martedì 16 marzo 2010

La dignità della città che non ride



Articolo scritto per la rubrica "Pagina Zero", su Abruzzo 24 Ore.

"Scende il sipario sul dramma teatrale aquilano". Era il titolo che avevo scelto un mese fa per un triste, seppur oggettivo, resoconto sulla situazione abitativa a L'Aquila e nei comuni dell'intero cratere e sull'attenzione nazionale allora in completo esaurimento.
Non capitano molte occasioni nella vita per cui ci si può ritenere contenti, lieti e quasi orgogliosi di aver preso una sonora cantonata. Questa è una di quelle.

Il silenzio mediatico generalizzato sulle vicende del dopo-sisma sembrava voler lasciare il popolo aquilano al proprio destino solitario e sembrava "promuovere" la cronaca locale di qualità ad ultimo baluardo nella logica del racconto di una realtà anomala, a tratti surreale, a quasi un anno dal terribile terremoto.
Oggi questo silenzio è stato colmato in una misura inaspettata.
Il buio delle televisioni è stato illuminato dall'immagine di una barriera di ferro ricolma di chiavi. Il silenzio delle cronache è stato sostituito dal rumore delle ruote delle carriole e dai fragorosi applausi delle migliaia di cittadini pronti ad impegnarsi anima e corpo dove le autorità finora non sono state in grado di arrivare.
Le risate di "famelici sciacalli", accompagnate quella tragica notte del 6 aprile da una città, una regione ed un'intera nazione divorate dal pianto e dilaniate dal dolore, oggi divengono paura, vergogna. Forse anche lacrime. E vengono soppiantate da una scritta, un grido, una frase da molteplici significati, che recita "Noi quella notte non ridevamo".

Oggi L'Aquila torna con prepotenza a prendersi lo spazio che le spetta nella cronaca nazionale. E lo fa da sola, con caparbietà. Mostrando con poche significative immagini ciò che in molti, più o meno intenzionalmente, hanno ignorato in tutti questi mesi.
I suoi cittadini, ormai protagonisti di una protesta permanente contro la disattenzione e il mancato impegno di molte autorità, impegnate per molto tempo nella celebrazione di una ricostruzione che non c'è ancora stata, oggi tornano ad affermare con rabbia i propri diritti.
Diritti come quello alla casa, che nel resto d'Italia suona come banalità e che qui diventa miraggio.

E lo fanno senza alcun timore, pronti a difendere duramente la propria dignità puntando l'indice verso i più importanti telegiornali del paese, violando pacificamente ogni "coprifuoco" imposto da organi comunali o prefettizi e reclamando "il giornalismo alla Riccardo Iacona".

Nei mesi scorsi qualcuno si chiedeva perché il popolo dell'Aquila non scendesse in piazza a reclamare i propri diritti strappati. Le risposte, di una chiarezza disarmante, le hanno fornite i cittadini stessi, raccontando il disorientamento che ha seguito il trauma, il dolore, la tragedia dei lutti, la massiccia perdita di lavoro e l'esodo di una popolazione divisa in ogni angolo della regione. E che oggi, alla fine, lasciano spazio alla rabbia.
E le hanno fornite con i numeri, raccogliendosi in oltre 6 mila (dati della questura) nel primo giorno della "Protesta delle carriole". In termini di adesione, l'equivalente di una manifestazione nazionale da oltre 5 milioni di partecipanti.

E la rimozione differenziata delle macerie, simbolo della naturale richiesta di riappropriazione del centro storico della città, si lega ancora una volta alle critiche alla gestione post-sisma, la gestione che dopo un anno ignora ancora la vera e propria ricostruzione, barattata a lungo con la creazione di palazzine ex-novo.

Ad oggi la situazione abitativa nel capoluogo abruzzese non è mutata rispetto a qualche mese fa. C.A.S.E. e M.A.P. ospitano, al 27 febbraio, appena 17 mila abitanti. Più di 7 mila restano in alberghi e caserme. E quasi 30 mila in autonoma sistemazione, in case prese in affitto o nelle proprie case ancora lesionate. Qualcun altro nella propria casa fortunatamente salvata o in fase di recupero.
A quasi un anno dal sisma, 4 mila persone sono ancora in attesa di insediarsi nelle C.A.S.E. e altrettanti nei M.A.P., programmati colpevolmente in notevole ritardo.

Le cifre presentate nei resoconti ufficiali della Protezione Civile sul piano C.A.S.E. mostrano un costo complessivo che andrà a sforare gli 800 milioni di euro. Una spesa ritenuta necessaria per trovare una soluzione abitativa per 17 mila persone e che, diversamente impiegata (ad esempio privilegiando i M.A.P.), avrebbe offerto una soluzione per circa 40 mila persone. O, in alternativa, un avvio immediato della ricostruzione nell'intero centro storico.

Ora non resta che attendere l'annunciata pioggia di fondi F.A.S. deliberati dal CIPE quasi 9 mesi fa, necessari per la ricostruzione edilizia ed economica dell'intera provincia, e valutare con attenzione la tempistica con cui gli organi locali potranno accedervi.
Da essi dipende sostanzialmente la possibilità per la cittadinanza aquilana di tornare a vivere nelle proprie case. Quelle vere. Senza le maiuscole.

PS: Invito chi non l'avesse ancora fatto a fare un salto e dare uno sguardo al sito "Le new town della Protezione Civile a L'Aquila", di Luciano Belli Laura, una straordinaria opera di monitoraggio dei cantieri C.A.S.E. all'Aquila, con un'analisi attenta e dettagliata di cifre, tempistica, appalti e scelte edilizie che mostra la reale entità di questo "progetto".

5 commenti:

  1. Dopo l'ultimo Report della Gabanelli proprio sui fondi f.a.s.,
    un brivido mi corre lungo la schiena.

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  2. vergogna, ancora vergogna su questo "governo del fare" le cui azioni si tramutano soltanto ad intascare soldi e tangenti e vergogna a chi ancora con il proprio voto li sostiene, contro ogni evidenza, contro ogni buon senso, contro ogni piu' elementare regola dell'apprendimento dall'esperienza
    Dagli aquilani una grand elezione di umilta' e di coraggio
    Un abbracico agli "italiani del fare"

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  3. Grazie Alessandro per l'apprezzamento immeritato del lavoro fatto nel sito d'illustrazione delle new town. Indebito, perché con più di 86 MB non sono riuscito a mettere in luce quanto i cittadini de L'Aquila hanno compendiato mirabilmente in appena 24kb: "CHE COS’È UNA C.A.S.A. SENZA UNA CITTÀ ?!".
    Quindi, mi associo nel riconoscere, come tu fai nel post odierno, i loro meriti nella resistenza alla deportazione in luoghi dove "si mangia e si dorme, ma non si vive" e nella straordinaria rinascita di una comunità tesa a ricostituire la polis dall'agorà riconquistata.

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  4. Caro Alessandro...
    quanto piange il cuore...povera gente..
    Per fortuna un moto di ribellione li ha risvegliati...speriamo vengano aiutati concretamente, l'Aquila è un patrimonio inestimabile!
    Ti abbraccio
    Ornella

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  5. Ale stamattina su Rainews24 in un'intervista a Zamberletti, ex ministro della protezione civile, lo stesso parla di un episodio di cui (che strano eh) non ero a conoscenza e che mi sembra come minimo curioso, se non piuttosto significativo: dopo il terremoto del Friuli nel 1976 l'allora presidente del consiglio Andreotti si recò in visita nelle tendopoli, e si prese una zoccolata dritta in fronte da una donna, una delle tantissime persone infuriate perché si sentivano abbandonate.
    Ok non c'era forse l'"organizzazione" attuale.
    Non c'era neanche la televisione attuale.
    Sarei curioso di sapere chi era questa Donna, al momento ahimé non trovo neanche un video dell'intervista, che comunque è interessante nella sua interezza.

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