martedì 12 ottobre 2010

Il nostro Vietnam


Erano le ore 21 di una domenica di inizio autunno in Italia quando George W. Bush e Tony Blair, in quella lontana notte del 7 ottobre 2001, annunciarono in contemporanea ai propri concittadini l'inizio dei bombardamenti aerei in Afghanistan. Il senso della missione, per come venne allora descritto dalle due super-autorità, sembrava chiarissimo: bersagli mirati ed esclusivamente militari, accompagnati dal lancio di cibo, medicinali e rifornimenti ai civili.
L'attacco anglo-americano assumeva nelle parole accuratamente scelte dai due leader mondiali i connotati di un attacco mirato alla resa rapida ed incruenta del regime talebano. E all'aiuto incondizionato alla popolazione civile.

La guerra dopo oltre 9 anni dal suo inizio è viva più che mai. La "missione umanitaria di pace" ha mostrato rapidamente il proprio volto: quello di una delle guerre più violente, cruente, disorganizzate e senza obiettivi chiari degli ultimi anni.
Enduring Freedom è diventata una Eternal Slaughter. Un massacro permanente.

Quella che doveva essere una sorta di breve ma trionfale passeggiata occidentale nei territori arabi dell'Asia si è trasformata in un moderno Vietnam, un tunnel buio privo di uscita, in cui la bussola si è persa del tutto e si procede a vista, senza avere la minima idea di quale sia il punto d'arrivo.

Pochi mesi dopo la fine della primissima fase del conflitto, alcuni osarono proporre una soluzione politica al problema afghano, con la costruzione di una tavola rotonda attorno alla quale far sedere tutte le forze politiche e militari del paese per una disperata ricerca di riconciliazione nazionale al di sotto di un unico vincolo valido per tutti: la costruzione progressiva di forme di democrazia politica.
Allora erano le farneticazioni inaccettabili di pacifisti tout-court ed estremisti anti-patriottici. Oggi è la soluzione disperatamente ricercata dal comando NATO, dal governo afgano e da gran parte degli stati impegnati nella missione ISAF. Ma alla quale sembra impossibile giungere, come se il tempo avesse cancellato ogni possibilità.

Di fronte alle bare di 4 soldati lasciati morire in terra straniera per una guerra oramai priva di contorni e di forme oltre che di contenuti è tornato a brillare con la consueta luce il teatrino della politica, la celebrazione retorica di quel cordoglio affamato di visibilità e privo di umanità.
E ad accompagnare la passerella delle autorità è tornato, puntuale come sempre, il consueto dibattito sulle possibili soluzioni al conflitto. Ma anche questa fase, per cui si richiederebbe lucidità, onestà intellettuale, coerenza e profondità, in questo paese diventa uno stucchevole apparire di voltafaccia, repentini cambi di posizione e foschi vuoti di idee.

Antonio Martino, attuale deputato PDL, allora Ministro della Difesa, nel novembre 2001 dichiarava di essere del tutto contrario ad una missione militare che andasse ad imporre la pace con la forza. Un mese più tardi annunciava l'ipotesi di ritiro per il mese di marzo del 2002.
Lo confermava la Lega Nord per bocca del senatore Luigi Peruzzotti il 30 gennaio 2002 nell'aula di Palazzo Madama.

Il 3 ottobre 2002 il ministro Martino pronosticava un nuovo termine per la missione, collocato per la fine del 2004. Lo stesso giorno Massimo D'Alema dichiarava, a nome dell'Ulivo, di aver votato a suo tempo a favore della missione solo perché mosso dall'impulso sorto a seguito della tragedia dell'11 settembre. E aggiungeva che vista la mutazione della missione in teatro di guerra, andavano cercate rapidamente nuove soluzioni. 4 anni più tardi, in qualità di ministro degli esteri del governo Prodi, chiese e deliberò con certezza insindacabile la prosecuzione della missione seppure con la variazione di alcune minime regole d'ingaggio.

Due giorni dopo, il 5 ottobre, Silvio Berlusconi annunciava la scomparsa delle truppe talebane da ogni angolo dell'Afghanistan.

Il 20 agosto 2003 Antonio Martino confermava la fine del 2004 come data per il ritiro delle truppe italiane. Il 21 giugno 2005 affermava: "I militari italiani rimarranno a lungo in Afghanistan, forse un altro decennio".

Il 17 settembre 2009 a Kabul perdevano la vita in un attacco kamikaze ben 6 soldati italiani. Lo stesso giorno Bossi dichiara improrogabile la missione in Afghanistan e ne chiede l'immediato ritiro, seguito a gran voce dall'intero establishment leghista.
Due anni prima, nel gennaio 2007, lo stesso Umberto Bossi dichiarava: "E' scontato il nostro sì al rifinanziamento della missione in Afghanistan. Lo dobbiamo fare per coerenza, vista che l'abbiamo decisa noi. Là c'è il nostro esercito, bisogna appoggiarlo. Non puoi mandare gli italiani e poi abbandonarli. Siamo obbligati a sostenere l'esercito".
Oggi a rappresentare la Lega Nord nella sua ennesima svolta pacifista (dopo i voti sempre favorevoli alle richieste di rinnovo della missione) è l'ex ministro e neo-governatore del Veneto Luca Zaia.
A contraddirlo il collega di governo e di partito Roberto Calderoli e il capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni che invece apre, come fatto da subito da Piero Fassino, alla possibilità di dare il via anche ai bombardamenti aerei che, come già annunciato dal ministro della Difesa Ignazio La Russa, colpiranno inevitabilmente diversi civili.

Tra i convinti sostenitori di un ritiro immediato dall'Afghanistan appare in primissima fila il leader IDV Antonio Di Pietro. Lo stesso Di Pietro, nel luglio 2006, commentando l'intenzione di alcuni senatori di votare contro il rifinanziamento della missione dichiarava: "Chi tradisce, o ci ripensa o va a casa". Un anno dopo dalle pagine del suo blog ribadiva: "I nostri soldati devono poter affrontare adeguatamente il nemico. Altrimenti è meglio che stiano a casa. L'Italia dei Valori voterà rispettando l'impegno preso con il governo". Due anni più tardi, il 16 gennaio 2008, bocciava nuovamente il ritiro affermando che "il nostro Paese non può violare le norme internazionali".

Pochi mesi dopo l'insediamento del quarto esecutivo Berlusconi affermava: "L'Italia dei Valori è da sempre contraria a fare le guerre. Lo abbiamo detto per l'Iraq, lo ribadiamo per l'Afghanistan".

Non fa eccezione il Partito Democratico, straordinario contenitore di ossimori, diviso ancora una volta tra chi appoggerebbe la svolta militarista della missione (Piero Fassino, con l'introduzione degli attacchi aerei ad ampio raggio) e chi richiede grosse riflessioni sull'utilità del mantenimento della missione (Pierluigi Bersani).

Allo stato attuale delle cose le richieste di ritiro dal teatro di guerra afgano, largamente minoritarie fino a pochi mesi fa, ora si fanno spazio tra i banchi di Montecitorio. Ma resta comunque ben saldo il fronte della "missione ad ogni costo". Forte della retorica che sprigiona dalla domanda: "Per porre fine alla guerra civile afgana, cosa faresti anziché impiegare l'esercito?".
Una domanda che non ammette risposte certe ed inconfutabili, ma che perde ogni senso di fronte alla drammatica e pericolosa escalation degli ultimi anni, al rafforzamento delle truppe ribelli alle porte di Kabul, all'incremento del numero medio di attentati e alla consapevolezza che per ogni vittima civile, dieci nuovi soldati talebani crescono.

Una domanda che non ammette risposte sicure, ma, alla luce di tutto ciò, di certo dare fuoco al proprio naso per curare un raffreddore inestirpabile non è una soluzione.

6 commenti:

  1. Chiusa eccezionale. A ogni morto si ripete il solito teatrino: retorica vomitevole per ricordare quelli che a tutti gli effetti sono morti sul lavoro, e la politica che dice tutto e il contrario di tutto. Tutto schifosamente uguale. E francamente mi sono stancato di fare "copia e incolla".

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  2. nient'altro da aggiungere, alessandro, se non due aneddoti personali.

    1. a suo tempo, ormai 9 anni fa, a cena con amici di allora. l'annuncio della guerra era stato dato. l'ospite, bravissimo ragazzo per altro, difendeva a spada tratta l'intervento militare. perché? perché "da qualche parte bisogna pur cominciare" (spiegando anche che intanto la libia si era spaventata e che era si poteva dare un duro colpo alla corea del nord.. vero capo, secondo lui, lettore del giornale, della lega araba). senza parole.

    2. a suo tempo, 6 anni fa, frequentai per un breve periodo una ragazza veramente in gamba. del coordinamento di amnesty, con particolare interesse per la situazione delle donne. lo ammetto, se la guerra in iraq mi parve fin da subito una vaccata, allora ero titubante sull'attacco all'afghanistan. sempre convinto che fosse una dannazione, ma dannato indottrinamento.. beh, qualcosa di buono, pure per caso, lo otterranno no? prima le donne stavano da culo e.. beh, questa ragazza mi fulminò: "ah perché adesso stanno meglio?" e mi illustrò perché era una sciocchezza colossale, facendomi giustamente sentire un cretino. stavano peggio perché se prima erano violentate solo dal marito, ora venivano violentate da chiunque, per strada; stavano peggio perché erano costantemente, quotidianamente, come ogni afghano, sotto la minaccia delle bombe. e non era nemmeno vero che potevano girare senza burqa.

    3. come hai ricordato tu, in tutti questi anni, ancora oggi, se scrivi sullo schifo della guerra afghana ti senti rispondere: "e tu come ne usciresti?" io di mio provo a dire che e' una domanda senza senso, oltre che scorretto porla dopo che si e' fatto tutto quel casino. ma tant'e'.

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  3. Ciao Ale
    ottimo articolo davvero che dovrebbe fare riflettere
    un saluto

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  4. per cui, dunque, se dico di voler fare una missione di pace in parlamento, non sono passibile di essere arrestata per terrorismo, giusto? mica voglio attentare alla vita dei parlamentari, voglio soltanto esportare la democrazia..

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  5. e' qualcosa di veremente atroce, pensare poi che molti dei ragazzi sono lì per la crisi ... e per l'assenza di lavoro "normale"....

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  6. Il teatrino a cui ormai sono abituato mi nausea regolarmente. L'ipocrisia ed i voltafaccia li conosco bene e vederli documentati ha solo accentuato il mio disgusto. Il problema é che adesso andarsene é davvero difficile. Era da fare quando ancora c'erano margini di trattativa per una soluzione di pace o cmq pacifica del conflitto.

    Resta la verità del tuo post sintetizzata in maniera straordinaria dal titolo: un nuovo Vietnam.

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