mercoledì 2 giugno 2010

East Side Story



Dopo oltre 48 ore il numero delle vittime è ancora imprecisato e si colloca tra un minimo di 10 ed un massimo di 20. I feriti ricoverati presso le strutture ospedaliere di Tel Aviv, secondo la radio pubblica israeliana Kol Yisrael, sono 54, tra cui 6 soldati israeliani. Oltre 600 gli attivisti presenti sulle navi della Freedom Flotilla tratti in arresto ed in attesa di espulsione.

E' questo il bilancio di un arrembaggio militare compiuto dai reparti di élites dell'esercito israeliano, a metà tra una scorribanda piratesca e un blitz anti-terrorismo nelle caverne dell'Afghanistan.

Non ci troviamo di fronte al primo tentativo di incursione forzata oltre il blocco navale israeliano verso le coste di Gaza a scopi umanitari. Il primo tentativo, datato 2008, venne completato con successo, grazie anche all'ammorbidimento dei controlli navali operato dal governo allora presieduto da Ariel Sharon. Il secondo risale alla prima metà del mese di gennaio 2009, in piena operazione "piombo fuso" (l'ultimo atto politico-militare del governo centrista di Kadima prima del trionfo politico delle destre nazionaliste di Likud e Yisrael Beytenu): è il 15 gennaio, il giorno dell'attacco al fosforo bianco alla sede dell'ONU di Gaza City, quando la nave del Free Gaza Movement viene circondata dalle navi della marina militare israeliana e costretta a fare rotta verso Cipro.

Questa volta la storia è profondamente diversa. E sono i piccoli dettagli a trasformare un'operazione umanitaria di successo o un fallito tentativo di approdo in una carneficina.
Dettagli come la presenza di attivisti turchi particolarmente aggressivi, disposti a reagire con la forza ad un tentativo di arrembaggio in acque internazionali da parte di navi dell'esercito israeliano, la scelta di impiegare squadre d'assalto in luogo di agenti di polizia e di disporre una strategia di assalto al posto di un regolare blocco navale, l'assenza di piani ben definiti oltre che di una valutazione chiara sulle conseguenze di determinate scelte militari.

Oggi il risultato è quello di un numero imprecisato di vittime civili, diverse decine di feriti (alcuni gravemente), centinaia di arrestati, un incidente diplomatico pronto ad assumere connotati devastanti ed una vasta porzione del pianeta pronta ad esplodere ancora una volta.

Il legittimo ed inviolabile diritto alla difesa della propria terra, dei propri cittadini, torna ancora una volta a scontrarsi frontalmente contro un blocco navale militare eseguito in acque internazionali, contro un embargo totale operato contro un paese indipendente ed internazionalmente riconosciuto, contro il sostegno governativo ad insediamenti civili illegali al di là dei propri confini nazionali, contro un singolare diritto di prelazione su uno stato estero.

Il diritto alla sicurezza personale oggi fa i conti con una nuova tragica vicenda, quella di Emily Henochowicz, studentessa americana di appena 21 anni, disegnatrice, artista e blogger (Thirsty Pixels il nome del suo blog) ed oggi ricoverata presso l'ospedale Hadassah di Gerusalemme.
La sua colpa: quella di manifestare pacificamente contro gli eventi di lunedì notte presso il check point di Qalandiya; la sua pena: il lancio di un proiettile lacrimogeno sparato ad altezza d'uomo e che ha raggiunto la sua faccia, privandola nel cuore della giovinezza del suo occhio sinistro.

Gli occhi di un intero paese, che di occhi ancora ne ha, non sono più rivolti a quella striscia di terra troppo spesso ritenuta "proprietà privata dello Stato di Israele"; gli occhi del popolo israeliano ora si arrestano all'interno dei propri confini nazionali, "al di qua" di quel muro imponente fortemente voluto da Ariel Sharon e che oggi separa Israele dal resto del mondo.
La stampa, la popolazione, una fetta della politica interna si interroga su quali siano stati gli elementi in grado di provocare una strage ed un incidente internazionale di queste proporzioni. La certezza con cui l'intero paese, da Nahariyya a Elat, da Tel Aviv a Gerusalemme ovest, difendeva a spada tratta l'intervento militare a Gaza appena un anno fa, ora è del tutto svanita. E torna ad interrogarsi (il primo a farlo è il quotidiano progressista Ha'aretz, a nome di Aluf Benn) sulle strategie militari utilizzate, sull'utilità di un blocco navale così duraturo e sulla legittimità di tante controverse scelte politiche operate negli ultimi anni.

Questo stesso paese in preda ad una paura troppo spesso indotta, oggi trova di fronte a sé un futuro a senso unico che conosciamo molto bene; un futuro in cui Fatah lascerà ancora una volta lo scettro ad Hamas in tutti i territori occupati, un futuro in cui la risposta radicale e violenta ad un'occupazione militare prenderà il sopravvento su tutti i tentativi diplomatici, un futuro in cui il mondo assisterà, lieto della propria volontaria impotenza, all'ennesimo scontro "etnicida" nelle terre d'oriente.

I tempi di Yitzhak Rabin e Yasser Arafat sono storia di un passato lontano culturalmente piuttosto che cronologicamente. I laburisti israeliani oggi non giocano tutto sulla pace ad ogni costo. I laburisti di oggi si accaparrano, in preda ad una straordinaria avidità politica, il ministero della Difesa nel governo più nazionalista e conservatore della storia israeliana.

Il resto è storia nota. Il resto è il consueto "ritorno al futuro". Un futuro che conosciamo in tutta la sua drammaticità, ma dal quale - sembrerebbe - non riusciamo proprio a separarci.

5 commenti:

  1. Io mi guardo bene dal dare tutta la responsabilità ad una sola fazione, ma è evidente che Israele separi con l'accetta amici e nemici, fomentando in questo modo estremismi inconciliabili, da entrambe le parti. In tutto questo il nostro governo non si smentisce mai. Dopo aver balbettato una timida richiesta di "spiegazioni", ha espresso parere contrario riguardo alla possibile inchiesta internazionale dell'Onu.

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  2. Rispondo con le parole (rielaborate ma assolutamente sue) della mia anziana tabaccaia, ebrea di Roma che ha vissuo la sua giovinezza in israele:" bisogna capire che la terra promessa è una metafora, che la pace è la terra promessa, la serenità dell'anima è la terra promessa; la terra promessa è qualsiasi posto che tu puoi chiamare casa"

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  3. Ho letto su Repubblica di ieri la piccata dichiarazione del figlio di Sharon (oddio, ora non ricordo bene, ma dovrebbe essere lui) che accusa di stupidità questa operazione che non serve assolutamente a niente e gli anni embargo, ecc., l'han dimostrato.
    Cmq..più passa il tempo più penso che abbiano assaltato la nave perchè di un'organizzazione islamica fondamentalista, l'IHH dico bene?
    Ecco, dovevano dare un segnale forte.
    Fatto sta che io sono contro lo stato di Israele che non ha alcun senso, se non per via religiosa, ma siccome io sono ateo trovo il tutto molto assurdo e controproducente.

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  4. Alessandro,
    c'è un appello da diffondere,
    passi da me??
    Aiutami!

    Grazie un bacio
    Ornella

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  5. In questi giorni una frase continua a passarmi per la mente... i governi e la loro arroganza schiacciano i popoli.
    un saluto

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