
L'elezione a nuovo segretario del Partito Democratico di Pierluigi Bersani era stata accompagnata dalla dichiarata volontà di trasformare il PD in un vero partito progressista.
Un partito vasto, che accogliesse cattolici e laici, che unisse vecchio e nuovo, sotto un'unica fondamentale condizione: poter tornare a definire senza preoccupazioni di sorta questo soggetto politico "un partito di sinistra".
Un partito che puntasse al sociale e al lavoro più che al colore dei calzini.
Non aveva spiegato che questa pericolosa deriva sinistrorsa (oltre che vera e propria sfida al "nuovismo" dell'accoppiata Franceschini/Veltroni) prevedeva un requisito fondamentale: l'alleanza sistematica con l'UDC di Pier Ferdinando Casini.
E perché questa convergenza centrista si traduca in azioni concrete, è accettabile - oltre che consigliabile - estendere la spaccatura con la sinistra (anche quella interna al proprio partito) fino a generare un valico insormontabile per sempre. Nel buon nome di essa, naturalmente.
Questo spostamento a sinistra (però passante per il centro) non è certo un passaggio indolore e richiede un prezzo forse molto alto da pagare, ma che il facoltoso duo D'Alema-Bersani può permettersi.
In questo caso il costo è rappresentato da due agnellini da sacrificare sull'altare della nuova alleanza: il Presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso (PD) e quello della Regione Puglia Nichi Vendola (SL).
Troppo di sinistra, troppo giustizialisti e troppo laici per il cattolico principe della terza via e delle convergenze occasionali. L'irremovibilità del secondo sui temi del nucleare e della privatizzazione idrica, gli accordi tra le due regioni sui nuovi piani energetici alternativi e la recente frase della Presidentessa Bresso "forse l’Udc ce l’ha con me perché io sono una laica in sintonia con gruppi cattolici come Libera di don Ciotti, che sostengono sia necessario guardare all’etica ma anche fare attenzione alle infiltrazioni mafiose", li rendono un piatto molto poco appetibile.
"Stavolta il PD non può perdere la scommessa delle elezioni; si deve allargare il campo con la necessaria flessibilità a volte sacrificando legittime esigenze personali. Vi prego di rispettare le alleanze con l'Udc che abbiamo già fatto, altrimenti rischiamo di perdere non solo la regione alle prossime elezioni ma le giunte cha abbiamo già conquistato alle scorse amministrative".
Con queste parole l'eminenza grigia del PD Massimo D'Alema ha stabilito le priorità del partito in vista delle regionali: alleanze con l'UDC a qualsiasi prezzo. L'obiettivo è il governo.
A questo scopo il piano vede anche i nomi dei prossimi candidati: Sergio Chiamparino in Piemonte, Michele Emiliano in Puglia. La celebrazione della strategia dei "fratelli coltelli": autorizzazione dall'alto all'arrampicata politica sulle spalle dei candidati naturali sostenuti fino ad un secondo prima.
Poco importa se per la prima volta due discreti governatori uscenti vengono cassati senza ricandidatura per un secondo mandato, poco importa se la convergenza con l'UDC si scontra con l'alleanza ufficiale del partito di Casini con il PDL in tutte le altre regioni, poco importa se i militanti del PD implorano in ginocchio una riconferma per i due presidenti uscenti, poco importa tradire il mandato assunto con gli elettori dei comuni di Torino e Bari e poco importa se i due "sfidati" si rendono anche disponibili a nuove primarie per far decidere l'elettorato: certi rischi nella realpolitik non si possono correre.
E dare parola al popolo della sinistra meno che mai, se questo significa sovvertire i giochi elettorali partoriti a tavolino da esperti dirigenti politici di vecchia data.
Niente primarie e niente conferme. La linea del leader maximo del PD è tracciata. E si porta dietro l'inaspettato nulla osta dell'altro alleato: Antonio Di Pietro, il cui partito è impegnato soprattutto in Puglia in incontri informali con esponenti UDC e Adriana Poli Bortone.
Qualche giorno fa Pierluigi Bersani si lasciava sfuggire un personale prematuro endorsement ai due governatori. Il PD così definiva la propria linea.
Ieri Massimo D'Alema rovesciava la posizione del segretario del PD. E la posizione ufficiale del partito cambia.
Il potere e l'autonomia del neoeletto Bersani hanno lasciato il segno.




























