti dirigenti politici di vecchia data.

Niente primarie e niente conferme. La linea del leader maximo del PD è tracciata. E si porta dietro l'inaspettato nulla osta dell'altro alleato: Antonio Di Pietro, il cui partito è impegnato soprattutto in Puglia in incontri informali con esponenti UDC e Adriana Poli Bortone.

Qualche giorno fa Pierluigi Bersani si lasciava sfuggire un personale prematuro endorsement ai due governatori. Il PD così definiva la propria linea.
Ieri Massimo D'Alema rovesciava la posizione del segretario del PD. E la posizione ufficiale del partito cambia.

Il potere e l'autonomia del neoeletto Bersani hanno lasciato il segno.

venerdì 27 novembre 2009

La ricostruzione in Abruzzo tra mafia, corruzione e disinteresse



"Le speculazioni saranno impossibili, ricostruiremo in 6 mesi tenendo fuori speculazione e mafia".

Con queste esatte parole, il 17 aprile 2009, appena 11 giorni dopo il devastante sisma abruzzese, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi inaugurava l'inedita fase di ricostruzione virtuosa: tempi record e piena legalità.

Un piano talmente innovativo da risultare inedito ancora oggi.
Dopo quasi 8 mesi i cittadini insediati presso C.A.S.E. o M.A.P. sono appena 6 mila. 19 mila le persone ancora sparse tra gli alberghi e le caserme dell'intera regione.
Tutte le altre: sistemate autonomamente in abitazioni alternative o dentro la propria casa lesionata.

Sono questi stessi numeri ufficiali della Protezione Civile a mostrare come, dopo 8 mesi, ci si trovi (inevitabilmente) in una fase di post-emergenza, con le tendopoli ancora nella fase finale di smantellamento. La "ricostruzione", questo termine troppo spesso usato a sproposito, a L'Aquila non assume alcun significato.

Per quanto concerne gli interessi illeciti e le contaminazione mafiose, le lodevoli intenzioni dell'esecutivo e del suo primo rappresentante non sembrano essersi tradotte in fatti concreti.
Gli eventi degli ultimi mesi dipingono un quadro impietoso: tre ditte allontanate su ordine della Prefettura dell'Aquila per probabili contaminazioni mafiose, oltre 300 appalti sotto indagine della DIA, sei indagati per un'ipotesi di corruzione e turbativa d'asta per gli appalti di ricostruzione.

Il tutto quando la ricostruzione vera e propria non è nemmeno cominciata.

Le tre ditte allontanate, la Di Marco srl di Carsoli (AQ), il cui titolare risulta essere socio nella Marsica Plastica srl di tre elementi legati a Cosa Nostra e più direttamente al celebre "tesoro" di Vito Ciancimino, la Fontana Costruzioni SpA di San Cipriano d'Aversa (CE), imputata di collusioni con la camorra di Casal di Principe (clan Zagaria), e la IGC di Gela, legata al clan mafioso dei Rinzivillo, hanno tutte sfruttato la determinante decisione del governo, all'indomani del terremoto, di consentire una quantità di subappalti (molto più difficilmente controllabili delle ditte direttamente assegnatarie dei lavori) per ciascuna assegnazione pari al 50%, in deroga alla legge 163/06 che fissa il limite al 30%.

Emblematico il caso dell'ultima delle tre: incaricata di eseguire i lavori presso il cantiere CASE di Bazzano nonostante fosse priva di certificato antimafia fino alla scorsa estate, segnalata come "collegata alla mafia" da ben 4 centri della DIA e oggetto di un'interrogazione dell'onorevole Giuseppe Lumia (PD) il 19 luglio scorso presso la Camera dei Deputati.

A questo pericoloso corto circuito tra edilizia e mafia va ad aggiungersi l'ultima indagine (con tanto di arresti) relativa al presunto tentativo di alterazione della gara d'appalto per la costruzione della nuova ASL dell'Aquila, un lavoro da 15 milioni di euro.

Tra gli indagati, l'attuale assessore regionale alla sanità Lanfranco Venturoni (PDL). L'indagine vede Claudio D'Alessio, AD di Fira Servizi, e Italo Meti (ex assessore regionale al Lavoro di Forza Italia), intermediari in una "operazione politica di pressione" per l'assegnazione dell'appalto a favore degli imprenditori Alido Venturi ed Enrico Tessitore.
La riuscita prevedeva il necessario accordo collusivo dell'assessore Venturoni, dell'ex manager della ASL Roberto Marzetti e del funzionario regionale Enzo Mancinelli, incaricato di realizzare il bando di gara al fine di evitare l'approvazione della Giunta e di cucirlo addosso ai destinatari.
Il tutto verrebbe costruito, secondo le accuse dei PM e del GIP che ha ratificato gli arresti domiciliari per D'Alessio e Meti, attorno ad un presunto giro di tangenti di diverse centinaia di migliaia di euro.

L'arresto dell'ex Presidente della Regione Abruzzo Ottaviano Del Turco (e l'indagine a carico di altre decine di persone) generò un caso politico-mediatico devastante. Analogamente a quanto avvenuto con la questione dei rifiuti in Campania e l'iscrizione nel registro degli indagati dell'attuale Presidente Antonio Bassolino.
In Puglia le indagini a carico del dimissionario assessore alla Sanità e di alcuni direttori di ASL hanno portato il PDL locale alla richiesta di dimissioni per il Presidente Vendola e "il caso Puglia" in pole position su quotidiani e notiziari tg.

In Abruzzo c'è un'inchiesta che parla di gare d'appalto per la ricostruzione truccate e che vedono indagato un assessore regionale ancora in carica. La stampa nazionale questa volta però non sembra interessata. Neanche quella stampa "faziosa" vicina all'opposizione.

Forse è la provenienza politica dell'indagato a non suscitare interesse. O forse è l'Abruzzo ad aver stancato. Il cordoglio, la rabbia, la sofferenza di milioni di italiani per un dramma di questa portata hanno una loro durata.
E' il famoso "interessamento a progetto".

martedì 24 novembre 2009

L'Aquila, zona rossa. Sette mesi dopo.

Articolo scritto per la rubrica "Pagina Zero", su Abruzzo 24 Ore.
Foto di Luca Pavone.

Se c'è qualcosa che colpisce lo sguardo attento di chi si trova circondato da un teatro di devastazione qual è la zona rossa dell'Aquila, al di là della stravolgente e terrificante quantità di crolli, sono i dettagli apparentemente insignificanti. Quelli che sfuggono ad un primo sguardo. Ma che pesano come macigni se osservati con gli occhi di chi guarda una realtà come questa dopo oltre 7 mesi dal sisma.

I primi tra di essi sono i panni stesi ad asciugare al sole. In un altro luogo, o in un imprecisato periodo del passato, sarebbero uno dei tanti simboli di quotidianità. Nel centro storico dell'Aquila assumono, ineluttabilmente, un significato diametralmente opposto: sono il sintomo clinico dell'abbandono, dell'impossibilità di accedere a ciò che per anni è stata la propria casa. Neanche per recuperare quei pochi beni di prima necessità.

La prima tappa del viaggio in zona rossa è la chiesa di Santa Maria di Paganica, la meno attenzionata dalla stampa, sebbene la più martoriata. Le mura perimetrali esterne sono l'unico lascito di questo monumento ricostruito ex-novo dopo il terremoto del 1700.
Il lessico italiano è privo di sostantivi o aggettivi in grado di rendere l'entità del disastro, dello stupro selvaggio subito da beni monumentali come questo. Anche le immagini, seppure intrinsecamente stravolgenti, fanno fatica a tradurre le sensazioni che si è costretti a subire una volta catapultati lì dentro.



Le macerie al suo interno (che riusciamo a testimoniare dopo un breve tira e molla con i responsabili della Protezione Civile per i Beni Culturali) arrivano a coprire in altezza quasi metà dell'abside.







Una quantità non superiore a quella che sovrasta l'intera piazza antistante.



Uno spettacolo quantomai simile a quello fornito da tutte le altre piazze di ciò che resta del centro storico del capoluogo abruzzese: cumuli di detriti ammassati in ogni spazio possibile, impalcature, pochi implacabili uomini al lavoro. E silenzio.
Quel silenzio che annichilisce il ricordo del chiasso di quelle strade una volta brulicanti di famiglie al passeggio e di studenti universitari.

Piazza Palazzo non fa eccezione. Con la mole di detriti lungo un intero lato della piazza e con l'altra che quasi occlude il passaggio verso Santa Margherita.





E neanche Piazza San Pietro, la sua omonima Chiesa e l'edificio di ciò che qualche mese fa era uno dei ritrovi più gettonati dei ragazzi dell'Aquila: lo Student Bar.




Eppure, contro ogni più fervida, lugubre immaginazione, la triste immagine di questo scorcio finisce per annullarsi di fronte all'agghiacciante testimonianza fornita da Via Roma e dalle vie adiacenti a Piazza San Pietro (Via Pretatti e Via San Pietro in primis).





I Vigili del Fuoco che ci accompagnano ci confidano che una enorme porzione dell'abitato aquilano (molto più vasta di quanto si possa pensare) non è accessibile neanche al più esperto e sconsiderato degli addetti ai lavori. Moltissime case sono destinate ad implodere. Nella maggior parte dei casi con i numerosi beni familiari imprigionati al proprio interno.




La città segue questa connotazione tipica da "città fantasma" in ogni angolo della zona rossa: Via Roma, con i libri di Diritto Amministrativo e gli appunti di Economia dei Pubblici Servizi lungo il ciglio della strada, Via Giovanni XXIII, con ciò che resta di macchine sottoposte ad una devastante pioggia di mattoni, Via Fontesecco con i suoi crolli estesi e così via.





Piazza Duomo, quello stesso luogo dove quattro mesi fa Michelle Obama e Carla Bruni duellavano in una patetica gara del look istituita dalla stampa nazionale, costituisce la solita parziale eccezione, con i suoi cantieri sempre all'opera e con un senso di ordine post-sisma invidiabile.
Casualmente è anche la piazza più frequentata dai giornalisti di tutta Italia, prima e dopo la parziale apertura al pubblico.

Basta spingersi pochi metri più in là, lungo Via Roio e Via Sassa e lungo le tante stradine trasversali per assistere ad una realtà profondamente diversa, fatta di abbandono (più mediatico che operativo). Il destino di ogni zona della città priva di chiese e ricca di abitazioni.

L'uso così frequente del termine "ricostruzione" in riferimento alla realtà della città più tristemente celebre d'Italia è una scelta oltraggiosa se solo si considera ciò che l'intero nucleo urbano dell'Aquila e di tutto il comprensorio, dentro e fuori le diverse zone rosse, è oggi. Basta un'occhiata fugace per capire all'istante che il termine "ricostruzione", da queste parti, ora come ora, è un privilegio inesistente, oltre che un'offesa beffarda.

Durante la visita di Obama in zona rossa Il Sole 24 Ore titolava "L'Aquila come Ground Zero".
Un paragone pretestuoso per qualcuno, appropriato per altri.
Rispetto alla tragedia dell'11 settembre, L'Aquila porta sulle proprie spalle il peso di un numero minore di vittime. Ma si fa carico della stessa angoscia.
E della stessa rabbia che contraddistingue i pensieri di chi è costretto a comprendere solo a posteriori ciò che poteva essere fatto ed è stato invece disatteso.

PS: Ringrazio di tutto cuore i Vigili del Fuoco che mi hanno accompagnato, per la cordialità, la gentilezza e la disponibilità straordinarie che hanno dimostrato in ogni singolo istante.


PPS: Segnalo il post "Lo scempio" sul blog Miss Kappa sulle palazzine del piano C.A.S.E. nella frazione di Camarda.

sabato 21 novembre 2009

L'affaire Marrazzo: le domande, i dubbi e le "ombre ingombranti" di cui si è persa traccia



Se era davvero così indispensabile un segnale, un evento, una prova che dimostrasse quanto il "caso Marrazzo" non fosse l'ennesimo scandaluccio politico-sessuale "trans e cocaina", questa quasi-certezza è stata fornita alle ore 4 della scorsa notte, quando Brenda, uno dei teste più importanti per le indagini (e forse proprio per questo tra i più riluttanti a riferire con chiarezza le dinamiche di ciò di cui era a conoscenza), ha trovato la morte nel suo appartamento per asfissia da monossido di carbonio. Presumibilmente.

Nel suo appartamento valigie pronte, tracce di liquido infiammabile ed il pc immerso in un lavandino ricolmo d'acqua. Una sconcertante e dolorosa condanna a morte per chi ha probabilmente la colpa di sapere ciò che non ancora era stato detto.

L'intera vicenda "Marrazzo" è stata raccontata in tutte le versioni possibili, ciascuna contraddistinta nel corso del tempo da un fattore di veridicità estremamente variabile, grazie anche ai continui ritrattamenti ed alle interminabili modifiche dei resoconti dei singoli protagonisti (da Marrazzo ai 4 carabinieri imputati, passando per l'intero alveo del mondo trans coinvolto).
E in tutte le circostanze gli aspetti più pruriginosi e voyeuristici hanno avuto la meglio sul buon senso e sulle sfaccettature penali.

I dati assodati non sono molti: il 3 luglio due carabinieri, Carlo Tagliente e Luciano Simeone, fanno irruzione in un appartamento di Via Gradoli 96. All'interno ci sono Natalì, trans brasiliano, ed il Presidente della regione Lazio Piero Marrazzo.
Secondo i due carabinieri quel giorno nell'appartamento c'era anche Gianguarino Cafasso (circostanza confermata dal suo legale Marco Cinquegrana), spacciatore per i trans e informatore per i CC, uomo chiave della vicenda, deceduto per apparenti cause naturali lo scorso settembre.
Natalì e Marrazzo negano la sua presenza.

Alcuni giorni dopo gli stessi carabinieri, assieme ad altri due colleghi (Nicola Testini ed Antonio Tamburrino) cercano di vendere un video di circa due minuti che ritrae Marrazzo e Natalì quello stesso giorno durante l'irruzione. Il filmato mostra, su di un tavolino, una modica quantità di cocaina, il tesserino del Presidente ed una quantità di denaro ancora non chiara.
Marrazzo e Natalì non notano alcuna ripresa. Identica posizione dei Carabinieri, che imputano a Cafasso le riprese.

Tramite Tamburrino contattano Massimiliano Scarfone (il celebre fotografo autore dello scatto che "incriminò" a suo tempo Silvio Sircana), che a sua volta contatterà l'agenzia "Photo Masi", di Carmen Pizzuti. Da lì i tentativi di vendita presso le redazioni di Oggi, Chi, Libero, Panorama.

E' a questo punto che sorgono interrogativi naturali a cui nessuno finora sembra aver dato troppo peso. O talvolta averli mai posti.

1. Piero Marrazzo afferma di essere stato rapinato dai due carabinieri di 5 mila euro (che poi diventeranno 3 mila) e di essere stato costretto a firmare tre assegni da 20 mila euro complessivi.
I Carabinieri negano tutto.
Perché Giangavino Sulas (giornalista di Oggi che visionerà il filmato) e Massimiliano Scarfone affermano di aver notato una quantità di denaro nel video pari a ben 15 mila euro?

2. Piero Marrazzo afferma di aver ceduto i tre assegni ma di averne denunciato la scomparsa pochi giorni dopo. Perché il 13 luglio Adelfio Luciani, segretario di Marrazzo, denuncia la scomparsa di ben 9 assegni del libretto del Presidente?

3. La titolare dell'agenzia Photo Masi, Carmen Pizzuti, incaricata di vendere il filmato, dichiara di aver trovato assurda la strategia operata dei Carabinieri. E' lei stessa a porre questa domanda: perché compiere reati allo scopo di fare soldi con la vendita definitiva di un filmato ad un giornale anziché usare il video come arma di ricatto per incamerare molti più soldi e mantenere la vicenda sotto silenzio?

4. Perché non ci fu mai nessun tentativo di ricatto verso Marrazzo da parte dei carabinieri, video alla mano? Perché la presunta ricerca di denaro facile si direzionò subito verso la grande stampa (la redazione di Libero, direttore Feltri, venne contattata appena 8 giorni dopo l'irruzione) e non verso Marrazzo?

5. Cafasso sarebbe stato il teste chiave dell'intera vicenda. Avrebbe potuto raccontare del video, della sua presenza o meno a Via Gradoli, del suo rapporto con i carabinieri e con i trans Brenda e Natalì.
La sua compagna, un trans di nome Jennifer, afferma di aver gettato il suo telefonino (scrigno ricco di potenziali tesori giudiziari, video in primis) perché non sopportava più di sentirlo squillare.
Quanti, di fronte ad uno stillicidio sonoro, hanno l'abitudine di buttare il cellulare anziché spegnerlo?

6. Brenda nei primi istanti dello scandalo negò persino di conoscere Marrazzo. Più tardi confermò anche le voci che parlavano di un video che ritraeva lei con Marrazzo e un'altra trans di nome Michelle (o Michelly). Perché, stando a quanto riferisce Brenda, anche Michelle aveva anche una copia del filmato? Perché poco tempo dopo la serata del filmato Michelle si trasferì in Francia?

7. Fu presa visione da parte degli inquirenti del cellulare di Brenda? Quello stesso cellulare sottrattole con la forza dopo un vero pestaggio la notte dell'8 novembre scorso?

8. Perché Maurizio Belpietro afferma di non essere mai stato interessato al video, quando invece Carmen Pizzuti afferma che i due si accordarono per un prezzo di vendita di 100 mila euro e che l'affare si bloccò solo a causa del concomitante interessamento di Panorama?

9. Maurizio Belpietro visionò il filmato l'11 ottobre. Il suo editore, messo immediatamente al corrente il giorno stesso, lo visionò 3 giorni più tardi, il 14 ottobre.
Il 12 ottobre ed il 15 ottobre (i giorni successivi alla visione dei filmati) ci furono due incontri tra gli Angelucci (Antonio e Giampaolo), proprietari del gruppo di cliniche private Tosinvest oltre che proprietari di Libero, quindi a conoscenza del video-ricatto, ed esponenti della regione Lazio, tra cui lo stesso Marrazzo (nella seconda occasione).
Come mai alcuni membri dello staff di Marrazzo, oltre che l'attuale Presidente regionale Esterino Montino, parlano di una recrudescenza nei toni, di feroci scontri verbali (e quasi fisici) e di un inaspettato spirito "barricadero" da parte degli Angelucci in queste circostanze?
E' accettabile che gli editori del quotidiano che sembrerebbe aver deciso di pubblicare il video anche a costo di distruggere a mezzo stampa la carriera politica di Marrazzo siano gli stessi che hanno giocato al rialzo nelle trattative sulla sanità dei giorni precedenti lo scandalo?
Non si tratta di una chiara situazione di ricattabilità (se non di vero e proprio ricatto), visto che il presunto acquirente del filmato è lo stesso in perenne scontro con la Regione Lazio a causa di alcuni provvedimenti regionali che ledono gli interessi del gruppo Tosinvest?

10. Alfonso Signorini, direttore di Chi, fu l'unico ad ottenere una copia del video, su permesso dei 4 carabinieri. Perché?

11. Signorini contattò Marina Berlusconi, Presidente di Mondadori, editore di Chi, per la questione del video il 5 ottobre. Silvio Berlusconi contattò Marrazzo per informarlo del video il 19.
Quando Berlusconi ha saputo del video? Perché ci fu prima un tentativo di vendita a Libero, poi a Panorama e solo dopo il congelamento delle trattative, Berlusconi avvertì Marrazzo?

12. Il 19 ottobre Berlusconi informa Marrazzo sul video in circolazione. Il giorno successivo Marrazzo incontra ancora una volta Antonio Angelucci, deputato PDL.
Angelucci in qualità di editore di Libero è consapevole della ricattabilità di Marrazzo ed ora anche Marrazzo sa del video e, forse, anche degli interessamenti di Libero. Marrazzo ha urgenza di acquistare il video e Angelucci di pubblicarlo. Marrazzo è ora consapevole della propria posizione di subalternità?
In questa occasione i due si incontrano per discutere della questione sanità come nelle altre occasioni (stando alle dichiarazioni dei diretti interessati) o l'incontro era finalizzato alla risoluzione del problema del video-ricatto, come sembrerebbe emergere dalle dichiarazioni a mezzo stampa di alcuni membri dello staff di Marrazzo?

giovedì 19 novembre 2009

L'acqua nell'era del profitto: la Camera rovescia la normativa europea e privatizza il servizio idrico nazionale



La discussione in plenaria di questa mattina presso la Camera dei Deputati sul decreto-legge di applicazione delle direttive europee non ha riservato alcuna sorpresa. Perfettamente nei tempi previsti e con una linearità ed una compattezza della maggioranza esemplari, i rappresentanti del popolo a Montecitorio hanno messo la parola fine alla lunga diatriba sulla privatizzazione dell’acqua.

Con un solo articolo, due giorni di discussione in Commissione e tre in plenaria, i Deputati della Repubblica hanno sancito, con 302 voti favorevoli e 263 contrari, l’obbligo per tutti gli organismi locali di ottemperare alle normative europee che impongono l’affidamento dei servizi pubblici alle aziende private. Servizio idrico compreso.
Tutto questo nonostante l’Unione Europea non abbia in nessuna occasione deliberato alcun obbligo che imponesse la privatizzazione del servizio idrico.
Tutto il contrario.

Risultano emblematiche in questo senso le due risoluzioni europee dell’11 marzo 2004 e del 15 marzo 2006, entrambe incentrate sul diritto universale all’acqua per tutti i cittadini europei (e non solo) e sull’esclusione della gestione delle risorse idriche dalle norme sul mercato interno.

Non sono state ritenute altrettanto significative dall’esecutivo italiano, che si è spinto con estrema rapidità verso la totale privatizzazione del servizio idrico integrato. Due soli articoli (il 23-bis della legge 133 del 6 agosto 2008 ed il 15 del decreto-legge approvato in via definitiva ieri), discussi a distanza di 15 mesi, costituiscono il fulcro del nuovo principio legislativo che considera l’acqua un bene al servizio del mercato.

A difesa del provvedimento del governo viene chiamata in causa la celebre direttiva Bolkestein (dal nome del Commissario Europeo olandese autore del provvedimento), la maxi-legge europea che apre (obbligatoriamente) ai privati per la fornitura dei servizi pubblici a rilevanza economica.
Una difesa che crolla nella lettura degli articoli 2 e 17.
Il primo consente di escludere dal processo di liberalizzazione i servizi che ogni governo ritiene siano privi di interesse economico. Una scelta che il governo italiano, con Prodi prima e con Berlusconi poi, non ha mai operato.
Il secondo articolo è meno discrezionale, ed esclude esplicitamente ed inderogabilmente il servizio idrico dal campo di applicazione della direttiva.

Ciò nonostante, le normative europee non sembrano aver fatto breccia oltre le Alpi e così, lo scorso anno, nel disinteresse complessivo anche della stampa nazionale oggi così attenta al tema in discussione, il parlamento approvava la legge del governo 133/08. I punti chiave dell'articolo 23-bis:
  • Affidamento dei servizi locali a privati attraverso gare pubbliche d'appalto;
  • Possibilità di affidamento ad aziende pubbliche previa dimostrazione delle "peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche che impediscono il ricorso al mercato" e previa approvazione dell'AGCM (Autorità Garante del Commercio e del Mercato);
  • Riconoscimento della proprietà pubblica delle infrastrutture all'interno di una distribuzione privata.

Oggi il nuovo provvedimento, strutturato come una circostanziata modifica a quanto approvato più di un anno fa:
  • Possibilità di concessione del servizio in via esclusiva a società con capitale misto anche senza gara d'appalto, ma con semplice scelta su libero mercato del socio privato, che dovrà detenere almeno il 40% della partecipazione aziendale;
  • Annullamento dei contratti di affidamento alle ditte pubbliche in tutto il territorio nazionale entro il 31 dicembre 2011;

Il ministro Ronchi ha difeso questa sua creatura, invocando l'obiettivo di "combattere i monopoli" e fornire "servizi migliori a prezzi minori".
Eppure la legge non contrasta la natura intrinsecamente monopolistica del servizio, ma bensì esclude soltanto le società pubbliche dalla gestione, generando, previa pubblica gara d'appalto, nuovi monopoli privati, incaricati di gestire in autonomia servizio e tariffe.

Il ministro Brunetta conferma parola dopo parola la posizione del collega Ronchi, aggiungendo la sua personale critica all'attuale affidamento del servizio idrico per oltre il 90% dei casi a ditte municipalizzate (definite "conservatrici, fondamentaliste, amanti degli sprechi").
Il ministro, con tutta evidenza, sembra aver ignorato i rapporti annuali del Comitato per la vigilanza dell'uso delle risorse idriche (presentati periodicamente in Parlamento), che, lo scorso anno, su 107 aziende incaricate della gestione servizio idrico integrato, individuava solamente 64 aziende a totale partecipazione pubblica, per una percentuale inferiore al 60%.
Le restanti: società con capitale misto o ditte esclusivamente private.
Come quella a cui è stato affidato per una durata trentennale l'ATO di Palermo, dopo una gara d'appalto che ha visto partecipare una sola ditta. La vincitrice.

Anche sulla questione delle tariffe i numeri presentati dal Comitato di Vigilanza non lasciano troppi dubbi: i prezzi a metro cubo erogato trovano i picchi massimi proprio in corrispondenza delle aziende private o a capitale misto (prevalenti nelle regioni "rosse" Toscana ed Emilia Romagna); 0,45-0,69 euro al metro cubo i prezzi dei primi due scaglioni tariffari in Emilia Romagna, 0,46-0,85 in Toscana, fino all'1,38 in una porzione del cuneese, dove opera la privata ALSE.
I minimi tariffari caratterizzano le regioni Lombardia, Veneto e Abruzzo (0,22-0,40 in Lombardia, 0,28-0,42 in Veneto, 0,31-0,49 in Abruzzo), contraddistinte dalla presenza esclusiva delle "costose" (secondo il ministro Brunetta) società pubbliche.
Quelle stesse società le cui spese salariali per i dirigenti sono 6 volte inferiori a quelle erogate dalle società a capitale misto o totalmente privato.


Letture correlate:
L'oro blu della Puglia (7 settembre 2009)
Un "mare" d'affari: la privatizzazione dell'acqua in Italia (28 settembre 2009)
L'inganno della privatizzazione idrica italiana (17 ottobre 2009)
La prima Rivoluzione Idrica è cominciata (23 ottobre 2009)
L'approvazione della privatizzazione dei servizi idrici al Senato e la strana nota del Senatore Bubbico del PD (7 novembre 2009)

martedì 17 novembre 2009

Gli "orrori" di Antonio Di Pietro



Lo ha ribadito ancora una volta esattamente due settimane fa, al programma "Fatto del giorno" su Raidue. E' lo stesso concetto espresso senza sfumature negli ultimi 3 anni.
"Una cosa è l'errore, altra cosa è il dolo, candidare De Gregorio è stato un errore della madonna".

A questa dura autocritica, espressa ripetutamente senza sfumature nel corso degli ultimi tre anni, si affiancò a suo tempo, dopo il blitz di De Gregorio con il centrodestra in Senato per farsi eleggere Presidente della Commissione Difesa e dopo il suo addio all'IDV, un durissimo attacco al politico "voltagabbana" sempre dal suo ex-leader Antonio Di Pietro, che non ebbe troppe difficoltà a definirlo "un Giuda".

La candidatura di Sergio De Gregorio come capolista in Campania per il Senato nel 2006, nonostante il suo allora recentissimo passato in Forza Italia, costruita come spesso accade sul principio quantomai trasversale "questo tizio porta voti", fu, a detta dello stesso Di Pietro, un errore di una gravità senza precedenti. Che mai più sarebbe stato ripetuto.

La famosa differenza tra errore e dolo.

Appena 6 giorni dopo la sua presenza al programma pomeridiano di Raidue, il giornale telematico quiBrescia riferiva dell'ultimo acquisto politico dell'Italia dei Valori in Lombardia, un acquisto voluto e difeso dallo stesso Antonio Di Pietro in vista delle prossime regionali.

Pochi giorni dopo la notizia viene confermata dal Corriere della Sera e da La Stampa, relegata ai margini di una diatriba tutta interna all'IDV, lacerata dallo scontro continuo tra i "movimentisti/idealisti" alla De Magistris e ai "realisti/politicisti" alla Donadi, a cui vanno ad aggiungersi le fuoriuscite di Pisicchio, Astore ed altri parlamentari ancora sull'uscio.

Per le elezioni lombarde del prossimo marzo, correrà sotto le insegne del gabbiano arcobaleno l'ex capogruppo della Lega Nord a Montecitorio Alessandro Cè.

A difesa di questa ennesima scelta poco rassicurante per gli elettori, il leader-maximo dell'IDV chiama in causa la rottura di Alessandro Cè con la sua parte politica e la divergenza con il centrodestra sulla questione "sanità". Motivazioni sufficienti per Di Pietro per tentare questo nuovo rischiosissimo azzardo.

Su cosa si fondi questo consistente rischio di passare "dall'errore al dolo" sono le stesse dichiarazioni di Alessandro Cè a spiegarlo.

"Come fanno a definirsi cattolici quando poi votano favorevolmente provvedimenti come quello che prevede la fecondazione eterologa?"
3 giugno 1998 (sull'apertura del CCD al riconoscimento della fecondazione eterologa)

"Come è possibile che proprio dalle tv di Berlusconi, in un momento tanto delicato, sotto la maschera della satira partano attacchi politici durissimi a Bossi, alla Lega e all' idea di Padania?"
12 marzo 2002 (interpellanza parlamentare sulla battuta della Gialappa's su Bossi definito ironicamente "Europirla").

"Va bene l' inno prima delle sedute, ma quello padano".
25 settembre 2002 (sulla decisione del Consiglio Regionale del Lazio di aprire tutte le sedute con l'Inno italiano)

"Bisogna imporre riforme che sanzionino quelle parti della magistratura che si comportano come vere fazioni politiche".
29 gennaio 2003 (sulla decisione della Corte di Cassazione di respingere la richiesta del legittimo sospetto per i processi Imi-Sir e Lodo Mondadori)

"Dalle prove raccolte sembra ormai certo il sostegno di Saddam Hussein al terrorismo, la sua collaborazione con Al Qaeda, il finanziamento dei kamikaze e della jihad islamica. Non ci sfuggono, peraltro, ulteriori motivazioni che spingono verso la guerra. Diventa determinante riuscire ad avere maggiore controllo o, perlomeno, maggiore capacità di contrattazione con i paesi possessori di materie prime fondamentali per la crescita economica".
6 febbraio 2003 (dichiarazione d'appoggio presso la Camera dei deputati alla missione militare in Iraq)

"Chi è eletto dal popolo deve essere giudicato dal popolo, non da una magistratura politicizzata".
12 marzo 2003 (sulla decisione di appoggiare la proposta di legge del Lodo Schifani)

Cé fa formale richiesta di estendere il Lodo Schifani a tutti i membri del governo, non solo al Presidente del Consiglio
15 maggio 2003

"Non vogliamo oggi meridionali e apolidi nell'esercito; domani avremmo gli extracomunitari".
6 novembre 2003

"Le toghe, sostenute da un' ideologia sessantottina, sono più severe con chi si difende piuttosto che con ladri e rapinatori".
22 aprile 2004 (sulla proposta di legge che allarga le condizioni per la non punibilità dell'omicidio per "legittima difesa")


Se era richiesto un gesto per rassicurare l'ala politicista dell'Italia dei Valori sullo stop alla deriva a sinistra del partito, il segnale è servito.

sabato 14 novembre 2009

Le mani (della Curia) sulla città: la Regione Lombardia paga la costruzione di edifici religiosi

Articolo scritto per la rubrica "Pagina Zero", su Abruzzo 24 Ore.



L'Aquila. Ex Casa dello Studente. Foto di Alessandro Tauro.

Tredici giorni.
E' il tempo trascorso dalla data della decisione ufficiale della Regione Lombardia di costruire in tempi ridottissimi la nuova Casa dello Studente a L'Aquila al giorno in cui l'Arcidiocesi del capoluogo abruzzese si è inserita nel progetto, ritagliando su sé stessa un ruolo da protagonista principale.

L'incipit ufficiale del piano infrastrutturale è datato 3 giugno 2009 ed ha luogo nel Palazzo Pirelli di Milano. E' con la delibera n. 8/9550 [PDF] che la giunta Formigoni approva l'Accordo di Programma stipulato con Comune dell'Aquila, Ministero dello Sviluppo Economico e Regione Abruzzo.
Nulla del nuovo studentato viene lasciato al caso. La delibera stabilisce il numero dei posti letto (120), superificie occupata e area verde, crono-programma di costruzione, costi complessivi (7 milioni di euro tra studentato e scuola primaria), dimensione delle aule, soggetti incaricati delle responsabilità attuative e di controllo, trasferimento delle risorse, normativa sulla risoluzione dei conflitti di competenza, numero, tipologia e dimensione delle stanze, composizione strutturale delle pareti e delle controsoffittature.
Un solo elemento manca all'appello: la scelta del terreno su cui costruire.

Un'assenza molto particolare, che potrebbe essere motivata dalla scelta di attendere una regolare gara d'appalto per la definizione dell'ubicazione. E sarebbe stata questa la ragione principale, se non fosse che 5 giorni prima dell'approvazione presso il Pirellone la Curia dell'Aquila aveva emesso una nota ufficiale in cui si proponeva come ente ospitante, per mezzo dei propri terreni, della nuova Casa dello Studente.

Nessun esproprio. Nessuna gara pubblica d'appalto. Neanche una di quelle "su invito" e a tempi ridotti organizzate dalla Protezione Civile per il Piano C.A.S.E.
Una sorta di "concessione per simpatia", resa possibile dalle numerose deroghe alle norme statali, regionali e comunali di costruzione chieste sin dal principio allo scopo di "accelerare i tempi".

Il 16 giugno, il primo vertice a 4 si estende ad altre tre "autorità": Provincia, Dipartimento della Protezione Civile ed Arcidiocesi dell'Aquila. La ratifica è unanime. Nei giorni successivi le delibere di Regione e Comune daranno l'ok finale per la costruzione del nuovo complesso.

Intitolazione a San Carlo Borromeo, gestione dello studentato affidata in via esclusiva alla Curia e appropriazione da parte dell'Arcidiocesi dell'intero complesso in termini proprietari tra 30 anni sono i tre fattori di ritorno economico e spirituale per la Curia aquilana.
Ciò che si pone di fronte agli occhi dei contribuenti lombardi è un vero inedito: costruzione con fondi pubblici di un edificio a gestione privata e che, secondo uno scadenzario predefinito, diverrà di proprietà esclusiva della Santa Chiesa Cattolica Romana.

Il ricorso presentato dall'Unione degli Universitari dell'Aquila, per quanto fondato sulle diverse normative locali e nazionali sull'edificazione pubblica, rischia di naufragarsi di fronte alla massiccia ma legale deregolamentazione che avvolge il capoluogo abruzzese in questa fase di post-emergenza.
Con la conseguente certificazione del principio "Privati edifici religiosi, pubblici fondi laici".

giovedì 12 novembre 2009

Cosentino, Landolfi e la camorra di Casal di Principe: tutte le accuse dell'ordinanza d'arresto


I due protagonisti delle indagini della Procura di Napoli: gli onorevoli Nicola Cosentino e Mario Landolfi.

Quando si parla di camorra, in particolar modo dei clan di Casal di Principe, la mente di tutti lascia spazio alle terribili immagini delle sparatorie, delle esecuzioni per strada, degli attentati agli uomini di Stato o agli indomiti giornalisti-scrittori.
Nella lettura delle 351 pagine dell'ordinanza del GIP Raffaele Piccirillo collegata alla domanda d'arresto per l'onorevole Nicola Cosentino appare un mondo profondamente diverso, che parla di affari, di gare d'appalto, di Commissariamento per i rifiuti, di politici al servizio della camorra.
Le armi, quando si parla del vero potere dei "casalesi", scompaiono alla vista.

L'intera storia ruota attorno alla società ECO4, deputata al servizio di smaltimento dei rifiuti e diretta dai fratelli Michele e Sergio Orsi, mafiosi legati al clan dei Bidognetti prima e degli Schiavone/Zagaria poi, accompagnati nella gestione dell'impresa dal "socio occulto" Gaetano Vassallo, "colletto bianco" della criminalità organizzata facente capo a Francesco Bidognetti detto Cicciott' e mezzanott'.
Vassallo è il vero super-pentito dell'inchiesta, il cui ruolo nel clan è spiegato bene dagli oltre 40 milioni di euro di proprietà a suo nome sequestrati dagli inquirenti, ed è colui che, in diversi interrogatori, spiega il ruolo di deus-ex-machina di Nicola Cosentino.

Secondo Vassallo, Cosentino era il "controllore politico" di ECO4. Forse anche qualcosa di più se i Bidognetti si riferivano a lui come "il nostro candidato" e se, stando alle rivelazioni di Vassallo, lui stesso affermava "quella società song' io".
Il suo ruolo sembrerebbe consistesse nell'agevolare gli interessi dei fratelli Orsi e le famiglie casalesi ad essi legate; in cambio di ciò riceveva periodicamente "mazzette" da 50 mila euro che Cosentino utilizzava a scopi elettorali.
I compiti di Cosentino spazierebbero in diversi ambiti: dalla fornitura di certificati antimafia inaccessibili alle pressioni su sindaci e prefetti, dalle trattative di mediazione tra società e commissari all'impiego di lavoratori inutili assunti per abituali interessi elettorali.

Un ruolo ad ampio spettro che non svolgeva da solo, secondo i pentiti, ma con il fattivo appoggio del collega Mario Landolfi, un binomio necessario per garantire la copertura dei due grandi partiti del centrodestra: Forza Italia e Alleanza Nazionale.
Un binomio che diventerebbe un trittico secondo Gaetano Vassallo, che riporta le parole del boss Raffaele Bidognetti secondo cui Cosentino, Landolfi, Gennaro Coronella e Italo Bocchino farebbero parte del "nostro tessuto camorristico".

La società ECO4 ha un obiettivo fondamentale: spezzare il monopolio della FIBE (gruppo Impregilo, attualmente sotto processo) in Campania nel ramo rifiuti e gestire lo smaltimento e la termovalorizzazione manu propria. Per farlo diventa socio privato del consorzio casertano a capitale misto CE4 (di cui avrà in pratica il pieno controllo), a sua volta partner del consorzio inter-provinciale Impregeco, che unisce la destrorsa CE4 (legata a Cosentino e Landolfi) alle sinistrorse NA1 e NA3, facenti riferimento ai DS napoletani.

Il connubio tra il centrodestra local-nazionale e i DS campani, sempre stando alle testimonianze dei collaboratori di giustizia, assumerebbe connotati ben più ampi, a partire dai presunti interessi che Cosentino stesso aveva nei consorzi casertani CE2 e CE3, ufficialmente amministrati dai DS, fino ad arrivare a logiche di parentela, con il fratello del Presidente di ECO4 militante nei DS in "zona CE2".

La crescita di ECO4 avverrà a spese delle ditte concorrenti, dapprima aggiudicandosi gare d'appalto truccate, e infine ottenendo l'autorizzazione a costruire un termovalorizzatore a Santa Maria la Fossa in alternativa a quello voluto dalla FIBE.
Esemplare risulterà in questo senso la condotta del sindaco, Bartolo Abbate, che mobiliterà l'intera popolazione nella lotta contro l'inceneritore, ma fino al momento in cui la ECO4 si sostituirà alla FIBE, diventando a questo punto (segretamente) grande sostenitore del nuovo termovalorizzatore.
Per la sua costruzione è necessaria l'approvazione da parte dei funzionari commissariali per i rifiuti. Che avverrà per mezzo della stesura di ben 18 ordinanze da parte del sub-commissario Giulio Facchi, lo stesso che porterà il Presidente della Regione Antonio Bassolino all'approvazione della creazione del consorzio camorristico Impregeco.

18 ordinanze commissariali e le porte per il monopolio dei rifiuti per la ECO4 cominciano a spalancarsi.

Siamo abituati ad immaginare l'approvazione di ordinanze utili alla camorra e gare d'appalto definite con criteri che aggiudichino a priori la vittoria ad una ditta con il peso del ricatto, del predominio economico, della minaccia o dello scontro. Nulla di tutto questo secondo i teste Gaetano Vassallo, Michele Orsi, Carlo Savoia (Presidente di ECO4) e Giuseppe Valente (Presidente di CE4), ma solo il peso politico delle pressioni che vedono protagonisti Mario Landolfi e Nicola Cosentino.

Nella costruzione del termovalorizzatore di Santa Maria la Fossa gli Orsi e Cosentino, privi di copertura da parte dei Bidognetti nella zona, si affilieranno al clan degli Schiavone, ben più radicati. Da qui la progressiva esclusione di Gaetano Vassallo, "l'uomo all'Avana" di Francesco Bidognetti.

Il ruolo fondamentale di Cosentino e di Landolfi riemergerà nel momento in cui gli Orsi avranno problemi con il Presidente Savoia, con i suoi legami con il PPI campano, con le sue richieste di maggiori poteri, con la scarsa attenzione alle esigenze clientelari dei soci, impegnato solo alla cura delle proprie.
Le intercettazioni della Procura chiamano in causa Raffaele Chianese, uomo di Landolfi, impegnato a garantire una soluzione da parte di questi e di Cosentino al "problema Savoia", in cambio di un ruolo di rilievo dello stesso Chianese all'interno della società.

Alla maxi-vicenda della ECO4 e alle testimonianze dei 4 testimoni sopracitati, si aggiungono le rivelazioni corroboranti di Dario De Simone, Domenico Frascogna e Raffaele Ferrara (tutti uomini degli Schiavone) e quelle del super-pentito Carmine Schiavone (cugino del boss Francesco detto Sandokan) sugli appoggi elettorali garantiti a Cosentino nelle elezioni del 1995 alla Regione, che fanno il paio con quelle di Vassallo sugli aiuti garantiti dai Bidognetti dal 1980 al 2006, nelle tornate elettorali al Consiglio Provinciale di Caserta, quello regionale della Campania, alla Camera dei Deputati e nella nomina come coordinatore regionale.
In questo ambito Vassallo ricorda il proprio duraturo tesseramento a Forza Italia, il tesseramento "forzato" di numerosi cesani (Cesa, provincia di Caserta, ndr) ed il finanziamento di alcune cene elettorali a sostegno dell'onnipresente Nicola Cosentino, un uomo che, stando ai resoconti dell'ordinanza, è stato in grado di unire nella sua figura i due clan dei Bidognetti e degli Schiavone perennemente in lotta.
Un ruolo non da poco.

martedì 10 novembre 2009

Le "parole famose" di Nicola Cosentino




Sebbene non sia pervenuta finora alcuna conferma ufficiale alle indiscrezioni delle ultime ore, il rapido susseguirsi degli eventi e delle voci ufficiose dagli ambienti della Procura di Napoli non sembra lasciare spazio a troppi dubbi: la Procura, nelle figure dei pm Alessandro Milita e Giuseppe Narducci, ha redatto una formale richiesta d'arresto indirizzata al deputato del Popolo della Libertà Nicola Cosentino, richiesta confermata anche dal Giudice per le Indagini Preliminari Raffaele Piccirillo.

In virtù della sua condizione di rappresentante del popolo, la richiesta perverrà alla Giunta per le Autorizzazioni della Camera dei Deputati, che dovrà quindi decidere sull'approvazione della richiesta d'arresto o sul suo respingimento.

Le indagini sulla figura dell'attuale sottosegretario all'Economia risalgono, almeno stando a quanto ci è dato sapere, all'autunno dello scorso anno, quando il pentito di camorra, Gaetano Vassallo, riferì agli inquirenti del proprio ruolo primario all'interno delle attività di creazione delle discariche abusive nel territorio campano (una miniera d'oro per le imprese inquinanti del nord ed una "eccellente" fonte di avvelenamento per i cittadini della Campania), dei suoi legami con Forza Italia (con tanto di tessera a titolo di prova) e degli interessi che, nel legame tra camorra (a partire dal clan Bidognetti) e politica, coinvolgerebbero Nicola Cosentino e Mario Landolfi, per mezzo della società Eco4.

A seguire le conferme date da altri quattro pentiti, tra cui Carmine Schiavone (cugino del celebre Sandokan) e Dario De Simone, pentito chiave nel processo Spartacus. La condizione parentale di cognato di Giuseppe Russo, meglio noto come Peppe o' Padrino, esponente del clan casalese degli Schiavone, non ha aiutato l'onorevole Cosentino nel fugare tutti questi dubbi.

Da più di un anno Nicola Cosentino è formalmente indagato per concorso esterno in associazione camorristica. Ma questo non gli ha impedito in alcun modo di ricoprire il ruolo di sottosegretario, di parlamentare e di coordinatore regionale campano per il PDL, portando invece questo partito, per la quasi totalità dei suoi esponenti, a proporlo di fatto come prossimo candidato governatore per la Campania per le elezioni regionali di marzo.

Nel febbraio 2002 il sindaco forzista di San Tammaro nonché presidente del consiglio provinciale di Caserta, Raffaele Scala, veniva arrestato per una storia di tangenti. Forza Italia non lasciò trapelare alcuna dichiarazione in merito nelle prime ore. Solo più tardi alcuni comunicati ufficiali, in stile garantista, difesero il collega di partito indagato, confermando ancora una volta il principio della presunzione di innocenza.
A smarcarsi, in quell'occasione, fu proprio Nicola Cosentino, allora vicecoordinatore regionale, che dichiarava: "Se le accuse si rivelassero fondate sarebbe opportuno che Scala si dimettesse dall'incarico alla Provincia, per difendersi meglio. Noi spingiamo perché sia lui a manifestare questa volontà, appena le circostanze gli consentiranno di riflettere".

Nelle prossime ore potremo verificare con mano quanto profondo sia ancora oggi il grande senso di coerenza che certamente caratterizza l'onorevole Cosentino, attraverso le sue sicure dimissioni da ogni incarico politico.

Per la cronaca, pochissimi giorni fa si è concluso il processo di primo grado che vedeva imputato l'ex sindaco Raffaele Scala. La consuetudine ha lasciato ancora una volta il suo marchio: il procedimento a suo carico è stato chiuso per intervenuta prescrizione.

Aggiornamento (ore 17): E' definitiva la notizia della richiesta d'arresto prodotta dal gip del Tribunale di Napoli Raffaele Piccirillo. E' stata consegnata pochi istanti fa presso la Giunta per le Autorizzazioni della Camera dei Deputati. La richiesta, visibile presso questo link, conferma le accuse dei pm in relazione agli appoggi politici ricevuti dal sottosegretario dalle famiglie camorristiche Schiavone e Bidognetti e ai relativi appoggi politici da parte di Cosentino.

sabato 7 novembre 2009

L'approvazione della privatizzazione dei servizi idrici al Senato e la strana nota del Senatore Bubbico del PD


Un'istantanea che presto entrerà nei musei di tutta Italia, la testimonianza che anche in questo paese, in un lontano passato, esistevano fontane pubbliche.

Mercoledì scorso, 4 novembre 2009, il Senato della Repubblica ha approvato definitivamente il decreto legge 135/09, dal titolo "Disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee".
Dietro questo nome apparentemente innocuo e dallo scarso valore politico si cela una delle decisioni più importanti e discusse degli ultimi mesi: la privatizzazione dei servizi pubblici locali.

Con un solo articolo e dopo soli 2 giorni di discussione nell'aula di Palazzo Madama, i Senatori della Repubblica hanno sancito l'obbligo per tutti gli organismi locali di ottemperare alle direttive europee che impongono l'affidamento dei servizi locali alle aziende private, servizio idrico compreso.
Nonostante l'Europa, nella realtà dei fatti troppo spesso ignorata dall'informazione così come viene ignorata dagli stessi autori del provvedimento, non imponga alcuna privatizzazione dell'acqua. Tutto il contrario.

Risoluzione Europea 11 marzo 2004, "Strategia per il mercato interno, priorità 2003-2006", paragrafo 5: "Essendo l'acqua un bene comune dell'umanità, la gestione delle risorse idriche non deve essere assoggettata alle norme del mercato interno".
Risoluzione Europea 15 marzo 2006, "Risoluzione del Parlamento europeo sul quarto Forum mondiale dell'acqua", paragrafo 1: "Dichiara che l'acqua è un bene comune dell'umanità e come tale l'accesso all'acqua costituisce un diritto fondamentale della persona umana; chiede che siano esplicati tutti gli sforzi necessari a garantire l'accesso all'acqua alle popolazioni più povere entro il 2015".

Nonostante le due chiare risoluzioni europee, il nostro paese, in una evidente condizione di anomalia, procede spedito verso la piena privatizzazione del servizio idrico integrato.

L'apertura ai privati per il servizio di distribuzione dell'acqua potabile ebbe il proprio inizio con la Legge Galli, del 1994, che, dividendo il territorio nazionale in Ambiti Territoriali Ottimali (ATO), inaugurava l'opzione dell'affidamento a privati o a società con capitale misto pubblico-privato.
Una scelta, questa, immediatamente raccolta da Toscana ed Emilia-Romagna in primis. Le stataliste "regioni rosse".

A seguire, dopo 14 anni, lo scorso anno il Parlamento approvava la legge 133/08 che regolamenta il funzionamento dei servizi locali a rilevanza pubblica (articolo 23-bis). I punti chiave:
- Affidamento dei servizi a privati attraverso gare pubbliche d'appalto;
- Possibilità di affidamento ad aziende pubbliche previa dimostrazione delle "peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche che impediscono il ricorso al mercato" e previa approvazione dell'AGCM;
- Riconoscimento della proprietà pubblica delle infrastrutture all'interno di una distribuzione privata.

Quest'ultimo aspetto risulterà essere un punto cardine nella discussione di 3 giorni fa in Senato.

L'articolo 15 del decreto legge appena approvato apporta alcune modifiche all'articolo 23-bis della legge dello scorso anno, rafforzandone ulteriormente lo spirito privatizzatore:
- Possibilità di concessione del servizio in via esclusiva a società con capitale misto anche senza gara d'appalto, ma con semplice scelta su libero mercato del socio privato, che dovrà detenere almeno il 40% della partecipazione aziendale;
- Annullamento dei contratti di affidamento alle ditte pubbliche in tutto il territorio nazionale entro il 31 dicembre 2011;
- Annullamento dei contratti alla naturale scadenza solo in caso di affidamento a ditte con capitale misto a condizione che la quota pubblica possegga non oltre il 30% del capitale complessivo.

Nelle 48 ore di discussione del provvedimento, le opposizioni del centrosinistra, PD e IDV, hanno adottato una strategia congiunta di totale opposizione al principio di privatizzazione, in virtù della mancata esclusione del servizio idrico da quelli soggetti alla normativa.
Un duro ostruzionismo naufragatosi da sé al momento del voto.

Tutti gli emendamenti finalizzati all'esclusione del servizio idrico da quelli soggetti alla privatizzazione sono stati irrimediabilmente respinti. Ciò nonostante, alle ore 19:10 di mercoledì, al termine del dibattimento che ha approvato in via definitiva il decreto-legge, la Reuters pubblicava questa nota ufficiale del Senatore Filippo Bubbico (PD).

"Grazie a un emendamento del Pd è stata scongiurata la privatizzazione dell'acqua, bene indispensabile, di primaria importanza per tutti i cittadini. La sua approvazione consente al servizio idrico di restare saldamente nella titolarità e nel governo delle amministrazione pubbliche, tanto da soddisfare i principi del pieno controllo pubblico sulla qualità, l'accessibilità e il prezzo del servizio per gli utenti".

Il senso del comunicato non lascia troppo spazio alle interpretazioni: il servizio idrico sembrerebbe rimanere nelle mani delle società pubbliche. Un successo inaspettato dei difensori del principio "Acqua, bene pubblico dell'umanità".

L'emendamento è il 15.504, vede la firma del Senatore Bubbico come primo promotore e recita, a dispetto di ciò che emerge dalla nota, quanto segue:
"Tutte le forme di affidamento della gestione del servizio idrico integrato [...] devono avvenire nel rispetto dei principi di autonomia gestionale del soggetto gestore e di piena ed esclusiva proprietà pubblica delle risorse idriche, il cui governo spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche [...]".

In parole semplici: servizio autonomo affidato ai privati, proprietà pubblica della risorsa (ovvero l'acqua). Un emendamento che nulla toglie e nulla aggiunge al provvedimento di privatizzazione di servizi di pubblica utilità, se non una certificazione del centrosinistra alla privazione forzata del servizio dalle mani pubbliche.

L'emendamento è stato respinto dall'Italia dei Valori e ha visto il non-voto di 3 esponenti dello stesso Partito Democratico (Marinaro, Zanda e Nerozzi), ma ha visto i voti favorevoli di PD, UDC, PDL e Lega Nord, in questa inedita e larghissima convergenza istituzionale a favore del principio "acqua, bene privato del mercato".

PS: Il portale Wikio.it, raccoglitore di tutti i blog italiani, colloca Il Blog di Alessandro Tauro in 19° posizione nella classifica dei blog giornalistico-politici di tutta la blogosfera italiana (la classifica viene calcolata in base alla quantità di citazioni e riferimenti ad ogni singolo blog in tutta la rete, blogroll esclusi).
Il blog è una tacca sotto gli ottimi Daniele Martinelli, Diego Bianchi aliaz Zoro e Piero Ricca e supera gli straordinari Luca Telese e Franca Rame (oltre agli stra-noti Massimo D'Alema e Francesco Storace).
Ringrazio tutti i siti d'informazione, gli utenti, i blogger e i liberi cittadini di questo paese che hanno regalato al blog questo stupendo riconoscimento.
E ringrazio Federico Remonda, di Wikio.it, per l'enorme gentilezza dimostratami nel comunicarmi questa notizia in anteprima.

giovedì 5 novembre 2009

L'Aquila, un'università dimenticata da ricostruire


Articolo scritto per la rubrica "Pagina Zero", su Abruzzo 24 Ore.

Il ministro ci ha promesso la ricostruzione di un edificio con 16 stanze. Ma ce ne servono 5000. E di tutti questi miliardi promessi all’Abruzzo, quanto andrà all’università?”.
Sono queste le parole attribuite al Professore di Analisi Matematica dell'Università degli Studi dell'Aquila Pierangelo Marcati da un articolo pubblicato su "Le Monde" a firma di Philippe Ridet e dal titolo "L'Aquila, un'università da ricostruire".
La data dell'articolo: 27 aprile 2009.

Parole non troppo diverse nel significato da quelle disperate del Rettore Ferdinando Di Orio, in un'intervista rilasciata al Messaggero (articolo di Claudio Fazzi) il 15 giugno scorso: "Non abbiamo residenze per i tredicimila fuorisede, ma neanche per i quattordicimila aquilani costretti, durante gli esami, a dormire in auto".

Ancora più efficace in tal senso il comunicato rilasciato dall'Unione degli Universitari il 20 aprile, appena due settimane dopo il terremoto delle 3:32: "Va affrontato urgentemente anche il problema della residenzialità. Una prospettiva che potrebbe fornire risposte concrete nel giro di pochi mesi, è la realizzazione di un villaggio con migliaia di abitazioni in legno, nei pressi del Polo universitario di Coppito".

Sin dai giorni immediatamente successivi al sisma, il Rettore, i Presidi, i Professori e soprattutto gli studenti dell'Università dell'Aquila, hanno reclamato, prima ancora delle nuove sedi temporanee nelle quali insediare i corsi e le attività didattiche per l'anno accademico 2009/2010, un sufficiente numero di posti letto, di residenze, da assegnare agli studenti fuori sede dell'ateneo.

Le richieste erano molte, valide ed alternative: dalla costruzione di uno studentato pre-fabbricato alla costruzione di un numero sufficiente di moduli abitativi provvisori, dalla requisizione della Scuola della Guardia di Finanza ad una regolazione pubblica dei prezzi degli affitti.

Dalla prima richiesta di sistemazione duratura per gli studenti sono passati quasi 7 mesi. E il risultato è evidentemente impietoso: il popolo studentesco dell'Aquila, pur decimato dalle problematiche connesse al sisma del 6 aprile, continua ad essere privo di soluzioni abitative.
E per migliaia di ragazzi residenti anche a 2 ore di viaggio dal capoluogo abruzzese questo significa non essere, di fatto, studenti.

La priorità rappresentata sin dall'inizio dalle palazzine del piano C.A.S.E. (abitazioni per appena 17 mila abitanti a fronte di oltre 36 mila cittadini con case E, F o in Zona Rossa) ha comportato l'esclusione nei primi tempi da parte della Protezione Civile di ogni altra soluzione abitativa.
La rincorsa alla costruzione massiva di abitazioni in legno nelle ultime settimane sembra essere l'inevitabile conseguenza di un confronto tra le due cifre effettuato con colpevole ritardo.

L'inerzia delle istituzioni nazionali e locali ha portato il rettore Di Orio, il 28 ottobre scorso, alla scrittura di una accorata lettera di protesta in cui preannunciava le proprie dimissioni a causa dell'assenza di risposte al problema residenziale studentesco.

Una lettera che, nella speranza di smuovere le acque e scatenare un maremoto, ha invece innalzato una tiepida brezza autunnale; nella riunione tecnica tra Regione, Comune, Università, Protezione Civile e Provveditorato alle Opere Pubbliche di 4 giorni fa è emersa la seguente soluzione concordata: 200 posti letto all'interno della Reiss Romoli (già previsti da tempo), 450 presso la Caserma Campomizi e una piccola porzione da recuperare dalle 500 case mobili previste per la cittadinanza.
Residenze già assegnate, appena 450 posti in caserma e posti letto da sottrarre ai cittadini dell'Aquila.

Nemmeno 1000 posti letto da destinare ad anno accademico iniziato ad un ateneo che ne necessita di 8000, celebrati ciò nonostante con entusiasmo dal Presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi, che, a riunione finita, lasciava trasparire un malcelato trionfalismo.
"La scommessa dell'Università è sostanzialmente vinta. Oggi, oltre alla permanenza di iscritti e docenti e alla disponibilità delle strutture didattiche, abbiamo definito un percorso chiaro e certo per dare garanzie agli studenti in ordine agli alloggi e ai servizi".

La scommessa è vinta. Gli altri 7 mila studenti avranno probabilmente puntato tutto sul cavallo sbagliato. Le scommesse sono così.

mercoledì 4 novembre 2009

Il crocifisso, la libertà religiosa e le idee "laiciste" di un passato dimenticato


Un'istantanea di una seduta dell'Assemblea Costituente, impegnata a dibattere, tra le altre cose, sui rapporti tra Stato e Chiesa Cattolica. L'aula era priva di crocifissi.

La libertà di non credere in nessuna religione merita una particolare protezione se è lo Stato ad esprimere un credo e se gli individui vengono posti in una situazione che essi non possono evitare.
Lo Stato doveva astenersi dall'imporre fedi religiose in luoghi da cui gli individui sono dipendenti.
L'esposizione obbligatoria di un dato simbolo in luoghi utilizzati da pubbliche autorità limita il diritto dei figli di credere o non credere.

Sono alcune delle frasi che motivano la decisione, presa all'unanimità dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, di condannare lo Stato italiano per la espressa violazione degli articoli 2 e 9 della Convenzione.

Questa storia affonda le radici nel 2002 e vede protagonista Soile Lautsi, cittadina italiana di origine finlandese, protagonista di una battaglia, personale e pubblica al tempo stesso, per la rimozione dei simboli religiosi dalle aule scolastiche di tutto il territorio della Repubblica. A partire da quella frequentata dai propri due figli, nella scuola materna di Vittorino da Feltre ad Abano Terme, in provincia di Padova.

Una battaglia durata 7 anni e non ancora conclusa con certezza, segnata in tutto questo tempo da una serie di tappe intrise di evidenti sconfitte: nel Consiglio d'Istituto della scuola materna prima, al TAR del Veneto poi, fino ad arrivare alla Corte Costituzionale Italiana, che per ultima ha negato il ricorso della madre italo-finlandese, fino all'inattesa svolta nella giornata di ieri, con la conferma del ricorso e la condanna per il governo italiano al pagamento di 5 mila euro per aver impedito una reale uguaglianza tra confessioni religiosi e tra credo e non-credo.

Se fra tre mesi la Corte boccerà il ricorso promesso dal governo a firma del ministro Mariastella Gelmini, tra 9 mesi i crocifissi spariranno dalle aule scolastiche, e forse anche dagli ospedali e dai tribunali di tutto il paese.

Le attese risposte di sdegno, di critica e di condanna alla sentenza europea non si sono fatte attendere e accomunano, in questa battaglia a difesa del crocefisso nelle aule scolastiche, l'intero arco parlamentare che va dall'Italia dei Valori alla Lega Nord, unito questa volta tutto insieme sotto lo sguardo confortato e compiacente della Sacra Chiesa Cattolica Romana.

Le scuole statali e le università pubbliche d'Italia questa volta possono rasserenarsi: saranno anche state private negli ultimi anni di fondi, personale, strutture e strumenti di ricerca, ma sulla privazione dei crocifissi l'intera classe politica italiana non transigerà. Ed è pronta a dare battaglia, in un concerto di sintonie e larghe intese così a lungo disperatamente richieste dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

"Il diritto di libertà religiosa di un fedele di una Chiesa con pochi seguaci è uguale al diritto di libertà religiosa della grande massa di fedeli raggruppati in una enorme e soverchiante Chiesa".
Erano le parole con cui Mario Cevolotto, padre costituente, motivava la sua scelta di trasformare l'articolo 7 della Costituzione che definisce Chiesa Cattolica e Stato rispettivamente indipendenti e che "costituzionalizza" i patti lateranensi stretti ai tempi di Mussolini con il seguente periodo:

"Lo Stato riconosce l'indipendenza delle Chiese nei suoi ordinamenti interni.
I rapporti fra lo Stato e le Chiese sono regolati da patti concordatari".

Chiese, non Chiesa. Indipendenza nello stato, non con lo Stato. Patti concordatari e non Lateranensi. Un'idea visionaria e laicista oggi, figurarsi allora.
Era il 23 gennaio del 1947, seduta numero 17 della Commissione per la Costituzione.

Questo sarebbe l'attuale articolo 7 della nostra Costituzione se a suo tempo il Partito Comunista avesse votato a favore di questa proposta, votata da socialisti, social-democratici, repubblicani, democratici del lavoro e azionisti.
Ma allora il PCI preferire stringere un accordo bipartisan con la DC e le destre a tutela della Chiesa Cattolica, per il timore (parole di Palmiro Togliatti) "di aprire in Italia una lacerazione religiosa che potrebbe sconvolgere tutta la società italiana e mettere in serio pericolo la democrazia".

Una copia in bianco e nero delle strategie politiche a colori e in HD di oggi.

lunedì 2 novembre 2009

Fine del golpe in Honduras: chi ha vinto?



Sul sito internet di El Pais la notizia campeggia in apertura, in bella esposizione nella homepage. Lo stesso accade sulla BBC. Non sono da meno i tanti quotidiani ed organi di informazione on-line di mezzo mondo, che il 30 ottobre, nel giro di pochissimi istanti, collocano nelle primissime posizioni la notizia del giorno: la crisi politica in Honduras sembra volgere al termine. La firma di un accordo tra il Presidente golpista ad interim Roberto Micheletti e il deposto Presidente Manuel Zelaya mette di fatto la parola fine al colpo di stato che ha insanguinato per mesi il piccolo stato del centroamerica.

Nessun accenno di nessun tipo sui quotidiani on-line italiani. Unica eccezione "Il Manifesto". Eppure circa quattro mesi fa la notizia del golpe riusciva ad ottenere una vastissima risonanza ed una intensissima eco anche nel nostro paese, tra l'indignazione dei ferventi democratici, i sospetti internazionalisti degli anti-americani e l'esaltazione delle origine bergamasche del nuovo Pinochet d'America, Roberto Micheletti, nei servizi filo-golpistici di Studio Aperto.
L'interminabile sequenza di arresti, di deportazioni, di cittadini assassinati da colpi di mitra nelle pacifiche manifestazioni di piazza, sembra aver generato noia nei direttori di TG e di quotidiani italiani, al punto da eliminare da diverso tempo ogni riferimento alla crisi in Honduras anche dai micro-trafiletti.

Un piccolo sussulto verso la fine di settembre, quando il governo del "rappresentante della bergamo alta" sospendeva i diritti costituzionali (libertà d'espressione, libertà d'associazione, libertà personale) per 45 giorni per l'intero territorio nazionale. Poi un altro lunghissimo sonno, dal quale ancora fatichiamo a risvegliarci.

Il 28 giugno del 2009 l'esercito onduregno, al comando del generale Romeo Vasquez, dava vita al colpo di stato che rovesciava il governo democratico in carica e deportava di fatto il suo leader, il Presidente Manuel Zelaya, in Costa Rica. Decine gli arresti, così come i morti. Molto più numerosi i feriti. Nel giro di poche ore tutti i mezzi di informazione vennero occupati, istituiti posti di blocco in tutto il paese, migliaia e migliaia di persone si riversarono nelle strade per protestare contro l'inaspettato e vile attacco alle istituzioni democratiche del paese.
Il referendum che consultava gli elettori sulla possibilità di dar vita ad un'Assemblea Costituente, che si sarebbe dovuto tenere quello stesso giorno, venne di fatto annullato.

La Corte Costituzionale dell'Honduras, il Parlamento e l'Esercito festeggiarono l'ennesimo golpe americano. Nel giro di pochissime ore il Parlamento si trovò a leggere, per mano del deputato Roberto Micheletti, una finta lettera di dimissioni di Zelaya, che vennero approvate all'unanimità un secondo prima di nominare il regista del golpe, Roberto Micheletti, nuovo Presidente dell'Honduras.

128 giorni, ad oggi, la durata del regime Micheletti, nel cupo silenzio di gran parte della stampa italiana. La piccola beffarda svolta 4 giorni fa, il 30 ottobre, giorno in cui l'Honduras ha visto la duplice firma di un accordo politico stretto tra il legittimo Presidente Zelaya, ancora in reclusione forzata tra le mura dell'ambasciata brasiliana a Tegucigalpa, ed il golpista Micheletti.

Il punto-chiave dell'accordo (conclusione di una trattativa che ha visto impegnati seppure a fasi alterne gli Stati Uniti d'America) sembrerebbe dichiarare la sconfitta definitiva dei golpisti: rientro ufficiale in patria di Manuel Zelaya e reintegro nel suo ruolo di Presidente della Repubblica.

Ed è qui che emergono gli altri punti che rovesciano la sensazione.

Cavillo numero 1: istituzione di un governo di unità nazionale con l'appoggio del Parlamento, quello stesso Parlamento che pochi mesi fa deponeva il legittimo Presidente dell'Honduras.

Cavillo numero 2: elezioni generali (Presidente e Parlamento) fissate per il 29 novembre. Se il Parlamento dovesse ratificare l'accordo, Zelaya resterebbe in carica al massimo per 2/3 settimane.

Cavillo numero 3: nessuna ricandidatura di Zelaya.

Cavillo numero 4: istituzione di una "Commissione della Verità" che indaghi sui crimini post-golpe dei militari ma anche quelli di Zelaya, colpevole secondo la Corte Costituzionale di tentato rovesciamento delle istituzioni democratiche.

La conferma delle elezioni previste per il 29 novembre sembra restituire, in compenso, quella sovranità al popolo dell'Honduras di cui violentemente è stato privato da mesi. Il popolo dell'Honduras potrà finalmente tornare a dire la sua sulle ragioni e i torti degli ultimi tempi, in una gara politica che vedrà, come tradizione vuole, principali contendenti il Partido Liberal, retto dal golpista Micheletti, ed il Partido Nacional, destra conservatrice filo-golpista.

La parola passa ai cittadini onduregni, carichi della responsabilità della scelta tra questa tradizione elettoralmente predominante che inneggia al golpe (96% i voti raccolti dai due partiti nelle ultime elezioni del 2005) ed una inedita terza via democratica che, finora, fatica a mostrarsi.

Il sottosegretario americano Thomas Shannon, all'atto della firma dell'accordo, ha equiparato Micheletti a Zelaya, definendolo "eroe della democrazia". Una definizione a cui nemmeno Studio Aperto aveva ancora pensato.