giovedì 31 dicembre 2009

Il Craxi dimenticato e le frasi che non cambiano




Una delle pagine più tristi del nostro passato è tornata ad affacciarsi ancora una volta con prepotenza sull'attualità.

Dopo la proposta dell'allora Presidente del Consiglio Massimo D'Alema di offrire i funerali di Stato, dopo i tanti tentativi di altrettanti esponenti del centrodestra nazionale di stravolgere la memoria civile e storica degli anni '80 sui suoi governi, dopo la richiesta presentata dalla Fondazione Craxi di strappare il nome del lungomare pescarese Giacomo Matteotti al socialista ucciso dal fascismo per omaggiare il socialista corrotto morto in latitanza e dopo l'introduzione del nome Bettino Craxi nel pantheon del PD da parte di Piero Fassino e la rivalutazione del suo operato "innovatore" contrapposto al "conservatore" Berlinguer da parte di Walter Veltroni (Enrico Berlinguer definì Craxi nel maggio 1984 "un pericolo per la democrazia", ndr), oggi torna in auge la memoria del politico pluripregiudicato e latitante in Tunisia grazie alla commemorazione richiesta dalla Fondazione Craxi presso il Quirinale e la promessa del sindaco di Milano, Letizia Moratti, di inaugurare una via o un parco della città allo scomparso leader socialista.

Delle vicissitudini legali e politiche di Craxi conosciamo molti, moltissimi aspetti. Dagli 8 avvisi di garanzia e le due condanne al "massacro" della "scala mobile", dall'atlantismo degli euromissili in Sicilia all'anti-atlantismo della Crisi di Sigonella.
Ciò che la nostra memoria storica e giornalistica ha rimosso sono state le dichiarazioni dell'uomo politico e dell'indagato in quel periodo e quelle dei tanti protagonisti attorno a lui.

Fassino, Veltroni e la famiglia Craxi hanno pienamente ragione: i suoi messaggi sono spaventosamente attuali anche oggi.


Bettino Craxi incarica i propri legali di querelare il settimanale L'Espresso a causa della pubblicazione "di notizie ingiuste, false, diffamatorie e calunniose che hanno recato danno" alla propria persona.
12 giugno 1992


"I politici inquisiti continueranno fatalmente a infestare i partiti, se non addirittura il governo come ministri o sottosegretari. Molto meglio se si offrisse loro un' amnistia (salvo risarcimenti e restituzione del maltolto, ove sia possibile) accompagnata da epurazione. Una specie di condono concesso a chi accetti di uscire definitivamente (oppure per dieci anni, per esempio) dalla vita politica, sia nazionale, sia locale e da ogni incarico di nomina politica in Enti pubblici".
La proposta anti-indagini di Gianni Vattimo (IDV), 6 luglio 1992 (allora editorialista de La stampa)


"Ci sono stati episodi ad opera di magistrati che non si verificano neppure in regimi dittatoriali".
Bettino Craxi, 10 ottobre 1992 (nelle prime fasi di Tangentopoli, prima degli avvisi di garanzia a suo carico)


"Poiché siamo in un paese europeo e non in America latina", è necessario stabilire dei contrappesi tra potere politico, da una parte e potere economico e dell'informazione, dall'altra". Questi due ultimi poteri, in Italia, "sono in mano ai gruppi industriali, che così possono concertare campagne politiche e anche favorire o impedire l' elezione di candidati".
Bettino Craxi, 21 ottobre 1992


"E' anche possibile. Quante volte i pentiti sono stati manipolati? Anche a mie spese, diverse volte, in più occasioni".
Bettino Craxi, in una dichiarazione contro l'uso dei pentiti (nei processi per mafia e tangenti), 24 ottobre 1992


"Da noi, nella fase iniziale, i leghisti dovevano rappresentare la forza d'urto, quella che avrebbe aperto il varco ai "regolari", quelli che marciano all' insegna di un programma che riassumo con le parole dell' amico argentino Raul Alfonsin: l'egoismo sociale, l'ognuno per sè Dio per tutti, la democrazia elitistica, il parlamento delle personalità, lo stato minimo, le privatizzazioni a basso costo...".
L'illuminante pronostico del futuro politico italiano di Bettino Craxi, 31 ottobre 1992


Scalfari è "uno che scriveva sui giornali fascisti e pretende di insegnarci quello che dobbiamo fare e fa parte di un gruppo il cui proprietario è stato condannato a sei anni e mezzo".
Bettino Craxi, nel programma "Italia domanda" di Canale 5, 6 novembre 1992


"La caccia all' untore" aperta da Tangentopoli, è paragonabile alla "caccia alle streghe del maccartismo americano".
Giuliano Amato (PD), 8 novembre 1992


Il segretario del Psi, Bettino Craxi, querela "L' Espresso" per diffamazione per l' ultima copertina nella quale una caricatura della sua persona viene accostata alla notizia di verbali di interrogatorio davanti al giudice penale.
2 dicembre 1992


Quella della procura di Milano è "un'iniziativa del tutto infondata che si trasforma in una vera e propria aggressione contro la mia persona secondo finalità che possono essere politiche ma non certo di giustizia". Infine, ripete che "è solo un punto di passaggio di una più generale campagna ben orchestrata contro di me, che dura ormai da mesi e che tutti hanno potuto vedere perfettamente".
Bettino Craxi, 16 dicembre 1992


"Non è solo la fine di un leader, è la fine ingloriosa di un regime".
Gianfranco Fini, sulla notizia del primo avviso di garanzia a Bettino Craxi e delle sue inevitabili dimissioni.
16 dicembre 1992


"Craxi non è soltanto il segretario del Psi, è il punto di riferimento di un processo politico che ha visto i partiti diventare un potere senza legge, in cui lo scambio tra danaro e potere è il nucleo del sistema politico e sociale. Il processo penale segue il suo corso, che sarà politicamente rilevante perché ci dirà, in forme sempre più drammatiche, i risvolti di un sistema politico che è andato oltre ogni regola di moralità accettabile".
Gianni Baget Bozzo (ideologo di Forza Italia dal 1994), 18 dicembre 1992


"Tu stesso, prima di altri e più coraggiosamente di altri, lo hai detto in Parlamento e te ne sei assunto la responsabilità morale. Questa responsabilità - e qualunque responsabilità ti venga addebitata per questo ruolo - non è e non può essere solo tua, perchè te la sei assunta per tutti noi... Per questo voglio esprimerti la solidarietà che tutti noi ti dobbiamo".
Giuliano Amato (PD) rivolto a Bettino Craxi, 18 dicembre 1992


Da oggi "siamo più liberi". "Abbiamo già avuto le concessioni per le nostre tv e i partiti hanno gravi problemi interni da risolvere" e dunque "un gruppo come il nostro che ha giornali e tv sarà più al riparo da interventi, pressioni".
Silvio Berlusconi, commentando la notizia della tempesta giudiziaria che ha investito il PSI di Bettino Craxi, 20 dicembre 1992
Nella stessa sede espresse la propria pubblica preferenza per l'elezione diretta del sindaco e del Presidente del Consiglio (o eventualmente della Repubblica). Nulla di strano oggi, ma molto di più lo era allora dato che a farlo era un semplice editore televisivo.
Antonio Calabrò di Repubblica ipotizzò in quella circostanza un recondito piano del padrone di Fininvest per la sua discesa in politica in termini del "nuovo Ross Perot italiano".


"Dubito che a Milano ci sia la serenità per processare Craxi". Una "soluzione politica", va trovata "in fretta se non si vuole ammanettare l' intero ceto politico e economico del Paese".
Enzo Lo Giudice, legale di Bettino Craxi, 21 febbraio 1993


L'inchiesta "è stata utilizzata ampiamente da forze politiche, avversari politici, da organi e gruppi editoriali tradizionalmente ostili per raggiungere un obiettivo di distruzione e di eliminazione".
"Solo una ben definita decisione e volontà persecutoria ha fatto sì che ci si sia accaniti in una sola direzione di indagine e, sin dall'inizio, contro una sola persona".
Bettino Craxi, nel memoriale di 135 pagine sull'indagine a suo carico da parte della Procura di Milano, 2 marzo 1993


"Nasce il sospetto che una porzione fortemente ideologizzata possa esercitare influenza sull'esercizio dell'azione giudiziaria".
"Vi sono anche forze economiche, gruppi imprenditoriali e immobiliari che hanno legami strettissimi con i magistrati del pool".
"C'è stato un uso violento della legge e del potere giudiziario unito a campagne di stampa. Bisogna trovare un rimedio: ci vuole una legge e ci vuole un' inchiesta".
Bettino Craxi, deposizione presso la Giunta per le Autorizzazioni della Camera dei Deputati, 3 marzo 1993


"L'uso violento del potere giudiziario non può che ingenerare violenza, nei sentimenti, nel linguaggio, nei comportamenti, nella vita della democrazia".
"Attraverso il varco di inchieste giudiziarie, attraverso le forzature che vengono compiute e le numerose illegalità che si ripetono, si sono fatte strada una serie di aggressioni politiche che diventeranno sempre più gravi e che ormai non vede solo chi non vuol vedere".
Bettino Craxi, 3 aprile 1993


"Temo che ci saranno altre bombe, dopo quella in via Fauro. Perché? Perché oltre a una giustizia a orologeria politica, in Italia esistono anche le bombe a orologeria politica. Basta riandare indietro nel tempo. Negli ultimi trent'anni siamo vissuti in Italia, no? Bene, in questi trent'anni sono esplose bombe di cui non s' è mai saputo né chi le ha messe né chi erano i mandanti... Bombe alle quali sono state date cinquanta spiegazioni diverse, e cioè nessuna. L' unica traccia rimasta, sono le persone che ne sono state vittime".
"Quanto alla bomba in via Fauro, io non escludo che avesse come obiettivo Maurizio Costanzo. Ma tendo a non crederci, alla pista mafiosa. C'è dell'altro. E' una bomba che ha l'obiettivo di stabilizzare, non di destabilizzare. Questa è una bomba a orologeria politica"
L'inquietante e dimenticata "profezia" di Bettino Craxi sulle stragi mafiose del '93, totalmente congruente (eccezion fatta per l'ipotesi dei mandanti) con quanto dichiarato da Gaspare Spatuzza, 22 maggio 1993


"La bomba di Firenze (la strage di Via dei Georgofili, presso gli uffizi, ndr) era stata paventata nei giorni scorsi da Mancino e addirittura "prevista" da Craxi. Ma se nel primo caso è logico presumere da quali fonti provenisse l'allarme, nel secondo è indispensabile capire se si è trattato solo di una deduzione e in base a che cosa".
Gianfranco Fini, 27 maggio 1993


"I grandi gruppi industriali, in forme dirette o meno, hanno certamente finanziato o aiutato i partiti e singoli esponenti politici: dalla Fiat all'Olivetti, dalla Montedison alla Fininvest, alla Premafin al gruppo Ferruzzi e a tanti altri".
Bettino Craxi, 3 novembre 1993


"Silvio Berlusconi è una novità assoluta. E mi auguro che sia una novità positiva: tutti quelli che si fanno avanti in questo momento, e affrontano il carico delle responsabilità attuali del Paese, vanno guardati con interesse e attenzione".
Bettino Craxi, 19 febbraio 1994


Da qui, tutto il resto, è storia nota.

Buon anno nuovo a tutti. Nella speranza che sia davvero nuovo. E che questo 1994 si chiuda alla svelta nel migliore dei modi possibili.

lunedì 28 dicembre 2009

Il Natale amaro dell'Aquila e il miracolo mancato



Articolo scritto per la rubrica "Pagina Zero", su Abruzzo 24 Ore.

Il gesto violento di un quarantaduenne affetto da tempo da turbe psichiche gli ha impedito di tenere fede all'impegno preso, ma in un modo o nell'altro è riuscito a far sentire la propria presenza. E così, per mezzo di una telefonata, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha partecipato a distanza alla cena della vigilia di Natale organizzata presso la caserma della Guardia di Finanza a Coppito.

"Siamo riusciti a mantenere le promesse che avevamo fatto sulle bare delle vittime". "A tutti coloro che hanno perso case è stata assicurata una sistemazione sicura e confortevole". Sono i due passaggi più importanti del suo "augurio telefonico". Affiancati dai toni ancora più trionfali usati nel colloquio con il direttore del Giornale Radio Rai Antonio Preziosi: "All'Aquila abbiamo realizzato un miracolo. Questo miracolo che ha permesso di dare le case a tutti coloro che le avevano perse e cioè aver creato dal nulla una città di oltre 30 mila abitanti in pochi mesi".

Le cifre annunciate in questi giorni dal premier non si discostano affatto da quelle proferite il 15 settembre negli studi di Porta a Porta. Ma si discostano dalla realtà.

La frase pronunciata solennemente in presenza di Bruno Vespa, "35 mila persone entro dicembre in ville e appartamenti completamente arredati e ricchi di comfort", si traduce oggi, in termini reali come segue: 17.500 abitanti sparsi tra alberghi e case requisiti dalla Protezione Civile in tutta la regione, 16 mila in sistemazione autonoma, nella maggior parte dei casi fuori città e fuori provincia e circa 22 mila abitanti nelle proprie case ancora lesionate in attesa di avviare i lavori di ristrutturazione.
Sono solo 12 mila i cittadini della provincia dell'Aquila che oggi popolano "gli appartamenti" (le palazzine del piano C.A.S.E.) e "le ville" (i moduli abitativi in legno, MAP). Un terzo del numero promesso e ribadito senza alcun timore di repliche o appunti ancora oggi.
Il tutto secondo i dati ufficiali (sistemazione e MAP/CASE) della Protezione Civile pubblicati il 23 dicembre.

Il 2 settembre scorso Guido Bertolaso prometteva: "I 18.000 aquilani che hanno avuto la casa inagibile saranno sistemati nelle nuove case antisismiche" e, per quanto riguardava i tempi della costruzione di MAP e CASE, allo scopo di estirpare ogni dubbio su rapidità ed efficienza del piano, aggiungeva: "A dispetto delle critiche siamo nel rispetto dei programmi". Che allora significava: MAP e CASE per tutti i titolari di case E, F o in "zona rossa" entro fine novembre.

Ad oggi, oltre 12 mila persone, titolari legittimi di un posto "nelle ville" di Berlusconi e Bertolaso da oltre un mese, hanno passato la vigilia ed il giorno di Natale in sistemazioni precarie, in case di parenti ed amici o, nei casi peggiori ma non per questo meno frequenti, in abitazioni fuori dalla provincia.

Tutto questo senza considerare il cospicuo numero di abitanti titolari di case classificate B o C (quindi abitabili dopo ingenti lavori di ristrutturazione).
Il 6 giugno scorso, quindi oltre 6 mesi fa, con l'ordinanza numero 3779 [PDF], il Presidente del Consiglio determinava le norme che avrebbero definito le procedure per i lavori di ristrutturazione di case non completamente distrutte (ovvero anticipo dei pagamenti da parte dei residenti e rimborso successivo da parte di Fintecna e consorzi associati, attraverso sistemi rateali o credito d'imposta).
Tre mesi più tardi, una circolare firmata dal vicecommissario del D.P.C. Bernardo De Bernardinis consentiva ai cittadini stanchi di abitare in tende o in alberghi lontani centinaia di chilometri dalla propria abitazione, di ottenere, una volta avviati i lavori, una "agibilità in corso d'opera" per poter tornare a vivere nelle proprie case seppure in presenza di profonde lesioni ancora da sistemare.

Stando alle ultime cifre relative al mese di decembre, su 5843 domande presentate per i contributi da ristrutturazione solo 930 risultano essere quelle evase dai consorzi occupati della gestione dei fondi, Reluis e Cineas (cifre che il Vicepresidente del Consiglio Regionale abruzzese, Giorgio De Matteis, colloca molto più al ribasso).
Le altre 4900 famiglie, pronte a rientrare a casa e far partire i lavori di ristrutturazione, oggi sono in attesa di qualcosa di oscuro (forse dei fondi che tardano ad arrivare). Ed assieme alle altre famiglie sparse tra alberghi teramani e pescaresi, caserme della provincia e case racimolate in ogni angolo della regione, in queste ore festeggiano un Natale a distanza e, con esso, il miracolo che non c'è.

venerdì 25 dicembre 2009

Una banale lista di auguri



Non è facile scrivere qualcosa in un giorno come questo che non abbia il suono della pura retorica e della banalità. Ed è ancora più difficile evitare di disquisire o pontificare su concetti, abitudini e realtà del periodo natalizio.
Pertanto decido di sottrarmi al facile gioco delle opinioni e, cullato dalla banalità e dalla semplicità delle parole che seguiranno, lascio qualche sincero augurio per alcune persone e qualche spaccato di società troppo spesso ignorato.

Innanzitutto faccio i miei migliori auguri a tutti i detenuti nelle carceri italiane, impegnati ad ottemperare alle giuste condanne a cui sono stati sottoposti in un luogo ed un sistema che di giusto non ha proprio nulla.

Auguro uno straordinario Natale, ma soprattutto dei giorni sempre migliori ad Ornella Gemini, madre di Niki Aprile Gatti, caparbiamente impegnata in una coraggiosa, dignitosissima ed encomiabile battaglia a favore della verità.
Auguri che faccio con la stessa sincerità e passione alla famiglia Cucchi, alla famiglia Bianzino e alle tante famiglie che da tempo piangono atroci lutti privi di senso.

Gli auguri solidali di buone feste mi sento di rivolgerli agli operai della FIAT di Termini Imerese, ai dipendenti del gruppo delle cliniche Angelini, in lotta contro la proprietà più che contro la crisi, a tutti i lavoratori del "comparto scuola" minacciati dai profondi tagli decisi dal Ministero dell'Istruzione, ai lavoratori della Yamaha di Lesmo, usciti vittoriosi due giorni fa da una lunga ed estenuante battaglia in cui la "pretesa" degli operai in lotta consisteva nell'ottenere la cassa integrazione, e ai tantissimi lavoratori e alle tante famiglie italiane sottoposte ad un massacro sociale senza precedenti in tutta la storia del dopoguerra.

E a questo proposito faccio i miei migliori auguri al Ministro Tremonti e ai tanti esponenti della maggioranza parlamentare che continuano a parlare di "uscita dalla crisi", finti-ignari di una realtà che colloca il prologo della crisi economica reale di questo paese nel 2001 e non nel 2008, nella speranza che vogliano realmente occuparsi (e preoccuparsi) della terribile realtà socio-economica di questo paese in perenne fondo-classifica.

E assieme a loro porgo i miei migliori auguri di buone feste e di buon lavoro al nuovo ministro della sanità Ferruccio Fazio, promosso con tutti gli onori del caso dopo l'innovativa ed originale gestione del problema "influenza A", fondata essenzialmente sull'inutile distribuzione fuori-tempo di un vaccino scarsamente utilizzato e duramente contestato dalla Corte dei Conti, ma che porterà nella casse della Novartis Vaccines and Diagnostics s.r.l. diverse decine di milioni di euro di denaro pubblico.

Faccio gli auguri di buone feste e di pronta guarigione al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, aggiungendo la speranza che per la prima volta nella sua carriera di improvvisato amministratore dello Stato, decida di dedicarsi ai tanti problemi di questo paese senza stravolgere ogni questione in un referendum sulla sua persona.

Auguro uno straordinario avvenire agli studenti italiani e ai ragazzi dell'Onda Viola, autori delle più grandi, efficaci e pacifiche forme di dissenso espresse negli ultimi 12 mesi, casualmente scollegate da qualsivoglia autorità politica di opposizione.
Ma ancora di più rivolgo un caloroso augurio ai blogger italiani per lo straordinario lavoro di informazione (e non solo) che spesso e volentieri annienta il ben retribuito lavoro di giornalisti professionisti troppo spesso pigri o miopi e alla rete internet in generale, sottoposta oggi come mai in passato a velleitari tentativi di controllo dall'alto.

Aggiungo i rispettosi auguri rivolti alla persona del Presidente Barack Obama, auspicando un avvenire intriso di grandi discontinuità, che possa finalmente dimostrare l'utilità di un ridicolo "Premio Nobel assegnato sulla fiducia" finora terribilmente disatteso, così come li rivolgo al popolo onduregno, sottoposto alla deriva dittatoriale di un governo "democratico" e per nulla stanco di "resistere".

Porgo i miei auguri da privilegiato "italiano purosangue" ai tanti migranti che popolano questa porzione di pianeta chiamata Italia, sottoposti a ricoprire il ruolo di pedine nel detestabile gioco politico degli interessi di giornata, mentre continuano, nella maggior parte dei casi, ad assistere al teatrino delle leggi sulla cittadinanza o sull'immigrazione all'interno dei Centri di Identificazione ed Espulsione.

E, infine, porgo i miei più affettuosi auguri al popolo messinese ancora oggi sfollato e, ancora di più, per una questione del tutto personale, ai miei quasi-concittadini dell'Aquila, impegnati dopo mesi, anche in queste ore che sono di festa per tutti gli altri, a lottare con le mani e con i denti per far valere diritti che mai si negarono ad una popolazione tragicamente colpita da un devastante sisma (ma che oggi possono essere messi serenamente in discussione).
E con loro, rivolgo un abbraccio al corpo dei Vigili del Fuoco, che, lontano dai riflettori puntati sulle autorità politiche e semi-politiche del caso, ha dato il meglio di sé nel risollevare le sorti delle decine di migliaia di persone senza casa, senza lavoro e senza speranza nelle terre abruzzesi.

E, con il cuore in mano, ringrazio tutti voi che state leggendo queste righe, che continuate a dare forza, spinta e determinazione al mio umile, limitato ed amatoriale lavoro di informazione.

Buone feste!

mercoledì 23 dicembre 2009

Le nostre prigioni



Eddie Bunker, scrittore e sceneggiatore statunitense, nel suo romanzo Animal Factory, scriveva:
"La prigione è una fabbrica che trasforma gli uomini in animali [...] Duecento uomini occupavano le celle terrazzate, ciascuna delle quali era identica allo scompartimento di un alveare. Ogni uomo stava peggio di una bestia allo zoo, aveva meno spazio, eppure tutti non facevano altro che odiare e insultare altre persone reiette come loro".

Fedor Dostoevskij, e prima di lui Voltaire, dichiarava: "Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri".

Il primo faceva senza dubbio riferimento allo sconsiderato sistema carcerario americano. Il secondo ed il terzo rilanciavano un concetto di una verità disarmante mentre nelle loro menti affioravano immagini dei penitenziari della russia zarista o della Bastiglia pre-repubblicana.
Eppure nulla consente alle prigioni che furono un tempo di Silvio Pellico ed oggi di Stefano Cucchi o Niki Aprile Gatti di sottrarsi all'impietoso giudizio lasciato da queste "grandi penne" del passato.

Le cifre hanno un triste difetto incorreggibile: sono prive di sentimento e di pathos. Ma hanno un grande pregio, quello di poter raccontare la realtà dei fatti in maniera incontestabile.
E sono tante quelle che seguiranno.

65 mila, tanto per cominciare. E' il numero complessivo dei reclusi nelle carceri italiane al 30 settembre 2009. 65 mila persone, colpevoli e innocenti, imputate per i più svariati reati, racchiuse in spazi che dovrebbero contenerne in casi di massimo affollamento non più di 43 mila.

La legge europea impone ai sistemi carcerari continentali la garanzia per ogni detenuto di godere almeno di 7 metri quadrati di spazio. Lo spazio medio concesso ai prigionieri italiani non supera i 3.

Una situazione di totale abbandono, disinteresse e violazione dei più elementari diritti umani è quella a cui sono sottoposti al giorno d'oggi, in questo paese e questa epoca così ricchi di "civiltà", non solo i detenuti sottoposti alla misura detentiva, ma migliaia di agenti di polizia penitenziaria, assistenti sociali, volontari e così via.

Ad aggiungere ulteriore gravità ad una realtà già di per sé insopportabile è la posizione giuridica dei carcerati: 31 mila su 65 è la porzione della popolazione carceraria sottoposta al regime di privazione di libertà in attesa di giudizio. Solo la metà dei detenuti sta scontando nella propria cella l'esecuzione di una sentenza definitiva.

Prima dell'indulto, nel 2006, in Italia c'erano 60 mila detenuti e circa 50 mila condannati a misure alternative alla detenzione in carcere. Oggi i detenuti rasentano le 70 mila unità e quelli sottoposti a misure alternative sono appena 12 mila.

Nella giornata di ieri un detenuto 60enne nel carcere di Vicenza si è tolto la vita impiccandosi con un lenzuolo. Era stato arrestato soltanto 48 ore prima con un'accusa, ancora tutta da verificare, di violenza sessuale a danno di minore.
E' la vittima numero 173 nelle carceri italiane dell'anno 2009. Ed è il settantesimo caso dell'elenco dei suicidi (o presunti tali) commessi dietro le sbarre in meno di 12 mesi.
Nel 2001 questo paese aveva raggiunto il macabro record di 69 "suicidi carcerari" in un anno. Oggi, prima ancora che lenticchie e spumanti segneranno l'inizio del 2010, ci apprestiamo a modificare la datazione di un record che tanto lustro dona al nostro paese, così disperatamente in cerca di un rilancio del "made in Italy".

Il dramma delle carceri italiane sembra soltanto sfiorare le autorità politiche nazionali. E molto sporadicamente. E tutte le volte la soluzione proposta (relegata per di più nell'ambito delle vane promesse) è sempre la stessa, superficiale quanto cinica: costruire nuove carceri.
Sistemi illuminanti partoriti oltre 20 anni fa come la Legge Gozzini, che introduce il criterio di recupero del condannato tramite il lavoro, o l'incremento delle pene accessorie (interdizione dai pubblici uffici, divieto di partecipare alle gare d'appalto e divieto di possesso di attività imprenditoriali, confisca di tutti i beni) per i reati finanziari e contro la pubblica amministrazione al posto della inutile (in moltissimi casi) pena detentiva difficilmente attraversano i pensieri di chi viene deputato dal popolo a dirigere questa nazione.

Un terzo dei detenuti condannati in via definitiva deve scontare una pena inferiore ai tre anni. E sovrappopola le carceri del paese anziché essere affidato ai lavori socialmente utili o agli arresti domiciliari.
Il tintinnio delle manette e le sbarre di metallo rappresentano suoni ed immagini ancora troppo sensuali per molti italiani per poter pensare di ridurli al minimo indispensabile.

In più di un anno e mezzo di legislatura una sola proposta parlamentare [PDF] è stata depositata presso la Camera dei Deputati per richiedere l'istituzione di una Commissione d'inchiesta sul sistema carcerario. E vede la firma isolata di Augusto Di Stanislao, abruzzese, dell'Italia dei Valori.
Il documento ufficiale di richiesta reca la data 24 novembre 2009.
19 mesi di attesa per la prima reale proposta d'inchiesta sul "sistema carcere". E da parte di un esponente del "partito dei giustizialisti".

lunedì 21 dicembre 2009

Il Parlamento che non c'è: un bilancio dei 12 mesi di inattività degli onorevoli passacarte


Come appare l'aula di Montecitorio in un febbrile momento di dibattito parlamentare.

Due miliardi di euro. Il costo di due anni e mezzo di missione ISAF in Afghanistan, poco meno di un quarto del bilancio della legge finanziaria per il 2010, 7 volte lo stanziamento previsto dal governo per la messa in sicurezza antisismica delle scuole pubbliche di tutto il paese.
E' questa la cifra che indica quanto sono costati alle tasche dei contribuenti le attività di Camera e Senato nel 2008. Una cifra destinata probabilmente a crescere nel resoconto dell'aprile prossimo.

Costi retributivi e di funzionamento così rilevanti per le casse dello Stato assumerebbero una legittimità più che insindacabile in presenza di onorevoli deputati e senatori instancabili, in continuo fermento e in perenne attività legislativa.
Eppure, da gennaio ad oggi, solo 121 sono i giorni di reale attività legislativa a Montecitorio. Sensibilmente peggio fanno i colleghi di Palazzo Madama, con un totale di appena 85 giornate dedicate ad attività legislative. Neanche un giorno su quattro del calendario.

E se numeri come questi avrebbero già dovuto procurare da sé ben più di un malore all'agguerrito ed iperattivo ministro Renato Brunetta, protagonista di una presunta indomabile lotta ai fannulloni di Stato, ad aggiungere benzina sul fuoco è l'analisi "qualitativa" delle attività strettamente parlamentari.

La domanda chiave è la seguente: quante leggi di iniziativa parlamentare sono state approvate nel corso di questo anno? Quante, invece, quelle di iniziativa governativa o provenienti da altre "fonti" (trattati, comunali, modifiche di decreti legislativi e così via)?

Ad oggi, a partire da inizio anno, soltanto 72 leggi hanno avuto l'ok finale da parte delle due camere parlamentari. Con l'imminente approvazione della legge finanziaria 2010, l'attività parlamentare chiuderà i battenti con alle spalle una media di appena 6 leggi varate ogni mese.
Più di 5 mila, invece, quelle proposte in un anno e mezzo di legislatura tra Camera e Senato. E che difficilmente vedranno mai una fine.

Delle 72 leggi datate 2009, quante godono del privilegio di un parto, una discussione ed un'approvazione tutta parlamentare? Soltanto 6. Poco più dell'8%.
Il procedimento legislativo di esclusività parlamentare che i padri costituenti concepirono come "regolarità" oggi diventa eccezione.

E il tenore di questi provvedimenti genera ulteriori dubbi sull'efficienza e l'utilità di un Parlamento ormai ridotto a semplice passacarte dell'esecutivo:
  • Istituzione della giornata contro la pedofilia;
  • Candidatura dell'Italia come paese ospitante per i mondiali di rugby del 2015 e del 2019;
  • Valorizzazione dell'abbazia di Santissima Trinità di Cava de' Tirreni;
  • Proroga delle missioni militari all'estero (variazione di una legge comunque governativa);
  • Istituzione del premio "Arca dell'arte - Premio nazionale rotondi ai salvatori dell'arte";
  • Contributo per la "Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea".

Questi sei titoli raccolgono tutto l'orgoglio parlamentare degli ultimi 12 mesi, con buona pace dei neofiti, improvvisati difensori delle competenze parlamentari come Gianfranco Fini, "primo rappresentante" di uno dei due rami parlamentari più inattivi nella storia d'Italia.

Le restanti 66 leggi si dividono tra conversione di decreti-legge (15), leggi di iniziativa governativa o modifiche a decreti vigenti (13), leggi elettorali e di funzionamento del Parlamento (5), comunali (2) e, padroni assoluti delle attività parlamentari, le ratifiche degli accordi internazionali (35), la maggior parte delle quali riferite a patti stipulati oltre 3/4 anni fa.

Gli accordi bilaterali discussi e approvati disegnano una geografia politica per il nostro paese quantomai inedita ed impensabile: trattati di partnership con Libia, Iraq e Repubblica Moldova, accordi anti-terrorismo e di contrasto alla criminalità stipulati con Russia e Arabia Saudita, accordi finanziari con Bielorussia, Croazia, Slovenia, Arabia Saudita e Giordania, protocolli sull'organizzazione idrografica internazionale, accordi sulla gestione dei confini nazionali con la Svizzera e sul trasporto aereo con Marocco e USA, sistemi di navigazione satellitare civile concordati con Ucraina e Marocco, accordi di assistenza giudiziaria con la Moldavia e accordi internazionali sull'uso dei legni tropicali.

Poco più di un mese fa l'onorevole Presidente Gianfranco Fini chiudeva i battenti di Montecitorio per mancanza di copertura finanziaria per le leggi in discussione presso le varie commissioni, generando un pericoloso sottinteso per cui le uniche leggi degne di nota sono quelle che tolgono o mettono soldi nelle casse dello Stato.
Eppure proposte di legge sulla modifica costituzionale di composizione e competenze delle camere, sul diritto al cognome, sull'affidamento dei minori, sulla cittadinanza e sul testamento biologico, prive di qualsivoglia necessità finanziaria, sono congelate in attesa di essere discusse dal 29 aprile 2008.

Tra un governo "intasa-camere" ed un Presidente della Camera vacanziero, la vita dei disegni di legge sui diritti civili (e non solo) in questo paese è assai grama.

sabato 19 dicembre 2009

L'ultima tentazione di Massimo D'Alema



"Se per evitare il suo processo devono liberare centinaia di imputati di gravi reati, è quasi meglio che facciano una leggina ad personam per limitare il danno all'ordinamento e alla sicurezza dei cittadini".

E' questa la frase clou dell'intervista [PDF] rilasciata da Massimo D'Alema a Maria Teresa Meli del Corriere giovedì scorso. Ed è la stessa frase che in molti hanno liberamente interpretato come un sottile segnale del "leader ad honorem" del Partito Democratico rivolto a Berlusconi e ai suoi più stretti collaboratori a Palazzo Madama e a Montecitorio su tema "giustizia".

Le interpretazioni "maligne" che vedono in questa posizione, di apparente buon senso se espressa da un esponente dell'opposizione (meglio un Lodo che congeli i processi delle più alte cariche, piuttosto che una legge ad-hoc che distrugga i processi del Presidente del Consiglio assieme a quelli di altre decine di migliaia di cittadini italiani), l'apertura alla possibilità di un dialogo sul "legittimo impedimento" o ancora di più sul "Lodo Alfano costituzionale" si scontrano contro una realtà dei fatti ben nota e stranamente ignorata: Massimo D'Alema è da sempre favorevole ad una riforma costituzionale che blocchi i processi a Silvio Berlusconi.

Non è un mistero, non è una posizione segreta dell'"abile calcolatore politico" e nemmeno uno sforzo istituzionale mirato ad una convergenza parlamentare per "le riforme".
Volendo ignorare la realtà per cui il Lodo Alfano trova le proprie origini nell'alveo del centrosinistra, è sufficientemente esplicativa questa dichiarazione: "Se il Lodo viene sviluppato in termini costituzionali e limitato alle sole alte cariche dello Stato, l'intesa è possibile".
Le parole sono quelle usate da Massimo D'Alema. E la data è il 28 maggio 2003.

E danno comunque adito ad ipotesi d'inciucio meno di quanto facciano le recentissime, ma curiosamente ignorate, e limpide dichiarazioni di Franco Marini [PDF] ("Le riforme vanno fatte, anche il lodo costituzionale Alfano") e del beniamino di molti oppositori "duri e puri" del premier, Oscar Luigi Scalfaro [PDF] ("Non sono per nulla contrario ad un provvedimento che dia una tutela al premier a condizione che non ci sia danno a terzi").

Ciò che colpisce in questo frangente è la tempistica di questa intervista di giovedì in cui l'esponente democratico si lascia andare a considerazioni sul mancato dialogo istituzionale e sulla deriva presidenzialista del paese (una deriva peraltro sostenuta e richiesta da D'Alema stesso durante l'intero periodo della bicamerale). Proprio in questi giorni il PD è impegnato nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato in una battaglia ostruzionistica, coordinata dagli "irriducibili" Felice Casson e Donatella Ferranti, finalizzata ad ostacolare con ogni mezzo l'approvazione dei DDL su "legittimo impedimento" e "prescrizione breve" (comunemente ed impropriamente definito "processo breve").

Per entrambe le leggi, stando alla stesura attuale (che il centrodesta non sembra intenzionato a lasciar modificare neanche di una virgola), emergono gli stessi profili di incostituzionalità ravvisati dalla Consulta nella disamina del Lodo Alfano, a partire dall'automatismo che dovrebbe caratterizzare il diritto all'impedimento per il Presidente del Consiglio (una sorta di Lodo Alfano bis copia identica del precedente) per finire con la prescrizione automatica dopo i 24 mesi di dibattimento nella "prescrizione breve" (violazione del diritto alla difesa).

In virtù di queste palesi incostituzionalità, ravvisate peraltro dagli stessi esponenti del Partito Democratico, negli ambienti dell'opposizione interna al PD crescono profondi malumori e seri dubbi sul senso di uno scambio tra l'opposizione ad una legge incostituzionale e l'approvazione bipartisan di una riforma costituzionale salva-premier.
Soprattutto se questo appello all'approvazione di una riforma costituzionale più che una strategia mirata alla riduzione dei danni sembra assomigliare ad una consulenza legale tesa ad evitare altre bocciature per Silvio Berlusconi.

PS: Segnalo l'articolo de L'incarcerato sull'ultimo angosciantissimo decesso avvenuto nel carcere di Teramo. Vittima un ragazzo nigeriano di 23 anni. Nel carcere divenuto noto per lo scandalo pestaggi esploso alcune settimane fa. Quegli stessi pestaggi a cui "il negro" aveva assistito e non doveva assistere...

giovedì 17 dicembre 2009

Il governo britannico processa se stesso sulla guerra in Iraq. E in Italia?

Articolo scritto per Alla-Fonte.


Vignetta di Chris Riddell.

Da più di tre settimane, nel silenzio tombale dell'informazione italiana, il governo laburista britannico di Tony Blair è sotto processo per l'intervento militare in Iraq, iniziato nel 2003 e in attività ancora oggi.
A ricoprire i ruoli coincidenti di pubblico ministero e di giudice è una Commissione Inquirente composta da consulenti e diplomatici di Stato. Le sedute sono aperte, le prove e le testimonianze sono di pubblico dominio ed un sito internet ufficiale creato per l'occasione mette a disposizione tutto il materiale a servizio dei cittadini.

Ma non è stata una pericolosa branca deviata della magustratura ad avviare l'inchiesta. La decisione è stata presa dallo stesso Partito Laburista, a partire dall'attuale Primo Ministro Gordon Brown, fedelissimo blairiano della prima ora.

L'inchiesta prende il via dal celebre "Dossier di settembre", il documento ufficiale redatto da Sir John Scarlett, capo dell'MI6, il servizio segreto di Sua Maestà, con prefazione dell'allora capo di governo Tony Blair, e datato 24 settembre 2002. Era il documento, poi rivelatosi totalmente falso, che accusava Saddam Hussein di possedere armi di distruzione di massa, armi chimiche, armi batteriologiche e missili balistici operativi.

Oggi la Gran Bretagna cerca i colpevoli della morte di 179 soldati e di centinaia di migliaia di civili iracheni. E non li cerca tra le file degli insorgenti a Bagdad o a Bassora, ma li cerca dentro i propri confini nazionali. Non nelle moschee, ma nei palazzi del potere.

I timori di un'inchiesta blanda, intra-istituzionale, con poche verità emergenti sono stati scardinati sin dal principio. Le verità inedite, emerse dal 24 novembre ad oggi, sono moltissime.
Chi è il responsabile dell'invasione militare in Iraq avvenuta il 20 marzo 2003? A questa domanda, in un certo senso, la Commissione ha già dato una risposta. E non corrisponde al nome di Tony Blair. E nemmeno a quello di George Bush.

L'involontario artefice di una delle più insensate e devastanti guerre che il mondo potrà mai ricordare è un ignoto tassista iracheno.

Fu il traballante racconto di una conversazione tra due ufficiali iracheni ascoltata nel suo taxi nel 2000 a costituire la prova principale della pericolosità dell'arsenale di Saddam Hussein. Il Joint Intelligence Committee (JIC) raccolse la sua testimonianza senza supporto e la presentò, con i dovuti dubbi, al Primo Ministro allora in carica. Tony Blair ignorò i dubbi e tradusse la testimonianza di un tassista in "prove massicce di un enorme sistema di laboratori clandestini".

Lo stesso capo dei servizi John Scarlett e il capo dell'ufficio controproliferazione all'FO, Tim Dowse, lo confermano: il documento era ricco di imprecisioni ed omissioni, a partire dal sottinteso dei missili balistici nei riferimenti ad armi a cortissimo raggio, e ben due informative precedenti l'attacco (7 marzo e 17 marzo) confermavano l'assenza totale di armi chimiche o batteriologiche.

L'allora direttore del JIC, Peter Ricketts, conferma che senza l'alibi dell'11 settembre mai si sarebbe proceduto con l'invasione e che l'attacco fu deciso dagli USA sin dal novembre 2001, pur consci dell'inesistenza di un qualsiasi legame tra Saddam Hussein e gli attentati. William Ehrman, direttore della Sicurezza Nazionale al Foreign Office, definisce le informazioni sulle armi "sporadiche" ed "inconsistenti" e assicura che, a conti fatti, paesi come la Libia e la Corea del Nord costituivano senza ombra di dubbio pericoli ben maggiori.

L'ambasciatore britannico negli USA, Christopher Meyer, racconta degli impedimenti creati ad arte agli ispettori ONU e dei disperati tentativi di Condoleeza Rice di trovare indizi di legami tra Hussein e Bin Laden, mentre Lord Goldsmith (Attorney General del governo Blair) informò lo stesso Blair sull'illegalità dell'intervento più e più volte, finendo per essere persino allontanato dalle riunioni (alle quali tornò a partecipare dopo diverse pressioni da parte del Labour che lo portarono a cambiare posizione).

Il Lieutenant-General Frederick Viggers punta l'indice verso l'intera classe politica dell'epoca, britannica e statunitense. Ed aggiunge, con una naturalezza disarmante e con dati di fatto a supporto, che la realtà irachena di oggi dimostra quanto i civili stessero meglio ai tempi del regime di Saddam.

Ma l'inchiesta non indaga solo sulle decisioni che portarono al conflitto eterno, ma rivolge lo sguardo anche e soprattutto al piano per il dopoguerra e la ricostruzione. Un piano che, di fatto, non è mai esistito.

Edward Chaplin, capo della sezione mediorientale al FO, racconta della superficialità americana utilizzata nel cestinare ogni progetto per il dopoguerra. Alle sue pressioni per definire un piano per la fase 4 (la fine delle ostilità) i delegati del governo USA rispondevano "tutta la popolazione ci sarà grata e ci sarà gente che ballerà per le strade".
Questo era lo studio USA sul dopoguerra.
Uno studio basato sull'ottimismo, privo di analisi su costi, obiettivi, priorità, definito dal Maggiore Generale britannico Tim Cross "tristemente inconsistente, privo di obiettivi".

Una disorganizzazione riconosciuta da tutte le sfere dell'esercito, della diplomazia e dello spionaggio britannico, ma che il governo Berlusconi II, e come esso tanti altri esecutivi nel mondo, evidentemente giudicarono eccellente, se in base a tali "fogli bianchi" fu deciso l'impiego di migliaia di soldati italiani.

L'Italia in Iraq non fu mandata a compiere una missione di pace. L'ex comandante in capo delle Forze Armate di Sua Maestà, Lord Boyce, rivela, senza mezzi termini, che gli USA in più di un'occasione chiarirono agli alleati la realtà dei fatti: "quella in Iraq non era una missione di peacekeeping, era una guerra".

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il Ministro degli Esteri Franco Frattini ed il Ministro della Difesa Antonio Martino erano al corrente della posizione americana sull'intervento? O il nostro paese è stato ingannato e tenuto all'oscuro di tutto?

Una commissione d'inchiesta potrebbe rivelarlo. E forse dovrebbe.

mercoledì 16 dicembre 2009

Google censura le foto dell'aggressione a Berlusconi?

Per cause di forza maggiore sono costretto a violare il precedente intendimento, ma la notizia ha un potenziale tale da non poter essere ignorata. Riporto qui di seguito l'articolo pubblicato da Giulio Nils Caroletti per "Alla-Fonte".


Google censura le foto dell'aggressione a Berlusconi?


A un orario imprecisato di martedì 15 dicembre, Google ha iniziato a censurare le immagini relative all'aggressione del presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Andando su http://www.google.it ed effettuando una ricerca immagini non è infatti possibile ottenere alcun risultato che riguardi l'aggressione. Si provi per esempio digitando "Massimo Tartaglia" oppure "Berlusconi aggredito" o "Berlusconi ferito".

Nel momento in cui scriviamo (02:19 AM), il "problema" è ancora presente. Anche su Yahoo pare vi sia una censura parziale. Come si vede da questo link e da questo, il numero di immagini è fortemente ridotto rispetto a quello di altri motori di ricerca quali Baidu e Altavista.

Non è data sapere la motivazione di questa censura: se si tratti di un attacco informatico, di una temporanea risistemazione degli indici oppure di una vera e propria scelta editoriale, alquanto discutibile per un motore di ricerca attraverso il quale è possibile raggiungere immagini di bambini uccisi o di malati terminali.

Ore 02:53. Il problema persiste, e ora pare riguardare anche Virgilio.

Ore 03:31. In questo blog appare la prima segnalazione del problema che siamo riusciti a trovare. Il post indicato è delle 16.49. Si noti che la blogger ringrazia per una precedente segnalazione. Questo ci mostra come il "problema" esista da quasi 11 ore.

Ore 03:50. Accludiamo una serie di screenshot presi tra le 2 AM e le 3 AM, dato che la situazione è ancora del tutto priva di spiegazioni e la volatilità della rete consente quasi qualsiasi scenario futuro, come il ripristino di tutte le immagini senza alcuna spiegazione:

Virgilio: berlusconi + aggredito

Virgilio: berlusconi + ferito

Virgilio: massimo + tartaglia

Yahoo: aggressione + berlusconi

Yahoo: berlusconi + ferito

Google: berlusconi + hurt (ricerca effettuata dalla Norvegia)

Ore 04:00. In questo momento pare che non sia possibile trovare alcuna immagine su Google, Virgilio e Yahoo in Italia o all'estero. L'unica immagine di "berlusconi ferito" pare mostrare l'episodio dell'aggressione del cavalletto di alcuni anni fa (vedi immagini soprastanti).

Ore 05:05. Anche su Altavista cominciano a succedere cose strane. Ecco gli screenshot di due ricerche, una mostra ancora qualche risultato, l'altra non ne ha più, come per i motori di ricerca sopradetti.

Altavista: Berlusconi + aggredito

Altavista: Massimo Tartaglia


Ore 10:50: la situazione sembra restare immutata: su Google, Yahoo e Virgilio nessuna immagine riferibile all'aggressione di domenica sera risulta essere presente. Solo Altavista mostra le immagini di Tartaglia durante l'aggressione, ma esclude ogni immagine del volto di Berlusconi ferito.
Tra i principali motori di ricerca, Bing sembra essere l'unico ad indicizzare le foto dell'aggressione.
("berlusconi ferito" e "Massimo Tartaglia").


Gli ultimi aggiornamenti sul caso "Filtraggio Berlusconi-Tartaglia" su Alla-Fonte!

martedì 15 dicembre 2009

Nulla resterà impunito. Tranne, forse, l'aggressore.



La storia si ripete sempre due volte. La prima volta come farsa, la seconda come tragedia.
E' l'inverso di un celebre aforisma di Karl Marx che definisce in maniera illuminante la realtà che stiamo attraversando in queste ore e ciò che rischiamo di doverci aspettare nelle prossime.

La farsa (giustamente concepibile come tale) fu il lancio di un cavalletto fotografico avvenuto il 31 dicembre 2004. La tragedia è quella che, degna del più fantasioso teatro dell'assurdo, sta avvenendo ora.

La riuscita aggressione pseudo-premeditata di un uomo di 42 anni affetto da abituali disturbi della psiche ai danni del Presidente del Consiglio ha scatenato un vorticoso uragano di aggressioni verbali e linciaggi a mezzo stampa che è tutto il contrario di ciò che il buon senso avrebbe dovuto produrre.
Ma dall'attuale gruppo dirigente deputato a ricoprire gli scranni della rappresentanza popolare non era logico aspettarsi altro.

La logica avrebbe dovuto suggerire un invito alla moderazione, alla calma, alla sobrietà dialettica. La razionalità avrebbe dovuto inibire ogni tentativo di ravvivare fuochi già accesi (spesso su terreni inesistenti) e portare a riflettere sul fatto che l'inutile e pericoloso gesto di domenica sera poco aveva a che fare con le questioni politiche e di naturale scontro tra maggioranza ed opposizione che reggono questo paese così come tutti gli altri paesi del mondo.

Abbiamo assistito invece ad una parata interminabile, ancora oggi in moto, di pompieri armati di lanciafiamme, pronti ad un lancio continuo di responsabilità, relativamente ad un gesto che, fino a prova contraria, vede un unico responsabile. Direttamente ed indirettamente.

I timori delle prime ore sono stati confermati in blocco: fine dello scontro sui temi realmente politici, fine della contrapposizione dialettica, fine dell'interesse verso i fatti. E via libera bipartisan (ora come ora esclusivamente monopartisan) all'attacco politico fondato sul nulla.

E via alla reazione. Quella di chi approfitterà per cogliere la palla al balzo e procedere verso l'approvazione di provvedimenti di dubbio senso e di estrema pericolosità (oltre che delicatezza), sorretti dall'alibi del "dover dare una risposta".

E allora via ad inedite e durissime strette sul diritto di espressione sul web e sul diritto alla contestazione di piazza, in una azzardata e sconcertante logica che vede il web e il fischio in pubblico indiscussi mandanti di un'aggressione estemporanea.
Le misure saranno note con precisione alla fine del Consiglio dei Ministri previsto per dopodomani, ma le idee di base sono chiare: impedire l'istigazione a delinquere in rete e vietare contestazioni non autorizzate in presenza di altre manifestazioni.

Eppure il reato di istigazione a delinquere esiste già e da anni la polizia postale italiana compie in rete un lavoro attento e ben misurato (almeno nella gran parte dei casi) in questo senso. Così come esiste la possibilità di procedere per via giudiziaria per "manifestazione non autorizzata" nel caso di gruppi consistenti di contestatori impegnati a "rovinare" la manifestazioni altrui (naturalmente sempre "a posteriori" e mai in termini "preventivi").

Allora è logico chiedersi: cosa c'è realmente in ballo? In quale senso si collocano questi fantomatici provvedimenti? E' in gioco il reato di istigazione a delinquere o la libertà di critica, anche dura, in rete? Si discute di impedire infiltrazioni nelle manifestazioni altrui o di istituire un vero e proprio reato di "pubblica contestazione"?

L'analisi della realtà attuale e delle leggi in vigore dà già una risposta. Ipotetica, senz'altro. Ma angosciante.

Berlusconi ha già fatto sapere, tramite l'amico don Verzè, fondatore del San Raffaele di Milano, presso cui il premier è ricoverato in queste ore, che ha già perdonato l'autore del gesto sconsiderato. I suoi "sodali" non sembrano pensarla allo stesso modo.
Un responsabile va trovato. Se Massimo Tartaglia viene tolto di mezzo, serve qualche altro "imputato".
Il web e il diritto di contestazione risultano presenti all'appello.

PS: In virtù dell'inutile teatrino politico di queste ore, questo blog annuncia che non tratterà in nessun modo nei post a seguire l'argomento dell'aggressione al premier o tutto ciò che vi è collegato (ad esclusione di eventuali provvedimenti governativi dal carattere esclusivamente politico nella seduta del CdM di giovedì).
Questo blog intende, con i suoi tanti limiti, fare informazione e continuerà a farla, anche se il resto del paese avrà gli occhi puntati sistematicamente su qualcos'altro.

domenica 13 dicembre 2009

Cui prodest?



Il precedente episodio era avvenuto dopo oltre tre anni dall'insediamento. Anche quella volta l'aggressione si collocava nel freddo mese di dicembre. Ma in quell'occasione, il gesto, stupido e apparentemente privo di moventi politici, non lasciò segni.
Quantomeno sul volto o sul corpo dell'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Perché di segni, nelle cronache di quel capodanno 2005 e dei giorni successivi, quel gesto ne lasciò parecchi. E diede l'occasione al premier, vittima di un piccolo ematoma retroauricolare, e all'intera compagine governativa, di avviare una campagna mediatica in cui l'uomo più potente del paese diveniva vittima della violenza dei contestatori.
Una campagna di certo opportunistica e funzionale, ma impossibile da rovesciare, attaccare o destrumentalizzare in quegli istanti.

La storia si ripete secondo un meccanismo ben collaudato di cause ed effetti. E quando un sistema con il tempo si modifica, accrescendo la natura delle proprie risposte ad ogni evento causale, ad una causa così mediaticamente imponente possiamo solo immaginare, dedurre quali potranno essere le dovute risposte.
Un problema che l'autore del violento gesto compiuto quasi due ore fa di certo non si sarà posto.

E' difficile ipotizzare quali siano state nella mente dell'aggressore le calcolate conseguenze della devastazione del viso del premier, sempre che ci sia stato un benché minimo calcolo. Ma è fin troppo elementare conoscere quali saranno le conseguenze reali di un tale gesto.

Un antipasto di ciò che accadrà nelle prossime ore è scritto nella cronaca di queste ore, nelle dichiarazioni delle tante figure istituzionali che popolano questo nostro paese.
A partire dal ministro Umberto Bossi che parla di "pericolo terrorismo" ed invoca un innalzamento della guardia, o dell'onorevole Maurizio Lupi, che analogamente ravvede un superamento "del limite di guardia".
Il ministro Ignazio La Russa, invece, si è già prestato ad un azzardato sillogismo tra manifestazioni ed attacchi fisici.

Dalla sponda opposta a gettare benzina sul fuoco è l'onorevole Antonio Di Pietro, che rigira al mittente (e vittima occasionale) Silvio Berlusconi le responsabilità indirette di un tale gesto, parlando di "istigazione alla violenza".

Poco importa se le indiscrezioni degli questi ultimi minuti lasciano intendere la fortissima possibilità di un gesto dovuto ad un disagio psicologico del presunto aggressore, da 10 anni in cura psichiatrica.
Il teatrino dell'uso politico di un gesto che di politico sembra avere poco o nulla è già partito. Ed è lecito, oltre che logico, aspettarsi per i prossimi istanti una pericolosissima traduzione dello scontro sugli argomenti e sui dati di fatto in un attacco politico tra parti in causa basato sul nulla.

Qualcuno in questi istanti ha già provato a raffrontare "l'utilità" di questa aggressione fisica con "l'inutilità" di una pacifica manifestazione nella capitale che ha visto partecipare circa un milione di persone. Non importano le conseguenze naturali delle prossime ore, ciò che interessa è la soddisfazione che per qualcuno scaturisce da un'istantanea che ritrae un volto tumefatto.

E se il prezzo da pagare è la prevalenza dello scontro politico fine a sé stesso sul racconto giornalistico di fatti scomodi o sul diritto di critica, poco importa.
Il gesto improvviso di una persona che sembrerebbe affetta da problemi psichiatrici per qualcuno diventa un gesto eroico, espressione dell'indignazione civile.

Abbiamo smesso da tempo di porci il problema delle conseguenze delle azioni. E le condizioni in cui oggi versa questo paese sono la degna conseguenza anche di questo.

sabato 12 dicembre 2009

Lettera di un aquilano nauseato da certa informazione nazionale

Pubblico qui di seguito la lettera scritta da un cittadino aquilano in risposta al servizio di Guido Del Turco, del TG5, sulla presunta, immaginaria e fantascientifica riapertura del centro storico dell'Aquila.
La lettera è stata pubblicata in esclusiva su Abruzzo 24 Ore.

In apertura di post, la "fiction" aquilana, ovvero il filmato incriminato del celebre "giornalista". In chiusura, la realtà dei fatti.


Salve.
Ho visto questo servizio del TG5
Il giornalista, Guido Del Turco, apre il suo servizio descrivendo apparentemente una situazione di magnifica normalità.
Parla con leggerezza ed usa frasi come "la gente che passeggia", "così si presenta il centro storico che di fatto ha riaperto", "il cantiere della ricostruzione è aperto". Descrive la "rinascita" delle città, usa inquadrature di gente che prende il caffè, che passeggia, che sorride.
Ma dove? Dov'è questa città rinata della quale parla? In tutto il centro storico hanno riaperto un bar, una cantina ed un ottico. Tre attività commerciali su centinaia e lui sorride trasmettendo una sensazione di normalità? Delle centinaia di strade della "zona rossa" ne sono percorribili forse appena una decina. Dov'è questo "centro di fatto riaperto" tanto sbandierato? Forse credono che il centro storico sia solo Piazza del Duomo (che poi è ancora transennata per metà).
Io mi metto nei panni di un ragazzo di Palermo o di una casalinga di Trieste. Cosa penseranno dopo aver visto questo video? Forse penseranno che a L'Aquila è tutto a posto. Tutti hanno una casa, tutti hanno un lavoro ed il centro è stato riaperto. Ma allora perché questi Aquilani testardi protestano ancora? Battono i piedi e gridano giustizia? Perché non vogliono pagare le tasse per il 2010?

"Ma son proprio degli ingrati questi Aquilani!" "La prossima". Frasi come questa le leggo ogni giorno ovunque su internet e non sempre c'è un aquilano pronto a rispondere. Sinceramente è una situazione dolorosa e frustrante. Tutto il mondo ha visto come si son comportati gli Aquilani di fronte al dolore ed alla tragedia. Non accetto che quest'immagine meravigliosa che ha fatto il giro del globo, venga ora distorta perché a qualcuno fa comodo nascondere alcune verità.

Ma possibile, chiedo a voi, che se un giornalista scrive o dice sciocchezze nessuno può contraddirlo o controbattere? Del Turco ha mostrato una situazione ben differente da quella che è la realtà delle cose! C'è gioia nell'animo aquilano, è vero, ma non perché il centro ha riaperto ma perché hanno riaperto le prime 3 attività dopo 8 mesi di attesa! Questa è la verità!

Le macerie sono ancora praticamente ovunque perché ancora non sono stati trovati i siti nei quali stoccarle. Questa è un'altra verità. Le case son state fatte, è vero, e bisogna ringraziare chi c'è riuscito, ma non sono sufficienti tanto che migliaia di persone sono ancora in albergo anche a 100km dal Capoluogo. La recente rabbia di Bertolaso ne è la dimostrazione lampante.
C'è sempre una mezza realtà detta ed un'altra mezza nascosta ad arte.
Nessuno pretende che venga usata la bacchetta magica, del resto son passati "solo" otto mesi dal terremoto. Come Aquilano son grato alle Istituzioni per quanto è stato fatto fino ad ora ma gradirei un po' più di obiettività e sincerità da parte dei media. Insultare l'intelligenza di quelle persone che stanno vivendo una situazione così difficile è fin troppo facile in questi casi.

Massimiliano Etere
Aquilano




PS: Invito davvero caldamente tutti quanti a fare un salto sul sito Le new town della Protezione Civile a L'Aquila, di Luciano Belli Laura. Una documentazione dettagliatissima ed estremamente chiara su ciò che è realmente il Piano C.A.S.E. della Protezione Civile per L'Aquila.
Fotografie, analisi territoriali, appalti, costi, parametri strutturali e tanto altro ancora per ciascuno dei 19 cantieri.

giovedì 10 dicembre 2009

Lavoratori precari contro lavoratori stranieri in nero: la nuova ricetta del governo contro l'immigrazione




Era stato uno dei temi più dibattuti durante l'intera campagna elettorale per le elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008. Era stato l'unico argomento in grado di scatenare i furori violenti ed irrazionali di pochi "esaltati giustizieri" e i timori giustificabili e motivati di molti cittadini spaventati (più dalla rappresentazione televisiva del problema che dalla realtà quotidiana).

Allora furono la stampa nazionale e l'esecutivo appena entrato in carica a coniare il termine "giusto" per definire l'intera problematica. Non passava giorno senza che si parlasse dell'"emergenza sicurezza".

Stando agli articoli di cronaca, le cose sembrano essere profondamente cambiate oggi: i rumeni hanno smesso di commettere stupri (per i quali sembravano avere l'esclusiva), i maghrebini hanno smesso di spacciare e albanesi e rom sono stati psicologicamente recuperati da quella innata tendenza genetica al furto.

Si è sempre pensato che il fenomeno migratorio fosse connaturato alle disparità sociali nel mondo e che il miglior criterio di regolamentazione dei flussi avrebbe potuto al massimo ridurne l'entità. Evidentemente si trattava di una valutazione tradizionalistica, pessimistica e superficiale.

Il governo si è dimostrato efficace anche in questo, superando ogni più rosea previsione: tra sei mesi non ci saranno più immigrati irregolari in Italia. Almeno stando all'ordinanza numero 3828 della Presidenza del Consiglio dei Ministri, pubblicata in Gazzetta Ufficiale appena 5 giorni fa.

"Disposizioni di Protezione Civile" è il nucleo centrale scelto per il titolo del provvedimento, sebbene l'intera norma sia rivolta a provvedimenti contrattuali, economici ed edilizi sulla pratica di regolarizzazione dei lavoratori stranieri "in nero".

L'articolo 1 del provvedimento autorizza il Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del Ministero dell'Interno e il Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali all'assunzione immediata di 950 nuovi lavoratori, da impiegare nelle procedure di regolarizzazione dei lavoratori extracomunitari senza permesso e nella gestione del fenomeno estemporaneo dei flussi.

Nessun concorso pubblico, nessun trasferimento da altre sedi.
Assunzione per mezzo di agenzie interinali e per un contratto di durata massima pari a sei mesi.
I fondi stanziati per la lotta al fenomeno, nella legge 102/09 dell'agosto scorso, proseguono oltre il 2012. Eppure, la manodopera richiesta si arresta a 6 mesi da oggi.

In aggiunta, nessuna promozione a tempo indeterminato per chi già lavora presso il dipartimento dell'Interno o presso il Ministero del Lavoro, ma semplice rinnovo dei contratti a tempo determinato, per di più con un limite di spesa di 1,6 milioni di euro.

L'articolo 2 getta benzina sul fuoco: a fronte dell'impiego di interinali a breve tempo, 1500 dipendenti, già attivi nelle procedure di regolarizzazione, per tutto il 2010 saranno soggetti ad una deroga sull'orario di lavoro, comportando l'esecuzione di ben 40 ore di straordinario mensile oltre il limite previsto dalla normativa vigente, che impone un massimo di 12 ore settimanali. Nel 2010 i dipendenti del Dipartimento e dei due ministeri potranno svolgere fino ad 88 ore di straordinario al mese.
Il tutto sempre sotto contratti interinali a 6 mesi.

L'articolo 4, invece, si concentra sulle norme edilizie per la costruzione dei nuovi Centri di Identificazione ed Espulsione, modificando l'ordinanza 3244 del 1° ottobre 2002, e comportando, per la loro edificazione, la deroga automatica a tutti piani regolatori generali (comunali, regionali e statali). Solo nel caso in cui le opere in questione dovessero incidere su beni paesaggistici o culturali del paese, sarà richiesta una formale dichiarazione di assenso (o di rigetto) da parte delle amministrazioni preposte alla tutela dei beni pubblici.
In caso di dissenso, il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, avrà l'ultima voce in capitolo. E un tempo di 20 giorni per decidere. Anche della proposta di costruire un CIE all'interno del Colosseo o del Duomo di Milano.

lunedì 7 dicembre 2009

Il lato oscuro della finanziaria - Tutte le norme della nuova stesura



L'ultimo atto di forza è avvenuto poche ore fa, nella mattinata di oggi, presso la Commissione Bilancio alla Camera: la maggioranza ha approvato il maxi-emendamento di riscrittura della Legge Finanziaria per il 2010 [PDF], archiviando in blocco l'intero pacchetto di provvedimenti discussi fino ad allora, emendamenti di maggioranza ed opposizione compresi.
Un inedito (ed anomalo) di "voto di fiducia" imposto alla Commissione.

La precedente bozza [PDF], dal bassissimo profilo operativo, è stata ristrutturata radicalmente, comportando l'aggiunta di ben 195 commi sui 250 totali che ora compongono il centrale articolo 2.
Le novità non sono poche e saranno sicuramente destinate a far discutere parecchio.

In attesa che la stampa nazionale descriva il provvedimento più importante dell'intera attività parlamentare, questo blog in anteprima illustra i provvedimenti più imponenti del provvedimento.

Nessuna proposta in tema di sostegno ai redditi familiari, alle forme di lavoro precario o alle attività di ricerca sembra apparire all'interno di questo provvedimento che, in virtù della scarsa incisività, non si fa difficoltà a definire "osserva-crisi".
Le poche novità consistenti, eccezion fatta per gli incentivi all'assunzione dei disoccupati di lunga data, appartengono alla sempreverde categoria dei tagli alla spesa pubblica.

Comma 47 (confermato dalla precedente versione): possibilità di vendita, previa pubblica gara d'asta, delle proprietà sottratte alla mafia in virtù della legge 575 del 31 maggio 1965 [PDF].
Tutti i beni mafiosi non impiegabili per attività sociali o statali verranno esposti al rischio del riacquisto da parte dei vecchi proprietari.

Comma 118-bis: 8,3 miliardi di euro di tagli in 3 anni dal fondo a sostegno degli interventi urgenti (istituito lo scorso aprile), con priorità al settore dell'istruzione e degli eventi celebrativi.

Il 9 aprile 2009, dopo l'ingente quantità di tagli all'istruzione pubblica decisi lo scorso anno con la legge 133/08, il governo con la legge 33/09 dava vita a questo fondo destinato ai provvedimenti economici impellenti (con priorità all'istruzione pubblica, una sorta di "legge-gambero"), con una base operativa di 400 milioni di euro.
Il 23 novembre scorso, attraverso il DL 168/09, incrementava il fondo di 3,716 miliardi di euro.
Oggi, appena due settimane dopo, il governo decurta dal fondo 3,690 miliardi di euro.

Il fondo è, ora, praticamente azzerato.

I tagli si estenderanno nei prossimi anni, attraverso la sottrazione di 1,4 miliardi nel 2011 e 2,5 miliardi nel 2012.

Comma 118-bis: taglio di 120 milioni di euro per l'anno 2010 dal "Fondo per la competitività e lo sviluppo".

Comma 119: agli ammortizzatori in deroga previsti dalla legge 2/2009 (art. 19, comma 2) per i contratti CO.CO.CO. viene imposto un limite massimo di beneficio pari a 4 mila euro annui (si passa dal 10% del reddito senza limiti al 30%, ma con limite di 4 mila euro annue).

Comma 132: ripristino del Contratto di somministrazione di lavoro (il cosiddetto lavoro interinale) anche per le forme di lavoro a tempo indeterminato.

Comma 151: decurtazione di 100 milioni di euro dal Fondo sociale per occupazione e formazione (finalizzato al finanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga).

Comma 158: Ripristino della "Banca del Mezzogiorno SpA", stralciata dal provvedimento durante la precedente discussione in Senato. Il provvedimento prevede l'istituzione di un nuovo istituto di credito a partecipazione pubblica minoritaria, con la presenza di soci da raccogliere tra imprenditori, istituti di credito e società finanziarie in genere.
Nessuna esplicita direttiva operativa particolare, ma solo l'intenzione di massima di garantire mutui e prestiti alle piccole attività imprenditoriali del meridione.
Entro 5 anni avverrà la cessione totale delle quote pubbliche ai privati.

Comma 176: riduzione dei fondi per i comuni di 12, 86 e 112 milioni di euro per il prossimo triennio in virtù della riduzione dei consiglieri comunali, degli assessori e dei fondi alle comunità montane.
I fondi aggiuntivi andranno a finanziare il fondo per la scuola, ma verranno però decurtati per lo spostamento a giugno della ripresa dei tributi per L'Aquila.

Comma 191: ripristino immediato del pagamento dei tributi per le popolazioni terremotate. Pagamento degli arretrati a partire da giugno 2010 per il 100% del dovuto ed in 60 rate (40% del dovuto e in 120 rate per le popolazioni di Umbria e Marche nel 1997).

Comma 235: stanziamento di 300 milioni per la messa in sicurezza antisismica delle scuole. La legge che istituisce il fondo per tale scopo (169/08, articolo 7-bis) prevede una quota d'investimento pari al 5% dell'ammontare complessivo previsto per il Piano delle Infrastrutture Strategiche [PDF] allegato al DPEF.

Il totale delle risorse impegnate per le opere del Piano Infrastrutture ammontano però a ben 31,589 miliardi di euro. Le risorse stanziate per le scuole (300 milioni) costituiscono meno dell'1%.
Ben peggiore il conto basato sulle spese totali previste nell'allegato infrastrutture del DPEF: 487 milioni di euro il costo per il piano scolastico a fronte degli oltre 116 miliardi di euro del piano infrastrutturale complessivo (Mose, Ponte sullo Stretto, TAV, ...). La componente scolastica, in questo caso, si riduce sensibilmente allo 0,4% del totale.

sabato 5 dicembre 2009

Le confessioni di Mr. "Bomba atomica" Gaspare Spatuzza



"La mia missione e' quella di ridare verità alla storia e giustizia a tutti quei morti, se ho messo la mia vita al servizio del male non vedo perche' non devo farlo a servizio del bene".

E' la frase con cui Gaspare Spatuzza, nella tarda mattinata di ieri, ha risposto alla domanda del Procuratore Generale della Repubblica di Palermo Nino Gatto che lo interrogava sulle circostanze e le motivazioni del suo tardivo ed inaspettato pentimento, avvenuto poco più di un anno fa.

L'interrogatorio a Spatuzza, ascoltato come teste nel processo di appello che vede imputato il senatore Marcello Dell'Utri di concorso esterno in associazione mafiosa (il processo in primo grado si è concluso con la condanna a nove anni di reclusione e a 70 mila euro di risarcimento danni), non ha riservato alcuna sorpresa. E probabilmente nessuno se le aspettava.
I racconti di uno dei teste più importanti e seguiti dalla cronaca degli ultimi anni si sono attenuti scrupolosamente a quanto già rivelato dallo stesso Spatuzza nelle occasioni dei precedenti interrogatori a cui è stato sottoposto da ben 5 procure della Repubblica (Palermo, Caltanissetta, Firenze, Milano e Reggio Calabria).

La testimonianza del super-pentito di Brancaccio, intenzionato a mettere in luce il proprio presunto percorso di espiazione e di avvicinamento a Dio più che gli aspetti giudiziari in sé, centrali invece per il giudizio del senatore ancora in carica del PDL, si colloca strettamente tra il luglio '93 ed i primi mesi del '94, un arco temporale che va dalla strage di Via Palestro e la bomba a San Giovanni in Laterano al fallito attentato allo Stadio Olimpico a Roma (la "botta finale" da dare allo Stato dopo aver già concluso la trattativa con quelli che sarebbero stati i futuri vertici).
E che stabilisce, casualmente, una curiosa, ma appropriata, coincidenza con l'intervallo di tempo che intercorre tra la nascita ufficiosa ed il successo elettorale di Forza Italia.

La coincidenza è da considerare appropriata proprio perché, ancora una volta, Spatuzza ribadisce con chiarezza i nomi dei referenti politici a cui la mafia corleonese risultava strettamente connessa in quel periodo di stragi anomale extra-territoriali: "quello di Canale 5" ed "il compaesano", come vennero definiti da Graviano a Spatuzza Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri.

Spatuzza non è il primo collaboratore di giustizia a tirare in ballo i due fondatori di Forza Italia nell'ambito dei processi per mafia, ma è senz'altro il primo ad affermare che sulle stragi compiute nel '93 nelle grandi città d'Italia "ci siamo spinti un po' oltre, in un terreno che non ci appartiene". E, proprio per questa ragione, definisce l'organizzazione "terroristico-mafiosa".

Ricorda, con il suo procedere incerto e la profonda semplicità lessicale, delle lettere spedite ai quotidiani nazionali prima degli attentati, dei 50 chilogrammi di tondini di ferro aggiunti alla bomba dello Stadio Olimpico allo scopo di arrecare più danni possibili, il disinteresse dei vertici di Cosa Nostra verso gli obiettivi locali una volta primari, dell'apertura dell'unica Standa a Palermo proprio nel quartiere di Brancaccio e gestita, in autonomia, proprio dai fratelli Graviano e di tutta una serie di altre anomalie che mostrano come mafia e politica stessero compenetrandosi molto più che in passato.

La massiccia copertura giornalistica della deposizione di ieri si è forse disgregata di fronte alla mancanza di un valore aggiunto fornito dall'interrogatorio. Potrebbe apparire come una ripetizione inutile di dichiarazioni già note (e difatti questo è stato), ma ha contribuito senza ombra di dubbio a rilanciare la conoscenza di fatti e vicende di criminalità mafiosa ad un pubblico molto più ferrato sul "Caso Noemi" o sulle performances sessuali del premier con alcune prostitute baresi che sui processi di mafia o su quelli che vedono imputati i senatori Marcello Dell'Utri e Salvatore Cuffaro.

Gaspare Spatuzza ha dichiarato di aver preso la decisione di collaborare con i PM quando ha visto di fronte ai propri occhi la caduta del governo Prodi e la vittoria annunciata di Berlusconi nel marzo 2008. L'ipotesi di un governo con Berlusconi premier ed Alfano ministro della Giustizia ("un vice di Berlusconi e Dell'Utri") non lo rassicurava. O cominciava a parlare subito o non lo avrebbe fatto più.
E così ha fatto.

E' stata la vittoria elettorale del PDL a convincere Spatuzza a fare i nomi di Dell'Utri e Berlusconi. Se solo questa considerazione fosse comprovata, verrebbe quasi da pensare "chi è causa del suo mal, pianga sé stesso".