sabato 31 luglio 2010
venerdì 30 luglio 2010
La crisi di governo che ucciderà il centrosinistra

Un divorzio quasi consensuale, la scelta di una nuova casa (Futuro e Libertà) per uno dei due coniugi, una guerra per l'affidamento non congiunto del maggior numero di deputati e senatori, una lotta per gli alimenti che rischierà di durare parecchi mesi.
Con queste caratteristiche si conclude l'esperienza del Popolo della Libertà. L'avventura del "partito del predellino", nato in circostanze surreali (il duraturo strappo tra Forza Italia ed Alleanza Nazionale nel 2007, ricucito in poche ore con l'ingresso nel nuovo soggetto di tutta la componente aennina) e morto dopo una faticosissima arrancata, termina con una scissione che ripristina lo status quo di 3 anni fa, con l'unica differenza del calo elettorale di entrambe le componenti di ciò che oggi resta di quell'invincibile centrodestra dell'annata 2008.
Le ultime vicende giudiziarie che hanno messo letteralmente a soqquadro l'intero gruppo dirigente del PDL hanno portato a consumare uno strappo che era nell'aria da parecchio tempo. Eppure un occhio maligno potrebbe ravvisare nel crollo elettorale del PDL degli ultimi tempi (attualmente il PDL detiene oltre il 2% dei voti in meno rispetto a quanto ottenuto in occasione del suo peggior fallimento elettorale: le elezioni regionali del 2005) il vero casus belli di una separazione in grado di arginare il pericoloso flusso di voti verso l'astensionismo o, nel caso peggiore, verso le opposizioni di centro e di sinistra.
Terminato il balletto gossipparo sul nome da assegnare al neonato gruppo finiano, l'attenzione della stampa si sposta adesso sulla consistenza numerica dell'aggregazione "Futuro e Libertà" e sulle reali intenzioni dei suoi membri: costituire una minaccia costante alla tenuta del governo Berlusconi o rappresentare un utile mezzo per il drenaggio dei voti in perenne fuoriuscita.
In ciascun caso, la situazione a cui oggi Silvio Berlusconi dovrà far fronte è quella di un governo azzoppato, un esecutivo perennemente a rischio, una copia sbiadita dei due esecutivi guidati da Romano Prodi. Una maggioranza costretta a veleggiare a vista, senza bussola, cannocchiale e con le stelle in cielo coperte da nubi molto dense, ma in "chiare, fresche e dolci acque" che un centrosinistra debole ed incapace non riesce ad increspare in nessun modo.
Il popolo della sinistra in queste ore incrocia le dita e spera di trovarsi inaspettatamente di fronte ad uno strappo più brusco del previsto, una chiusura tra due fronti in grado di mandare a fondo l'esperienza del quarto governo Berlusconi e, nel caso migliore, andare in tempi molto brevi alle urne.
Eppure questa speranza deve fare i conti con i partiti dell'opposizione parlamentare prima ancora che con le scarse probabilità di riuscita: Partito Democratico e Unione di Centro non hanno fatto mistero di prediligere, in caso di caduta del governo, la creazione di un esecutivo di larghe intese in grado di durare il più a lungo possibile e di dare vita ad una sostanziale riforma elettorale, speranza condivisa anche dall'Italia dei Valori che, a differenza dei due compagni di battaglie, chiede una durata più che limitata per il nuovo governissimo.
Ed è dietro questa sostanziosa possibilità che si nasconde il gioco perverso di un centrosinistra pronto ad uccidere sé stesso.
La riforma della legge elettorale sembra essere divenuta prioritaria per l'intero arco parlamentare, soprattutto in vista di una possibile competizione elettorale "tripolare" (sinistra, centro, destra); in questa circostanza i tre partiti di opposizione e una grossa porzione all'interno di ciò che rimane del Popolo della Libertà non fanno mistero di gradire la creazione di un sistema elettorale "alla tedesca": proporzionale puro, liste bloccate e sbarramento al 4 o al 5%.
Le conseguenze sono più che evidenti: fine del bipolarismo, annullamento teorico e pratico delle coalizioni e cancellazione del ricordo di quelle che erano le elezioni primarie; un trittico che il grosso dell'establishment democratico (a partire dai "reggenti" Bersani e D'Alema) vede da sempre di buon occhio.
E' un'arma letale questa nelle mani del Partito Democratico, in grado di chiudere l'esperienza del centrosinistra dopo quella del PDL ed inaugurare una gara elettorale "tutti contro tutti" da Prima Repubblica, con la conseguenza di aprire alla scelta della maggioranza di governo dopo le elezioni (consentendo pertanto anche un governo centrista PD-UDC-FL impossibile da presentare a priori all'elettorato) e di chiudere per sempre la porta in faccia al pericolo costituito da quel governatore di regione in rapidissima ascesa e che fonda il proprio successo sulle primarie e sul consenso popolare al di là dei partiti.
Oggi il governo Berlusconi vede per la prima volta all'orizzonte la propria fine. Una morte politica su cui il centrosinistra non sembra aver influito neppure in minima parte, ma sulla quale sembra voler inserirsi un attimo dopo, pronto a restituire il favore concesso e decretare, manu electorali, la propria dipartita. A patto che sia più emozionante di quella dei propri ex-avversari.
mercoledì 28 luglio 2010
L'Aquila Day, una giornata per L'Aquila. Per il diritto alla verità e per tornare a volare

Abbiamo sofferto con loro, abbiamo pianto di fronte a quelle piccole bare bianche distanti centinaia di chilometri dai nostri punti di vista, abbiamo sentito la terra tremare sotto i nostri piedi come fossimo stati lì in quei giorni, in quelle ore, in quegli istanti impossibili da dimenticare.
Le immagini delle tv riprendevano solo polvere, detriti, mattoni, pietre e quelle residue tracce di una civiltà sepolta sotto le macerie. E di fronte a quelle immagini devastanti gli occhi di un intero paese si facevano istantaneamente lucidi.
Abbiamo imparato a condividere i lutti di chi è stato costretto a fare i conti con la peggiore perdita: quella di un figlio, di un genitore, di un marito o di una moglie.
Lo sconcerto ed il dolore di un'intera nazione dimostravano quanto fosse impossibile per un'intera popolazione di decine di milioni di persone essere preparati ad una tragedia simile. Figurarsi per una popolazione di alcune decine di migliaia di abitanti racchiusa in una valle nel cuore dell'Abruzzo, quella terra mai avara di gioie e dolori.
Il dramma collettivo di quelle ore si è sposato con una intensissima campagna di copertura giornalistica dell'evento; la scomparsa inaccettabile e prematura di 308 civili non poteva produrre nulla di diverso. All'interesse spasmodico della stampa nazionale si è accompagnata, come spesso accade in questi casi, la sua stessa degenerazione: lo sciacallaggio giornalistico, la tv del dolore, l'apologia dello share della sofferenza. Un pesantissimo prezzo da pagare per poter mantenere viva l'attenzione sulla lenta agonia di una terra desiderosa di rinascere come prima.
Poi l'inesorabile passare del tempo. E con esso, il disinteresse e, in alcuni casi, l'intolleranza verso quelle popolazioni un tempo generatrici di indici d'ascolto entusiasmanti. Appena un anno fa la popolazione dell'Aquila viveva quotidianamente sotto i riflettori, rincuorata giornalmente dalle passerelle di tante autorità prodighe di promesse e desiderose di visibilità. Oggi la popolazione dell'Aquila vive di nuovo sola, sistematasi da sé in alloggi di fortuna. E l'unico segno di attenzione restano il dolore e le cicatrici lasciate sulla testa degli sfollati da un manganello vibrato con forza da un agente di polizia o un soldato dell'Arma o delle Fiamme Gialle in assetto anti-sommossa lungo le vie della capitale.
A Roma si è visto ciò che una nazione civile non dovrebbe mai poter neppure pensare: un popolo di terremotati, coccolati oltre ogni buon senso mesi addietro, abbandonati al proprio destino da parte di autorità politiche e militari pronte ad accoglierle con una ben determinata violenza. E non stiamo parlando solo di quella fisica.
Nella capitale abbiamo assistito a sindaci, deputati ed agenti di polizia aquilani maltrattati, spintonati e colpiti da un cordone di soldati pronti ad eseguire ordini insopportabili. Poliziotti contro poliziotti, politici contro politici, cittadini contro cittadini.
Cittadini colpevoli di aver gridato senza la dovuta ossequiosità che a L'Aquila ancora decine di migliaia di persone vivono senza un tetto sulla propria testa, che quel "tutti i cittadini hanno avuto una casa in cui abitare" va tradotto come "18 mila cittadini", che a differenza dei terremotati umbri i cittadini aquilani tornano a pagare i tributi allo stato con 8 anni d'anticipo, che "costruzione" non significa "ricostruzione", che il costo degli appalti delle "CASE" di Berlusconi e Bertolaso è risultato essere ben superiore al valore commerciale degli stessi, che il "comodato d'uso" è ben differente dal concetto di "regalo" e che la città dell'Aquila allo stato attuale è perfettamente identica alla città che tutti gli italiani hanno osservato in lacrime oltre un anno fa.
La ricostruzione è ferma, le attività stentano a ripartire, molte altre falliscono con il passare del tempo, la disoccupazione è dilagante, centinaia di famiglie restano assiepate negli alberghi della costa abruzzese, gli stessi alberghi sono costretti a sfrattare i corregionali sfrattati perché oramai privi di rimborsi da parte delle autorità commissariali (portando diversi sfollati a divenire ulteriormente "senza tetto") e la voglia di rinascere, il desiderio di far tornare L'Aquila a volare come un tempo, si scontra bruscamente contro l'assenza di fondi e l'insostenibile lentezza della macchina operativa.
A tutto questo si accompagna il silenzio di chi è chiamato ad offrire soluzioni consistenti seppure impegnative, la concessione di diritti richiesti dalla popolazione a lungo e con ogni mezzo possibile come fosse la magnanima elargizione di un favore non dovuto, il bieco stravolgimento della realtà da parte di una fetta d'informazione pronta ad eseguire i compiti richiesti: l'etichettatura "antagonisti" e "no global" ai manifestanti in quel di Roma, la surreale attribuzione della responsabilità degli scontri agli stessi ("i manifestanti hanno aggredito le forze dell'ordine"), la celebrazione di un miracolo a L'Aquila che non c'è e non c'è mai stato, la capacità di trasformare i doveri fondamentali di un governo (l'attenzione ai problemi di una terra colpita da una grave calamità) in una straordinaria opera di carità da parte di chi non era tenuto ad occuparsi di nulla.
La manifestazione del 7 luglio, e le violenze subite dai manifestanti, hanno riaperto i battenti di un portone che sembrava quasi blindato. La popolazione dell'Aquila ha dichiarato di non essere pronta ad accettare a capo chino ogni decisione, ma che è pronta a lottare fin quando sarà necessario per ottenere ciò che è da ritenersi a tutti gli effetti "un diritto" e non "un privilegio".
Il 31 luglio L'Aquila, e con essa il resto d'Italia, celebrerà il cosiddetto "L'Aquila Day", una giornata finalizzata a riportare l'attenzione sulle due tragedie dimenticate, quella del sisma e quella del post-sisma. A L'Aquila si terrà una manifestazione nazionale alle ore 15 a Piazza D'Armi. Nel resto d'Italia a dimostrazione della solidarietà e dell'adesione all'evento è stata richiesta l'esposizione dei colori dell'Aquila, il nero ed il verde.
La quantità di colore che popolerà le vie, gli spazi in rete, i fogli di giornale e i pixel sugli schermi potrà essere determinante e segnare il confine tra una vicenda da cronaca locale ed una questione di rilevanza nazionale. Il futuro dell'Aquila oggi è anche nelle mani dei cittadini non terremotati.
sabato 24 luglio 2010
Cambia il ddl bavaglio: una vittoria a metà per la stampa, una piena sconfitta per la rete

Era passato poco più di un mese dall'insediamento di Silvio Berlusconi e dell'intera compagine di governo a Palazzo Chigi. Poche settimane di esercizio del potere esecutivo, quando il ministro della Giustizia Angelino Alfano, su pressanti sollecitazioni da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri, presentava presso la Camera dei Deputati il disegno di legge numero 1415.
Era il 30 giugno 2008 quando il governo avviò la cruda battaglia per la riforma sostanziale del potere d'indagine dei pubblici ministeri, dell'utilizzo delle intercettazioni telefoniche e del diritto di cronaca sulle indagini giudiziarie in corso. La rapidità di presentazione del provvedimento mostrava, senza lasciare troppo spazio ai dubbi soggettivi, l'importanza e la priorità che l'intera maggioranza assegnava a questo genere di proposte.
Dell'impianto originario di quel disegno di legge che in seguito verrà meglio conosciuto come il "ddl intercettazioni" o il "ddl bavaglio" oggi non resta quasi più niente. L'amarezza ed il pesante senso di sconfitta ed impotenza registrati nei toni e nelle parole utilizzate da Silvio Berlusconi per criticare le ultime evoluzioni di una legge a lui tanto cara esprimono con chiarezza quanto poco rimanga di quel soffocante bavaglio datato giugno 2008.
L'emersione dell'ultimo ennesimo scandalo politico-giudiziario, quello della loggia P3, ha senz'altro accelerato la forza dei "riformatori" interni alla maggioranza di governo; le riforme presentate ed approvate in Commissione Giustizia dal governo, dal relatore Giulia Bongiorno e dal deputato Enrico Costa, snaturano in buona parte il provvedimento.
Pubblici ministeri e GIP responsabili della scelta delle intercettazioni rilevanti da impiegare nel processo e immediatamente pubblicabili, facilitazioni nell'impiego di microspie per le intercettazioni ambientali, abrogazione della richiesta d'autorizzazione alla Camera dei Deputati, possibilità di intercettazione di ignoti, riduzione delle pene amministrative, intercettabilità libera dei "reati spia per mafia" ed altro ancora.
Eppure, le limitazioni al diritto di informazione, a quel genere d'informazione spesso amatoriale ma non per questo meno affidabile, che non trova asilo in quegli ordini professionali tipicamente italiani, restano più salde che mai: la Commissione Giustizia della Camera ha rigettato tutti gli emendamenti abrogativi e di modifica a quella norma che impone l'obbligo di rettifica entro 48 ore per tutti i siti d'informazione.
La norma, che di fatto consegna nelle mani dei "soliti noti", uno strumento per uccidere la libera informazione in rete, una vera e propria mannaia sul web, non può essere messa in discussione: l'equiparazione legale tra blog e testate giornalistiche è uno dei punti inintaccabili di questo governo e come tale dev'essere difeso strenuamente dall'intera compagine parlamentare.
L'informazione in rete sembra intimorire più di uno stuolo di "toghe rosse" e famelici giornalisti anti-governativi; lo dimostra, ancora di più, il mantenimento di quel "comma D'Addario", la norma che impone 3 anni di carcere a chi registra segretamente conversazioni a cui si sta prendendo parte.
L'esclusione della punibilità non va ad a tutelare chi opera queste registrazioni "a scopo di giornalismo", ma solo per coloro che risultano regolarmente iscritti all'Ordine dei Giornalisti.
Un blogger che dovesse registrare in audio o in video una conversazione dai profili illeciti o dalla straordinaria importanza giornalistica avrà di fronte a se tre strade: la pubblicazione del nastro e la conseguente condanna a 3 anni di reclusione, l'attribuzione della registrazione ad un giornalista iscritto all'Ordine (che, di conseguenza, si approprierà di onori ed oneri) o la cancellazione di una prova giornalistica sensazionale.
Questa limitazione, accompagnata allo stringente obbligo di rettifica, di fatto costituisce un'arma letale contro i tanti (e crescenti) divulgatori di verità in rete. Queste norme trasformano un bavaglio soffocante in un bavaglio leggermente allentato, che lascia qualche possibilità di respiro, una striscia di stoffa colorata con toni pastello, ma che sempre bavaglio resta.
I comprensibili toni trionfalistici dei giorni addietro con cui le opposizioni e la stampa hanno salutato lo stravolgimento del disegno di legge Alfano hanno, di fatto, distolto l'attenzione sui punti ancora controversi del provvedimento ancora in esame. Il disegno di legge sulle intercettazioni rappresenta ancora un'arma utile, seppure parzialmente spuntata, per i protagonisti di atti criminosi, persegue chi dimostra con prove filmate un tentativo di reato a proprio danno e tutela l'autore del reato, proclama il "de profundis" per l'informazione libera in rete ed impedisce, alla stampa tutta, il diritto al racconto di conversazioni di interesse collettivo ma ininfluenti dal punto di vista giudiziario, come le risa divertite della cricca in occasione della morte di 308 civili in quel di L'Aquila, le "dichiarazioni d'amore" di Giampiero Fiorani rivolte ad Antonio Fazio o lo spasmodico interesse per le scalate bancarie di Piero Fassino, Massimo D'Alema e Nicola Latorre nelle telefonate spese con l'A.D. di Unipol Giovanni Consorte.
La battaglia contro il DDL Intercettazioni più che conclusa sembra essere appena cominciata. Ed una pubblica resistenza del mondo dell'informazione libera contro il ddl bavaglio ora assume importanza più che mai.
mercoledì 21 luglio 2010
L'uragano Nichi nella beata valle del centrosinistra

Si è candidato annunciando l'intenzione di "sparigliare i giochi nel centrosinistra". Sono bastate appena 24 ore perché il suo intento andasse a buon fine.
Non si può dire che la notizia non veleggiasse già nell'aria; la vittoria "bulgara" alle primarie pugliesi con quasi il 70% dei consensi, la riconquista per un secondo mandato della regione storicamente più conservatrice d'Italia, la crescente attenzione da parte dell'elettorato progressista (e non solo) verso il suo percorso politico, le insistenti allusioni della stampa a ticket presidenziali per il 2013 dove il suo cognome era un'inseparabile costante (De Magistris, Veltroni, Zingaretti e Chiamparino le variabili) sono tutti dati che lasciavano presagire un esito simile.
Eppure, l'annuncio del Presidente pugliese e leader di Sinistra Ecologia Libertà Nichi Vendola dell'intenzione di mettersi a disposizione del centrosinistra in qualità di suo massimo rappresentante è riuscito ugualmente a scatenare un terremoto inaspettato di magnitudo elevatissima.
E, come già accaduto in altre occasioni, le crepe risultano visibili solo nei territori del centrosinistra.
Vendola si candida allo scopo di inferire un colpo mortale al "dominio berlusconiano sul paese". E per farlo il primo passo, a suo giudizio, è uno solo: "sparigliare i giochi nel centrosinistra", stravolgere il suo approccio alla politica, rinnovarlo profondamente, "deberlusconizzarlo".
Ha già dimostrato in più di una occasione che per vincere, talvolta, in particolar modo in un'epoca politica come quella attuale, è necessario sconfiggere la propria parte politica prima ancora di quella avversaria.
E' accaduto nel 2005, con la vittoria del "rivoluzionario gentile", allora quasi un signor nessuno, alle primarie del centrosinistra contro il "candidato dei partiti" Francesco Boccia e, successivamente, contro il dominus pugliese Raffaele Fitto. E' accaduto in fotocopia nel 2010, con il successo alle primarie contro il solito Boccia (Vendola è il primo caso di governatore uscente costretto a sottoporsi a primarie di coalizione per la propria riconferma), sostenuto da Pierluigi Bersani, Massimo D'Alema e dall'intero PD ma non altrettanto dal popolo del centrosinistra, e poi contro "l'emanazione di Fitto" Rocco Palese.
Del "fenomeno Vendola" si è fatto un gran parlare negli ultimi mesi, ma si è assistito ancora una volta al deja-vu di una stampa intenta a comprendere le ragioni del successo di fenomeni inaspettati (Beppe Grillo, Antonio Di Pietro e Lega Nord ieri, Nichi Vendola oggi) però incapace di farlo.
Come scrive Pino Pisicchio (API) (di certo non tra i più vicini politicamente al governatore pugliese) dalle colonne di Europa, "sbaglierebbe chi cercasse oggi di applicare le più classiche interpretazioni della politica al fenomeno Vendola".
Il suo linguaggio politico poetico e informale al tempo stesso, la mobilitazione spontanea di migliaia di sostenitori in tutta Italia, gli applausi riscossi ai meeting di Confindustria nel Veneto ripetendo i discorsi fatti sotto i cancelli di Pomigliano e Termini Imerese, le capacità comunicative unite all'esperienza di amministrazione della res publica, il crescente sostegno da parte della "base" disillusa del centrosinistra e l'osteggiamento perenne da parte delle classi dirigenti costituiscono elementi di una novità del tutto inedita, a cui il paese sembrerebbe però essere già pronto.
Il centrosinistra non ha accolto con troppo entusiasmo l'autocandidatura dell'"Obama di Terlizzi": per Angelo Bonelli (Verdi), che ne riconosce i pregi, “prima di qualsiasi primaria sui leader è necessario fare le primarie sul programma", per Oliviero Diliberto (FdS) la questione della candidatura del leader di SEL è "un’esercitazione tanto fastidiosa quanto inutile", per Riccardo Nencini (PSI) "la candidatura di Vendola è intempestiva", Nicola Latorre (PD) afferma "Non credo che sparigliare il centrosinistra sia un'idea che appassioni la maggioranza degli italiani", per Anna Finocchiaro (PD) "la sua è una legittima ambizione, ma in questo momento tutto occorre, tranne che indebolire la leadership del partito" (di cui però Vendola non fa affatto parte), Pierluigi Bersani sorvola sulla questione, per Peppino Caldarola (PD) urge trovare un candidato democratico da contrapporre al più presto, secondo Marco Follini (PD) "con Vendola sbagliemmo strada", per Rosy Bindi (PD) "L'Italia non è la Puglia", mentre Francesco Boccia (PD) avvisa: "Chi pensa che i nostri valori non vanno bene, meglio si faccia un altro polo e non venga a rubare a casa nostra".
Il più duro tra tutti sembra essere il più prossimo dei "vicini di casa", il leader IDV Antonio Di Pietro, che in un primo commento a caldo afferma: "Si candidi solo dopo aver risolto i tanti problemi che affliggono la Puglia. E' stato da poco rieletto Governatore della regione Puglia e per altro è più per demeriti della coalizione del Centrodestra, che si è divisa, che per meriti del centrosinistra che ha guidato nei precedenti cinque anni".
Nemmeno la risposta cortese e di ammorbidimento del "neo-leader del centrosinistra" ("Di Pietro è un buon consigliere. Con lui bisogna confrontarsi ma io ho deciso di fare come dice il romanzo «Và dove ti porta il cuore»") ha sortito effetti positivi; l'ex magistrato ha rincarato, con ulteriore astio, la dose: "Vedo che il governatore Vendola, anche oggi, ha passato il tempo a fare dichiarazioni e a partecipare a trasmissioni. Speriamo che domani possa dedicare lo stesso tempo a fare il suo dovere di presidente della Regione Puglia, motivo per il quale lo abbiamo votato".
Sul sito web de Il Fatto Quotidiano le centinaia di commenti estremamente critici contro le recenti uscite di Di Pietro da parte dei suoi stessi elettori e simpatizzanti sembrano costituire un avvertimento. O forse, più chiaramente, una conferma di quelli che sono i veri (inespressi) timori politici del leader IDV.
I pochi sostegni delle "alte sfere" provengono dalla cosiddetta società civile (Dario Fo in primis), da alcuni esponenti democratici (Anna Paola Concia, Sergio Chiamparino, Giuseppe Civati su tutti) e da altri insospettabili (come il rutelliano Pino Pisicchio e l'ex avversario in casa Michele Emiliano).
Il tutto in attesa di scoprire la posizione di Luigi De Magistris, che dello straordinario feeling reciproco con Vendola (non a caso è tra i promotori di un avvicinamento politico tra IDV, SEL, Popolo Viola, Beppe Grillo e "mariniani" del PD e non a caso ha richiesto la presenza del governatore pugliese per la presentazione del suo ultimo libro) non ha mai fatto troppo mistero.
La strada di Nichi Vendola verso la guida del centrosinistra e del paese non sembra essere di certo asfaltata. Le buche, le strettoie improvvise, le ripide salite e i tratti sdrucciolevoli ed impraticabili posti lungo il percorso portano la firma di un centrosinistra terrorizzato, più che di un centrodestra preoccupato, ma ancora in osservazione.
Gianfranco Rotondi (PDL) ha dichiarato: "Vendola è sicuramente il personaggio più vero del centrosinistra. Un avversario di cui avrei un certo timore. Ha dei valori profondi, e come il Cavaliere, ha una singolare capacità di comunicarli. Non è davvero un avversario da prendere alla leggera. Ma provvederà il Pd a fermarlo perché mangiarsi i leader è la loro specialità. Non rinunzieranno a un boccone così ghiotto".
Ora non resta che capire quanto le parole di Rotondi si avvicinino alla surrealtà o alla profezia.
Una cosa è certa: se le reazioni opache del centrosinista sono un indicatore delle reali potenzialità sovvertitrici del neo-candidato, per gli establishment di partito non si prospettano tempi facili. Ma neanche per Nichi Vendola.
lunedì 19 luglio 2010
Il ricordo di Paolo Borsellino per un paese senza memoria

Via D'Amelio, Palermo. 19 luglio 1992.
C'è uno strano alone che circonda il ricordo della morte di un uomo di giustizia quale era Paolo Borsellino. E' una fitta nebbiolina fatta di recriminazioni, di accuse, di protagonismi, di biechi lavaggi di coscienze, di stucchevoli conteggi numerici sulle presenze, di passerelle forzate e di passerelle mancate, una fuliggine in grado di occultare il vero lascito di un magistrato intento a compiere il proprio dovere, consapevole dei rischi e delle trappole che avrebbero potuto strappargli prematuramente la vita, un diversivo che distoglie anche gli sguardi più attenti dal vero punto di interesse: le "ragioni", le responsabilità e i colpevoli della morte di un cittadino che, al di là della propria fine violenta e drammatica, non è possibile definire in altro modo se non "eroe civile d'Italia".
Sono passati 18 anni dal 19 luglio 1992, un brevissimo istante di tempo se paragonato alla storia della mafia in Italia, un'eternità se si considera quante siano ancora le verità da scoprire affinché si possa tornare a pronunciare, senza vergogna o spudoratezza, la parola "giustizia".
18 anni di menzogne, di colpevoli in libertà, di assassini senza macchie e di leve del potere imbrattate con il sangue di mani abituate ai polimeri dei grilletti, al tritolo degli esplosivi, alla filigrana delle banconote.
18 anni di "segreti di stato" che si confondono e coincidono con i "segreti dell'anti-stato".
L'agenda rossa di Paolo Borsellino non esiste oggi come allora, di agenti dei servizi segreti con la "faccia da mostro" rimane solo il soprannome, le responsabilità dello Stato nella guerra dichiarata contro sé stesso restano sepolte sotto una coltre nera ancora da spazzare.
Come ogni anno, del ricordo della morte di un magistrato eccellente, alla fine dei conti, non resta altro che il consueto battibecco sui successi e i flop delle manifestazioni, le polemiche sulle partecipazioni istituzionali e le dichiarazioni di rito delle massime autorità politiche: l'impegno dello Stato, la lotta alla mafia che non si arresta, i presunti successi del governo, gli impegni per il futuro e le tante altre fiabe da raccontare ad un popolo ancora troppo bambino per distinguere tra realtà e fantasia.
Il 20 luglio del 1993, appena un anno ed un giorno dopo la scomparsa di Paolo Borsellino, sorgono i primi malumori per i crolli di partecipazione alla commemorazione del magistrato ucciso; "Palermo non si muove" titolava Repubblica sin da allora.
L'anno successivo Agnese Borsellino diserta la commemorazione ufficiale decisa dalla Provincia di Palermo, nel 2001 il sottosegretario all'interno Alfredo Mantovano polemizza con l'omelia di padre Giuseppe Bucaro presso la basilica di San Francesco D'Assisi, 12 mesi più tardi Rita Borsellino avverte una scarsa partecipazione ed il governatore siciliano Salvatore Cuffaro (condannato in appello per favoreggiamento e sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa) si lancia in un'apologia dell'eroismo di Paolo Borsellino, della necessità di una lotta quotidiana alla mafia e dell'impegno fondamentale delle istituzioni dalle colonne di Repubblica, nel 2005 le celebrazioni in Via D'Amelio riscontrano la separazione e le tensioni tra la famiglia Borsellino e le autorità politiche locali e nazionali, il 2006 è l'anno dei battibecchi tra il ministro della Giustizia Clemente Mastella e il pm palermitano Antonio Ingroia.
Nel 2007 Salvatore Borsellino, di fronte alle poche centinaia di partecipanti alla commemorazione in Via D'Amelio accusa: "Paolo è stato dimenticato dalla gente comune. Il movimento di opinione che si era formato dopo le stragi è andato via via scemando". Oggi, di fronte agli stessi numeri, proclama il successo dell'evento, mentre i disertori di ieri e di oggi si sono già apprestati a mostrarne (non troppo velatamente) il presunto flop.
Il ricordo di Paolo Borsellino sembra ridursi a questo, ad un immarcescibile teatrino della polemica da rinnovare anno dopo anno. Un teatrino utile e funzionale, in grado, con le proprie battute altisonanti, di distogliere l'attenzione su come la pratica di delegittimazione dei magistrati scomodi di un tempo per mezzo di fantomatiche etichettature politiche ("Falcone comunista", "Falcone socialista martelliano", "Borsellino missino") sia tornata ad essere impiegata con maggior vigore oggi, su come l'utilizzo dei collaboratori di giustizia (il vero asso nella manica del pool antimafia nella lotta a Cosa Nostra) sia divenuto con il tempo una "odiosa abitudine" piuttosto che una "misura necessaria", su come leggi improponibili a quel tempo come la limitazione al potere d'indagine dei magistrati oggi venga annunciata da molti come una "straordinaria rivoluzione".
giovedì 15 luglio 2010
Il nucleare italiano nelle mani di un politico. Claudio Scajola?

Agenzia per la Sicurezza Nucleare. E' questo il nome scelto per l'ente pubblico che governerà con poteri assoluti tutti gli aspetti relativi all'energia prodotta in territorio italiano da fonte nucleare.
Come stabilisce l'articolo 1 comma 2 dello statuto dell'Agenzia, il suo compito non si limita alla sovrintendenza degli impianti di fissione; il suo ruolo è quello di "autorità nazionale unica" deputata alla regolamentazione, al controllo e all'autorizzazione alla produzione di energia nucleare, alla detenzione, al trattamento e allo stoccaggio dei rifiuti radioattivi, alla gestione dei materiali nucleari, alla protezione dalle radiazioni, alla vigilanza su costruzione, esercizio e smantellamento degli impianti e dei materiali nucleari, comprendendo infrastrutture e logistica.
In altre parole, tutto ciò che ha attinenza con l'energia nucleare, anche indirettamente, sarà sottoposto all'occhio vigile dell'Agenzia.
Il suo potere è assoluto, limitato solo ed esclusivamente dalle competenze della Corte dei Conti.
Non stiamo parlando di un "organo a venire", di un ente che vedrà la propria nascita in un lontano futuro, dopo anni sufficienti a stabilire se l'avventura atomica italiana sia diventata un dato di fatto o il solo ricordo di un'idea strampalata di un passato remoto.
L'Agenzia per la Sicurezza Nucleare è già realtà.
I presupposti per la sua nascita si crearono il 23 luglio 2009, con la legge numero 99, che istituiva per la prima volta dopo la sospensione post-Chernobyl il ritorno all'energia nucleare nel nostro paese. All'articolo 29 la creazione, allora solo teorica, dell'ASN.
Il 27 aprile 2010 il sottosegretario al Consiglio dei Ministri, Gianni Letta, con apposito decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 luglio scorso, approvava in forma definitiva lo Statuto dell'Agenzia.
La sua struttura dirigenziale ricalca lo schema di altri enti pubblici come la RAI: un Consiglio Direttivo chiamato a deliberare su linee di indirizzo, regolamentazioni, sanzioni, obblighi e specifiche degli impianti, un Presidente che rappresenta legalmente l'Agenzia e che dirige i lavori del Consiglio e un Direttore Generale, con il compito di dirigere, coordinare e controllare l'intera struttura, organizzando le risorse umane, finanziarie e materiali dell'intero ente.
Il Consiglio, Presidente compreso, è composto da 5 membri: il premier nomina il Presidente, la scelta di due membri spetta al Ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, gli altri due vengono nominati dal Ministro dello Sviluppo Economico, attualmente Silvio Berlusconi.
La direzione dell'Agenzia è, di fatto, nelle mani del governo, che dovrà affidarla però a personaggi in nessun modo legati alla sfera politica locale e nazionale.
Due commi stabiliscono questo vincolo: il comma 8 ("La carica di componente dell'Agenzia è incompatibile con incarichi politici elettivi, nè possono essere nominati componenti coloro che abbiano interessi di qualunque natura in conflitto con le funzioni dell'Agenzia") ed il comma 13 ("A pena di decadenza il presidente, i membri dell'Agenzia e il direttore generale non possono esercitare, direttamente o indirettamente, alcuna attività professionale o di consulenza, essere amministratori o dipendenti di soggetti pubblici o privati nè ricoprire altri uffici pubblici di qualsiasi natura, ivi compresi gli incarichi elettivi o di rappresentanza nei partiti politici, nè avere interessi diretti o indiretti nelle imprese operanti nel settore"), entrambi riportati integralmente dalla legge di creazione allo Statuto.
Nessuna carica politica e nessun conflitto di interessi. Questo almeno fino a 6 giorni fa.
Nel consueto silenzio della stampa e dopo appena un giorno dalla pubblicazione ufficiale dello Statuto, il governo, con decreto-legge numero 105 firmato dai ministri Matteoli, Prestigiacomo, Calderoli, Fitto e Tremonti e dal premier Berlusconi, ha cambiato radicalmente le carte in tavola.
Il comma 8 è abrogato e il comma 13, che impone la salvaguardia dell'indipendenza politica dell'Agenzia, non opera in sede di prima applicazione. Per i Consiglieri resta il limite della non elettività politica e dell'assenza di conflitto d'interessi. Per il Presidente, per il primo di essi che verrà nominato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, non varrà l'obbligo di non ricoprire cariche politiche elettive.
Un cambiamento di questo tipo, con questa tempistica (appena 24 ore dopo la pubblicazione dello statuto), consente una sola interpretazione: il primo presidente dell'ASN sarà un politico eletto e regolarmente in carica.
Ora non resta che scatenare la fantasia. E pensare a chi, tra parlamentari, consiglieri regionali o comunali, andrà a ricoprire questo oneroso incarico. E magari azzardare da subito qualche ipotesi, qualche nome. A partire da un ministro dello Sviluppo Economico dimissionario, attualmente deputato presso la Camera.
martedì 13 luglio 2010
Propaganda 3: tragedia e farsa di una storia molto italiana

C'è mezza storia d'Italia nell'inchiesta sulla loggia affaristico-politica che la stampa ha già denominato, con scarsa fantasia, P3. A popolarne i ranghi sono i nomi dei soliti noti del mondo degli affari e della politica (due mondi più sporchi che mai), riemergono con tutta la loro drammaticità i ricordi di vicende come la loggia Propaganda 2 di Licio Gelli, l'omicidio del banchiere Roberto Calvi, la Banda della Magliana, Cosa Nostra, l'omicidio di Aldo Moro, gli "affari proibiti" e le "relazioni pericolose" della Chiesa Cattolica, tutte condensate nella figura di uno degli indagati (ed arrestati) eccellenti: Flavio Carboni.
Il presente racconta una vicenda dai connotati storiografici marxisti: la replica in forma di farsa di una vicendia che ancora oggi non possiamo non vedere come tragedia.
L'associazione segreta che in questi giorni popola le prime pagine di tutti i giornali assomiglia spaventosamente ad una copia improvvisata, ridicola e malriuscita di quella macchina da guerra che era Propaganda 2. Senza per questo divenire meno pericolosa o preoccupante.
L'inchiesta nasce come sempre nascono scandali giganteschi come questi (scandali il cui 1% sarebbe sufficiente per far tremare tutte le istituzione di un paese europeo estratto a caso, ma non certo l'Italia): per puro caso.
Si parte con la meticolosa osservazione degli appalti ottenuti dal costruttore (pregiudicato) Salvatore Ligresti in Toscana e nel Lazio, da parte delle Procure di Firenze e di Roma. Si arriva al riscontro di evidenti irregolarità nell'assegnazione degli appalti per il G8 alla Maddalena e per il centocinquantenario dell'Unità d'Italia. Si prosegue con l'indagine su favori immobiliari (e di altra natura) che convolgono diversi esponenti delle istituzioni. Si finisce per scoperchiare un malcostume generalizzato per l'assegnazione degli impianti eolici in Sardegna. Da lì la rivelazione della creazione di una loggia segreta capace di fare affari all'ombra della giustizia e non altrettanto capace di agire politicamente.
E così, una micro-inchiesta come tante diventa un maxi-scandalo in grado di estendersi e separarsi in una quantità innumerevoli di filoni, per poi trovare come indiziati principali figure eccellenti del mondo politico italiano: Denis Verdini, coordinatore nazionale PDL, Nicola Cosentino, deputato e sottosegretario all'Economia, Ugo Cappellacci, Presidente della Regione Sardegna, Marcello Dell'Utri, deputato e cofondatore di Forza Italia.
Le ordinanze d'arresto e le intercettazioni dimostrano la totale incapacità da parte della "nuova cricca" di portare a buon fine gli obiettivi politici desiderati: la difesa del Lodo Alfano da parte della Consulta, la candidatura di Nicola Cosentino alle regionali 2010 al posto dell'emergente Stefano Caldoro, il ripescaggio della lista presidenziale di Formigoni, il condizionamento dei lavori della Procura di Firenze sugli appalti del G8, la nomina del giudice Alfonso Marra a presidente della Corte d'Appello di Milano sono tutti illustri fallimenti di un gruppo ai limiti dell'eversione costituzionale.
La Procura di Roma ha lanciato la sua battaglia complessiva a ciò che secondo gli stessi inquirenti si configura come un insieme di personaggi colpevoli a vario titolo di associazione per delinquere, violazione della legge Anselmi sulle società segrete, abuso d'ufficio e corruzione.
Nell'attesa che il gigantesco castello di accuse si mostri per ciò che è (una fortezza di granito o una torricciola di sabbia), la politica si è già mossa, chiedendo da più lati le dimissioni di Nicola Cosentino e di Denis Verdini dai rispettivi ruoli esecutivi (sottosegretario e coordinatore del partito), immediatamente respinte dal leader di governo e di partito Silvio Berlusconi.
Il parlamentare Nicola Paolo Di Girolamo, indagato per rapporti con la mafia e incastrato presumibilmente dalle intercettazioni, è stato "costretto" alle dimissioni e al carcere.
Nicola Cosentino, indagato per rapporti con la mafia, incastrato presumibilmente dalle intercettazioni e protagonista di una presunta associazione segreta massonica, resta al suo posto.
Claudio Scajola, fruitore di regali immobiliari da parte dell'imprenditore Diego Anemone ma senza capi d'accusa a proprio carico, ha incontrato le dimissioni dal ruolo di ministro, così come l'omologo Aldo Brancher, indagato, pochi giorni fa.
Denis Verdini, indagato per violazione della legge sulle associazioni segrete eversive, non è rimovibile dal suo ruolo di coordinatore nazionale del principale partito del paese.
I finiani sostenitori del repulisti interno al PDL forse avrebbero bisogno di fare realmente un passo indietro, come chiesto dal premier. E chiedere, più che le dimissioni corali, un manuale-guida per la gestione politica dei guai giudiziari del partito. Tanto per capire come regolarsi di volta in volta.
domenica 11 luglio 2010
La Corte Costituzionale cancella l'aggravante di clandestinità

Era stato il primo di quella lunga serie di provvedimenti in tema di giustizia denominati "pacchetti sicurezza", elaborato sull'onda di una campagna mediatica di esaltazione dei crimini comuni che aveva portato ad una crescente attenzione verso i crimini commessi in particolar modo da minoranze etniche quali rom e sinti.
Tra i ricordi di molti cittadini italiani alberga ancora oggi la drammatica vicenda di Alexandru Loyos e Karol Racz, i due cittadini rumeni incriminati per il celebre stupro al Parco della Caffarella, gettati al pubblico ludibrio, citati dalla stampa sempre attraverso i soprannomi ("faccia da pugile") e mai attraverso i nomi anagrafici e sistemati sul patibolo prima ancora del processo.
Salvo poi scoprire, grazie all'analisi delle intercettazioni telefoniche, la loro totale estraneità ai fatti.
I loro nomi, da colpevoli, rimbalzavano da un giornale all'altro senza sosta. I loro nomi, da innocenti, riuscirono a strappare a fortuna qualche riga in una quinta o sesta pagina.
Il pacchetto anti-crimine sorto su quell'onda di indignazione oggi perde un primo pezzo: il 5 luglio scorso la Corte Costituzionale ha proclamato, attraverso sentenza numero 249, la piena incostituzionalità della nuova aggravante di clandestinità.
Il comma 1 lettera f) del primo articolo del pacchetto sicurezza (legge 125 del 24 luglio 2008) introduceva una nuova circostanza aggravante comune: la collocazione in status di clandestinità da parte dell'autore del reato; in altre parole, chiunque fosse stato condannato per aver commesso un reato di qualsiasi tipo, avrebbe incontrato un aumento considerevole di pena qualora fosse stato uno straniero privo di regolare permesso di soggiorno in Italia.
Oggi questa norma, parecchio discussa anche all'epoca, scompare dall'ordinamento penale italiano.
Le motivazioni addotte dalla Corte Costituzionale sono numerose, a partire dal richiamo di precedenti sentenze su temi analoghi, secondo le quali "i diritti inviolabili spettano ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani. La condizione giuridica dello straniero non deve essere pertanto considerata – per quanto riguarda la tutela di tali diritti – come causa ammissibile di trattamenti diversificati e peggiorativi".
Ed inoltre, "il principio costituzionale di eguaglianza in generale non tollera discriminazioni fra la posizione del cittadino e quella dello straniero".
Gli articoli violati da tali norme sono il 3 ed il 25 della Costituzione. Secondo la Consulta, infatti, "si deve ricordare che le «condizioni personali e sociali» fanno parte dei sette parametri esplicitamente menzionati dal primo comma dell’art. 3, quali divieti direttamente espressi dalla Carta costituzionale".
Tra le motivazioni che delineano questa palese violazione della Carta, il principio secondo cui "comportamenti pregressi dei soggetti non possono giustificare normative penali che attribuiscano rilevanza ad una qualità personale e la trasformino, con la norma considerata discriminatoria, in un vero “segno distintivo” delle persone rientranti in una data categoria, da trattare in modo speciale e differenziato rispetto a tutti gli altri cittadini".
Ad aggravare l'incostituzionalità del provvedimento, l'incoerenza giuridica che ha guidato l'esecutivo nella produzione dell'intero pacchetto: lo stesso ingresso irregolare nello stato italiano veniva trasformato, con la stessa legge, da illecito amministrativo ad illecito penale. L'introduzione parallela di un'aggravante comune per reati commessi da stranieri "clandestini" in Italia di fatto poneva "le premesse per possibili duplicazioni o moltiplicazioni sanzionatorie, tutte originate dalla qualità acquisita con un’unica violazione delle leggi sull’immigrazione".
Inoltre, "non solo lo straniero in condizione di soggiorno irregolare, a parità di comportamenti penalmente rilevanti, è punito più gravemente del cittadino italiano o dell’Unione europea, ma lo stesso rimane esposto per tutto il tempo della sua successiva permanenza nel territorio nazionale, e per tutti i reati previsti dalle leggi italiane (tranne quelli aventi ad oggetto condotte illecite strettamente legate all’immigrazione irregolare), ad un trattamento penale più severo".
Infine, il legislatore "non può introdurre automaticamente e preventivamente un giudizio di pericolosità del soggetto responsabile, che deve essere frutto di un accertamento particolare, da effettuarsi caso per caso, con riguardo alle concrete circostanze oggettive ed alle personali caratteristiche soggettive".
"In considerazione di tutte le ragioni indicate, la norma censurata deve essere dichiarata costituzionalmente illegittima per violazione degli artt. 3, primo comma, e 25, secondo comma, della Costituzione".
Con queste parole, la suprema corte del paese ha inferto un ulteriore duro colpo ai provvedimenti giudiziari dell'esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Il provvedimento sulla sicurezza, che vede la firma congiunta dei ministri Alfano e Maroni oltre a quella del Presidente del Consiglio, allora veniva annunciato in pompa magna nel tripudio generale di una folla spaventata dal crescente microcrimine "di mano straniera".
Lo scardinamento di uno dei suoi punti chiave per palese incostituzionalità oggi trova spazio in poche righe su qualche spazio d'informazione in rete.
venerdì 9 luglio 2010
Il silenzio dell'informazione prima della tempesta

Tratto dal sito web di Sinistra Ecologia Libertà.
Oggi è il giorno del silenzio, il silenzio sommesso di chi non ha alcun desiderio di sottomettere la propria dignità, la propria missione - quella di informare senza limiti se non quelli del buon senso - e la propria libertà di parola e di pensiero alla "ragion di stato", che ragione non è.
La forma di protesta dello sciopero, del congelamento dell'informazione nazionale per 24 ore, ha incontrato numerose perplessità e svariate proposte alternative di mobilitazione.
Ma quello di oggi non è un silenzio imposto, non è un silenzio breve che anticipa quello più lungo imposto dalle autorità politiche nazionali. Oggi partecipiamo ad un silenzio libero, una gelida quiete che precede una rumorosa, gigantesca e stravolgente tempesta.
E' vero, è il silenzio che segue la beffa, l'inganno, la menzogna altisonante sparata con forza nelle radiofrequenze delle tv nazionali. Quella "bugia funzionale" che trasforma 5 mila cittadini in cerca di parità di trattamento e diritti primari in una masnada di teste calde, eversori e antagonisti.
Un termine, quest'ultimo, privo di un reale esplicito significato, ma in grado di suscitare lo stesso nella mente degli ascoltatori sensazioni di preoccupazione, agitazione, forse anche paura. Gli "antagonisti": i personaggi cattivi degli action movie, delle graphic novel o delle più celebri opere di narrativa.
Oggi il mondo dell'informazione, in tutte le sue forme e diramazioni, vuole lasciare il posto delle notizie di ogni giorno al pensiero, alla riflessione. Nella speranza che i cittadini di questo paese possano comprendere fino in fondo ciò che è veramente in gioco.
Un provvedimento realmente ai limiti dell'imbavagliamento collettivo mascherato da misure a tutela della privacy. Una privacy fondata sul carcere per i liberi informatori, sulle multe milionarie agli editori, sulla chiusura dei blog non allineati, sul carcere per chi denuncia un crimine prove in mano, sulla limitazione del potere d'indagine dei magistrati e su tante altre efferatezze giuridiche.
Oggi il mondo dell'informazione e della carta stampata (salvo le solite note eccezioni: Libero, il Giornale, il Foglio e il Riformista) protesta contro il feroce attacco al diritto all'informazione, quella fatta e quella ricevuta. Ad esso si aggrega una parte del mondo della politica, a partire da Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà e Italia dei Valori che per tutta la giornata di oggi listano i propri siti web a lutto.
Le speranze di successo contro un provvedimento dal sapore di inizio ventennio non possono passare per le formali ma evanescenti prese di posizione a breve termine di qualche mina vagante della maggioranza di governo e, tantomeno, sulle inesistenti possibilità di uno strappo tra le istituzioni.
La vittoria della libertà d'informazione oggi passa per la misura con cui i difensori della Costituzione e del diritto alla libertà di espressione sapranno far valere le proprie ragioni, anche attraverso la più vasta azione di disobbedienza collettiva alle norme illegali di questo disegno di legge.
Oggi non è il giorno in cui si resta in silenzio, oggi è il giorno in cui si mostra a tutti quanti ciò che si rischia di perdere. Oggi è il giorno in cui si parla di ciò che oggi abbiamo e di ciò che a breve potremo non avere più. Oggi è il giorno giusto per spiegare le nostre ragioni e i loro torti. Oggi è il giorno in cui mostrare che non siamo disposti a barattare i nostri diritti, la nostra libertà, l'informazione con una nuova forma di fascismo moderno e medioevale al tempo stesso.
mercoledì 7 luglio 2010
Dopo le scosse, le botte
Articolo scritto per la rubrica "Pagina Zero", su Abruzzo 24 Ore.
Era stato il successo mediatico e politico del governo Berlusconi. O, per meglio dire, di Silvio Berlusconi in persona.
Le visite trionfali nelle zone terremotate, l'annuncio del "miracolo aquilano", le "nuove case" costruite in tempi record, le bottiglie di spumante e le torte, dentiere e battute umoristiche scambiate con anziane senza tetto e operai al lavoro nei nuovi cantieri, gli abbracci collettivi. Tutto garantiva all'esecutivo un'immagine di operosità e magnanimità senza precedenti.
In seguito, lo scorrere del tempo ha determinato un totale ed inaspettato ribaltamento della realtà: le voci fuori dal coro di chi osservava da subito le grosse pecche della mancata ricostruzione diventano sempre più numerose, si allargano, formano un contro-canto. E coprono il coro del miracolo che non c'è e non c'è mai stato. Mentre la stampa nazionale toglie le tende giusto in tempo per evitare di raccontare il ribaltamento delle due realtà.
L'inesistente miracolo comincia a fare i conti con decine di migliaia di terremotati ancora sfollati, un centro storico ancora inibito al pubblico, macerie in ogni angolo, palazzine ad un passo dal crollo, aziende in crisi, attività economiche fallite, disoccupazione dilagante, affitti a peso d'oro. E qualche fortunato alloggiato in ghetti e casermoni lontani dal mondo, a chilometri di distanza da ciò che prima veniva chiamata civiltà.
Una città sull'orlo del baratro, ad un passo dalla fine. Una popolazione priva di casa, lavoro e speranza. E alla quale, dal primo luglio 2010, il governo italiano ha chiesto di tornare a pagare le tasse.
La ricostruzione non c'è, il governo fatica a destinare fondi alla popolazione terremotata. Ma non esita a chiederle denaro.
Per questo oggi migliaia di cittadini aquilani hanno deciso di tornare a Roma e di manifestare in piazza il proprio disagio, la volontà di riscatto che non cesserà mai, la propria indignazione e - sì, diciamolo senza pudori - la propria rabbia.
Un popolo esausto si è avventurato per le strade del centro della capitale per chiedere a gran voce alle autorità politiche una vera soluzione ai problemi dell'Aquila: una tassa di scopo, un trattamento fiscale identico a quello riservato alle popolazioni terremotate di Umbria e Marche, incentivi per lo sviluppo e per il lavoro, una vera casa come promesso dal premier oltre un anno fa.
Richieste evidentemente insopportabili per questo esecutivo, se l'accoglienza riservata a cittadini pacifici armati di bandiere, gonfaloni e mani alzate è quella vista oggi a Piazza Venezia prima e a Via del Corso poi: cariche, manganellate, spintoni e calci.
Tre feriti, il sindaco Massimo Cialente e il deputato PD Giovanni Lolli spintonati e malmenati e diversi manifestanti gratuitamente maltrattati dalle forze dell'ordine.
Dall'altra parte, la solidarietà e la partecipazione alle proteste da parte di esponenti politici come Nichi Vendola, Dario Franceschini, Paolo Ferrero, Angelo Bonelli, Antonio Di Pietro, Marco Pannella e Pierluigi Bersani (quest'ultimo accolto tra fischi ed applausi durante l'assedio a Piazza Colonna). E la partecipazione più importante di tutte: quelle dei cittadini romani che sono andati ad ingrossare le file dei contestatori.
In queste ore la manifestazione è ancora in corso; gli aquilani, dopo una difficile conquista del proprio spazio di fronte a Palazzo Chigi e Montecitorio nella tarda mattinata, stanno tentando di recarsi di fronte al Senato, dove nel pomeriggio proseguiranno i lavori sulla manovra, duramente attaccata dai manifestanti.
Il passaggio del corteo lungo Via del Plebiscito, dove trova posto Palazzo Grazioli, ha portato al terzo blocco del corteo da parte delle forze dell'ordine. Lo sfondamento, non senza ulteriori tafferugli tra polizia e manifestanti, del cordone di sicurezza ha portato per la prima volta nella storia un nutrito gruppo di manifestanti a protestare a due passi dal portone della residenza romana del permier, dove è in corso l'incontro tra Silvio Berlusconi e i vertici del PDL.
Fuori dalle finestre risuonano, imponenti, i fischi, le grida e i cori dei manifestanti: "L'Aquila, L'Aquila", "Rispettiamo solo i pompieri", "Vergogna, vergogna".
Oggi l'Italia, le sue istituzioni in primis, hanno offerto un'immagine di sé per nulla encomiabile. C'è solo da sperare, ed aspettare, che le massime autorità politiche si prendano la briga di chiedere scusa ai manifestanti per quanto accaduto. E, un istante dopo, ascoltare e cercare di accogliere ciò che essi chiedono. Nessun privilegio, ma solo diritti.
lunedì 5 luglio 2010
Il trucco c'è ma non si vede

"Il governo è sull'orlo del baratro". "Il governo non esiste più". "Scontro fratricida interno alla maggioranza". Abbiamo ascoltato queste frasi ossessivamente. Erano all'ordine del giorno ai tempi dei due esecutivi guidati da Romano Prodi e lo sono, con una frequenza poco dilatata, oggi, al tempo del quarto governo presieduto da Silvio Berlusconi.
Nell'era dell'Ulivo e dell'Unione, il centrosinistra aveva la capacità di balzare sulle prime pagine di tutti i giornali con estrema facilità, usufruendo dello stesso livello di attenzione che si tributerebbe ad un branco di tigri in lotta in pieno centro storico.
La faida interna si chiudeva sempre con accordi e compromessi (troppo spesso al ribasso per tutti), fatti alla luce del sole e in grado di lasciare davvero poco posto ai segreti e alle suggestioni.
Oggi gli scontri sono meno frequenti ma non per questo meno burrascosi. Ma un nuovo elemento stravolge ogni possibilità di paragone: l'assenza dell'accordo, della trattativa segreta che chiude ufficialmente la "lite" (ad eccezione di quelle presentate come sconvolgenti indiscrezioni date per certe dalla grande stampa e smentite qualche ora dopo).
Le faide interne al Popolo della Libertà svaniscono d'incanto, con una repentinità disorientante, fornendo ai tanti oppositori la vana sensazione di un crollo drammatico che in realtà non c'è mai.
Ultimo episodio nell'ordine: la vicenda delle dimissioni annunciate in aula a Milano per il processo Antonveneta dal neo-ministro Aldo Brancher questa mattina.
Un'apparente vittoria incondizionata del centrosinistra, che da giorni ne chiede a forza le dimissioni, ma che in realtà cela l'ennesimo successo politico della maggioranza.
La decisione unilaterale di dimissioni dalla compagine governativa consente oggi al premier di fregiarsi del titolo di legalitario, grazie alla sua approvazione incondizionata della scelta di rinuncia da parte dello "scomodo" ministro, e alla maggioranza di superare senza alcun malumore il voto in aula previsto per giovedì sulla mozione di sfiducia del ministro presentata da PD e IDV.
Nonostante quest'ultima occasione di riappacificazione interna alla maggioranza (l'esclusione dell'ennesimo ministro trait-d'union tra Forza Italia e Lega Nord), la stampa, con un coro quasi unanime, continua a presentare il centrodestra come un fronte disunito, pronto alla morte, e a prospettare evoluzioni politiche quantomai prossime e inevitabili.
Repubblica pronosticava fino alle prime ore di questa mattina (l'articolo è ora scomparso dalla homepage) una settimana da "show down", il Corriere della Sera parla di "resa dei conti", concetto ripreso anche da Il Messaggero, e prospetta una conversione oramai imminente del PDL da partito a federazione, con una possibile evoluzione a breve della "corrente finiana" in un soggetto stile "liberal-democratici" inglesi, l'Unità intravedeva una crisi della maggioranza già nel voto (poi annullato) di giovedì sul caso Brancher.
Il vicesegretario del Partito Democratico, Enrico Letta, a fine maggio criticava il Presidente pugliese Vendola e la sua definizione della manovra come "macelleria sociale", affermando: "La manovra è un tema così complesso che non può essere liquidato con delle battute, è il provvedimento più importante della legislatura e deve essere affrontato da una forza politica come la nostra entrando nel merito". Pochi istanti più tardi riceveva in risposta la dura presa di posizione del leader di SEL: "In Italia ci sono due Letta? A me pare che quello più a sinistra sia Gianni”.
Oggi lo stesso esponente del PD chiede espressamente a Berlusconi di recarsi da Napolitano per rassegnare le dimissioni, perché incapace di governare e perché "il caos della manovra dimostra che il Paese non è governato".
A detta di molti, il governo è ormai prossimo allo spegnimento forzato. La crisi tra le due barricate del centrodestra può divenire fatale. E il Partito Democratico, nel suo perenne gioco di rimessa, non aspetta altro che entrare nell'accampamento nemico e prendere posizione.
A meno che questa crisi non rientri, come il buon senso, la storia recente ed il realismo dovrebbero spingerci a pensare. In quel caso le due barricate del PDL tornerebbero a riaggregarsi con una solidità ancora maggiore e ad acquistare nuova forza grazie alla strategia politico-elettorale del finto dualismo tra "il buono" e "il cattivo". E fare strage, con grossa facilità, delle truppe del centrosinistra entrate nell' "accampamento delle libertà".
Colpevoli di aver cercato una barricata inesistente in un territorio ostile e di aver perso, per questa scelta, la propria.
venerdì 2 luglio 2010
La libertà in piazza, l'impunità in Senato e le bugie alla Camera

Foto: Repubblica.it
Una piazza gremita a Roma, il ripristino dell'immunità totale per i membri del governo al Senato, una valanga di menzogne da parte del Presidente della Camera.
E' attorno a questi tre elementi che si gioca la partita della libertà d'informazione, della giustizia e dell'uguaglianza tra i cittadini. Non è una partita qualunque. E' una finale, l'ultima finale di un torneo nazionale ormai prossimo alla morte.
In un paese che dal '93 ad oggi ha visto il proprio interesse verso questo genere di "sport" totalmente rovesciato (allora si lanciavano persino monetine contro i giocatori della squadra avversaria, ora si accetta che la squadra vincitrice cambi le regole del gioco in corsa), una finale del genere assume un'importanza inedita ed ineguagliabile.
Ieri pomeriggio, una delle due squadre in campo, quella che non gode dei pronostici della vigilia, ha mostrato la propria forza, la propria voglia di raccogliere questa sfida storica e di combatterla fino all'ultimo.
I suoi giocatori di spicco hanno parlato di "disobbedienza", di "resistenza civile", di "partigiani del terzo millennio". Non lo hanno fatto in assunzione di un fantomatico diritto di rifiuto delle leggi, ma per l'esatto contrario: per il rispetto delle leggi e delle regole, quelle più importanti, quelle sancite dalla nostra Carta Costituzionale.
L'altra squadra, quella che da circa 16 anni brilla nell'albo d'oro di questo sport e che non teme rivali di sorta, ha dato prova della propria determinazione due giorni fa, nelle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia del Senato.
In una perfetta coordinazione tra le due Commissioni, la maggioranza parlamentare si appresta ad estendere ulteriormente la maglie dell'immunità che il Lodo Gasparri-Quagliarello (altrimenti noto come Lodo Alfano Costituzionale) garantisce a Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio e Ministri.
L'obiettivo primario del PDL consiste ora, stando a quanto stabilito informalmente dalla Commissione Giustizia, nell'estendere le garanzie per la compagine governativa, assegnando all'intero gabinetto di governo la tutela finora attribuita, all'interno del DDL, al solo Presidente della Repubblica: lo strumento dell'autorizzazione a procedere da parte della camera d'appartenenza anche per i reati extra-funzionali e con valore retroattivo (ovverosia valevole per tutti i processi in corso o in attesa di rinvio a giudizio).
Una mossa che consentirebbe al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al ministro Raffaele Fitto e al neo-nominato ministro Aldo Brancher di evitare con facilità i procedimenti giudiziari che li vedono imputati fino al mantenimento dei rispettivi incarichi di governo.
Tra le due squadre, in un anomalo ruolo di giocatore di spicco della squadra campione in carica pronto però a compiere intenzionalmente svariati errori difensivi in ogni match, si colloca il Presidente della Camera, Gianfranco Fini.
L'8 giugno scorso, dopo una difficile mediazione tra le anime del PDL sul DDL intercettazioni, il Presidente Berlusconi faceva seguire alle concessioni elargite in sede di discussione in Senato l'obbligo di blindatura del testo alla Camera (al fine di garantire l'approvazione del provvedimento entro l'autunno). Il Presidente Fini accettava l'imposizione, dichiarando che il testo approvato in aula al Senato non contrastava in alcun modo con i principi di legalità e la lotta alla criminalità.
Ieri, in contemporanea alla massiccia manifestazione di protesta a Piazza Navona, Fini tornava per la terza volta sui suoi passi (quelli precedenti all'approvazione al Senato), chiedendo all'esecutivo di "riflettere" sul provvedimento e accusando gravemente il proprio partito di avere "un grave e serio problema con la legalità".
Discorso analogo per quanto riguarda l'urgenza dell'approvazione.
L'11 giugno scorso, appena dopo aver sancito l'eccezionalità del provvedimento nella forma uscita da Palazzo Madama, imputava al governo un'urgenza eccessiva, chiarendo sin da subito la necessità di calendarizzare dapprima la manovra economica per il mese di luglio e, in seguito, la discussione in aula del DDL Alfano, scatenando, per giunta, le ire di un Berlusconi sempre meno in grado di comprendere le uscite della terza carica dello Stato.
Due giorni fa l'ennesimo (apparente) dietro-front dell'ex leader di AN; nell'occasione Gianfranco Fini ha replicato duramente alla scelta dell'esecutivo di inserire a forza la discussione in aula del DDL sulle intercettazioni sin dal 29 luglio, giusto in tempo prima della chiusura dei lavori per la pausa estiva.
La decisione di anticipare i tempi ha riscosso il consenso dei gruppi del centrodestra e l'ovvia opposizione di quelli del centrosinistra. Di conseguenza, la decisione del 29 luglio è stata presentata dal Presidente Fini come un'imposizione del governo che lui non condivide affatto.
Un'imposizione inesistente.
L'articolo 23, comma 6, del regolamento della Camera [PDF], stabilisce infatti che sulle calendarizzazioni dei disegni di legge, nel rispetto di determinati criteri di priorità, a decidere è la conferenza dei capigruppo, con un voto a maggioranza dei 3/4.
In assenza di tale approvazione "plebiscitaria", a decidere è il Presidente della Camera in piena autonomia.
Il governo non ha alcun potere sulla calendarizzazione dei provvedimenti. Il Presidente della Camera sì.
C'è da chiedersi se i leader dell'opposizione, che oggi inneggiano all'indipendenza intellettuale del Presidente Gianfranco Fini e lo innalzano a speranza legalitaria per il paese, ne siano a conosccenza.
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