
Roma, 23 marzo 2002. 3 milioni di italiani in piazza per dire No alla riforma dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Allora era la "questione delle questioni".
Fu l'unico tema ad aver fatto realmente traballare il governo. Fu il giro di boa dopo il quale per il governo Berlusconi iniziò la lenta fase di discesa che si sarebbe protratta per diversi anni.
Era il 18 agosto 2001 e per la prima volta l'allora leader di Confindustria, Antonio D'Amato, chiese al governo Berlusconi II appena insediatosi di agire immediatamente per favorire una "maggiore facilità nel licenziare".
A fronteggiare un'opposizione barricadera intenta a scatenare da subito un vero e proprio inferno, scese personalmente in campo il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi, precipitatosi a smentire frettolosamente ogni possibile intenzione del governo di agire sull'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Con la stessa rapidità, il governo smentì il protagonista della materia, partorendo nell'arco di pochi giorni le prime proposte abrogative da parte di Antonio Marzano, ministro delle Attività Produttive, quelle di Roberto Maroni, ministro del Welfare, ed il Libro Bianco sul Lavoro, vero testo sacro e linea guida della riforma sul "mercato del lavoro": la famigerata legge 30 (impropriamente nota come Legge Biagi).
Erano i tempi in cui l'opposizione era ancora consapevole del proprio ruolo. Il suo leader, Francesco Rutelli, allora presagiva la nascita di "un autunno caldo" e minacciava il governo con parole come "Il governo chieda scusa" e "Non daremo tregua in Parlamento".
La Lega Nord era quel partito che per bocca del suo leader Umberto Bossi rigettava a mezzo stampa la possibilità di aprire ai licenziamenti facili, per poi sostenerla senza colpo ferire in Parlamento. E allora c'era un elettorato ancora in grado di accorgersene.
Il connubio Governo-Confindustria durò a lungo, per diversi mesi, superando la ridda interminabile di scioperi a tappeto in tutti i settori. Il tutto fino al 23 marzo 2002, quando 3 milioni di persone si riunirono al Circo Massimo a Roma per gridare il proprio incondizionato "no!" ad ogni tentativo di riforma.
Tempo qualche giorno e l'abrogazione dell'articolo 18 sparì dall'agenda politica dell'esecutivo.
Poco più di un mese più tardi, l'intero paese si riunì per festeggiare il Primo Maggio, una festa dal sapore molto particolare, una giornata in grado di unificare per l'occasione la celebrazione dei lavoratori ed il festeggiamento per ciò che veniva vista come una grandiosa vittoria di difesa dei diritti dei lavoratori.
8 anni dopo, l'aula di Palazzo Madama approvava con 151 voti a favore contro 83 contrari il disegno di legge governativo (firmatari Tremonti, Scajola, Brunetta, Sacconi, Calderoli, Alfano) che introduce il sistema dell'arbitrato per la risoluzione delle cause giudiziarie sul licenziamento ingiustificato in luogo del processo presso il Tribunale del Lavoro.
Nessuna imposizione formale, solo una possibilità di scelta per il lavoratore. Ma che, con la possibilità garantita di operare a priori questa scelta vincolante in sede di firma di contratto, di fatto trasformava l'arbitrato in un'arma di ricatto per la mancata assunzione oltre che per l'ingiusto licenziamento.
Il tempo delle barricate, degli autunni caldi e della fine della tregua è passato. Niente guerre in aula e in tv. Ma solo un sommesso vociare di protesta che accompagna l'approvazione di una legge che, con modi sofisticati, raggiunge quell'obiettivo mancato 8 anni prima per mezzo di sistemi più brutali.
Il "grande oltraggio" al mondo del lavoro e al suo Statuto avviene nel mezzo di un mormorio incomprensibile. E si ferma quasi miracolosamente; non certo per i meriti di un'opposizione intransigente o grazie ad un sindacato "guerrigliero", ma solo in conseguenza dei forti dubbi espressi da un sorprendente Giorgio Napolitano.
Il secondo "miracolo" 3 giorni fa, durante il passaggio alla Camera del testo respinto dal Presidente Napolitano. Con 225 voti a favore e 224 contrari, l'aula di Montecitorio approva l'emendamento a firma Cesare Damiano che restringe la scelta dell'arbitrato a controversia avvenuta e mai preventivamente; un nuovo comma in grado di azzoppare il maldestro tentativo dell'esecutivo di bypassare senza abrogazioni l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
I toni entusiastici ed auto-celebrativi del PD sulla compattezza e la ragione delle opposizioni si infrangono di fronte ad una realtà poco edificante: 10 parlamentari del Partito Democratico in meno rispetto alle votazioni della mattinata. Per un totale di 35 assenti.
E' grazie al diffuso assenteismo nelle file della maggioranza (95 assenti nel PDL, 11 per la Lega Nord) se oggi per i lavoratori italiani esiste ancora una possibilità di vedere il proprio diritto al lavoro senza "licenziamenti facili" intatto. Un parlamentare della libertà in più ed oggi il PD al posto dei trionfalismi sarebbe salito ancora una volta sul banco degli accusati.
Otto anni fa non erano necessari numeri sufficienti in Parlamento per bloccare profonde alterazioni delle regole del lavoro, bastava la pubblica dimostrazione della volontà popolare. Oggi il richiamo al calore dell'autunno e alle barricate politiche sembra essere un ricordo del passato, che ha lasciato il posto alla mera fortuna numerica in una seduta parlamentare di metà primavera.
Il primo maggio può essere l'ultima buona occasione per ricordare lo spirito che lo animava 8 anni fa. O sarà così, o sarà il primo di una lunga serie di feste con negozi aperti e concerti in mezza Italia. E nulla più.







Negozi aperti, hai detto bene :(
RispondiEliminaL'importante è non stancarsi mai di festeggiarlo, di parlare, di denunciare... Buon Primo Maggio caro Alessandro!
RispondiEliminaBel pezzo, Alessandro... Ho esaurito i complimenti!
RispondiEliminaSì, sembra che da allora sia trascorso un secolo almeno. Allora, una grande manifestazione popolare contro il governo era considerata un'arma micidiale, estremamente efficace. Ora, si potrebbero anche portare svariate centinaia di migliaia di persone in piazza, ma appare oggi come un'arma spuntata: direbbero che sono sempre una frazione trascurabile dell'intero corpo elettorale. Per questo, sono sempre più convinto che la vittoria della destra sia essenzialmente di natura ideologica, avere cambiato la percezione delle cose nella mente della gente.
RispondiEliminaChe fine ha fatto Cofferati?
RispondiEliminaMi sembra che, ora, non se la passi male...
Nonostante sia un passato recentissimo, erano veramente altri tempi. In quella piazza c'ero, e c'era tanta voglia di lottare. La Politica vera.
RispondiEliminaOra non c'è più.
La voglia di lottare é quasi morta del tutto. Forse il colpo finale lo hanno dato le elezioni politiche ultime scorse. Ma già da quel "lontano" 2002" si é assistito ad un inesorabile precipitare degli eventi.
RispondiEliminaun ottimo resoconto, complimenti
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