Il Presidente Barack Obama a passeggio per le strade del centro storico dell'Aquila, accompagnato da Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso. Il giorno successivo Michelle Obama annuncia lo stanziamento di 4,5 milioni di euro per la ricostruzione della Chiesa di Santa Maria di Paganica. I soldi non sono mai arrivati.
Quando Silvio Berlusconi annunciò alla stampa l'intenzione irrevocabile del governo di spostare il summit del G8 previsto per la Maddalena nella terra abruzzese usò termini come "risparmio", "sobrietà", "aiuto".
Era il 23 aprile 2009. Erano passati appena 19 giorni dal tremendo sisma che aveva devastato la città dell'Aquila, moralmente prima ancora che fisicamente. E il capoluogo abruzzese godeva ancora di quell'attenzione spasmodica di stampa e cittadinanza di cui oggi resta solo un amaro ricordo.
Alcuni lessero nello spostamento di un G8 oramai pressoché quasi compiuto verso una città come L'Aquila il segnale di una preoccupante "marchetta politica" trasformata in realtà (Antonio Di Pietro, IDV). Per qualcun altro si trattava più semplicemente di una "scelta irresponsabile" (Paolo Cento, SEL). Per la maggior parte delle autorità politiche (Dario Franceschini) e sindacali del paese (Guglielmo Epifani e Guido Angeletti) si trattava di una straordinaria occasione di rilancio della città terremotata.
L'intenzione del governo, stando alle parole pronunciate dal premier e dal sottosegretario alla Protezione Civile, era triplice: evitare la celebrazione di un vertice di lusso nell'Isola della Maddalena mentre nella terraferma una città era stata da poco rasa al suolo, offrire una buona opportunità di ingresso di fondi governativi esteri per la ricostruzione dei monumenti simbolo della città e far risparmiare alle casse dello stato ben 220 milioni di euro.
Doveva essere un vertice sobrio, economico, in grado di garantire entrate multimilionarie dall'estero per la città dell'Aquila.
Ricordiamo ancora oggi le passeggiate dei coniugi Obama, di Carla Bruni, di Angela Merkel e di José Luis Zapatero tra le rovine di una città stravolta. E con esse le solenni promesse di ingenti aiuti economici che i leader europei ed internazionali fecero stringendo la mano a Silvio Berlusconi.
L'immagine del nostro premier ne uscì straordinariamente vittoriosa: aveva convinto capi di Stato e di governo del calibro di Barack Obama e di Vladimir Putin ad occuparsi della ricostruzione dei monumenti dell'Aquila.
Ad oggi, l'unico paese ad aver mantenuto la promessa è il Kazakistan, con il versamento promesso di 1,7 milioni di euro per la ristrutturazione della Chiesa di San Biagio di Amiternum. Degli altri solo in tre hanno sottoscritto un reale documento di impegno. Ma, al momento, dei soldi non ve n'è neanche l'ombra.
Il primo costoso fallimento del G8.
Il secondo elemento a favore della scelta dello spostamento era la richiesta di sobrietà e di risparmio a fronte di un G8 inutilmente lussuoso nell'isola sarda. Per poter valutare l'eventuale raggiungimento almeno dell'obiettivo "risparmio" giunge in nostro aiuto il consuntivo finale delle spese sostenute dallo Stato italiano per la realizzazione del G8 nella città dell'Aquila, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 12 ottobre scorso.
185 milioni di euro il costo complessivo per la realizzazione del vertice in Abruzzo. Più della metà di quanto speso per l'organizzazione del summit alla Maddalena, arrivato praticamente ad un passo dalla chiusura. Cifre che non negano ma di certo non confermano l'obiettivo del risparmio da 220 milioni annunciato dal premier.
Resta aperta la questione della sobrietà, una comandamento necessario a fronte di una popolazione privata dei più elementari diritti: la casa, il lavoro, la sussistenza economica, la dignità. Uno sperpero inutile di soldi avrebbe significato uno schiaffo in faccia alle sofferenze di migliaia di terremotati ancora sotto le tende, una mancanza di attenzione e di sensibilità.
Se "la legge del risparmio" annunciata dal premier aveva il ruolo di indicatore dell'attenzione del governo alle soffrenze degli aquilani, le cifre che appaiono da un'attenta lettura dei singoli capitoli di spesa mostrano un governo che del lusso, a due passi dai luoghi della tragedia e della miseria, ha fatto la propria linea-guida.
194 mila euro il costo di "A city to listen to", l'installazione di opere d'arte grafico-musicali nelle stanze del potere internazionale e la realizzazione di stampe e DVD per l'occasione; quasi 2 milioni di euro il costo del catering riservato alle autorità politiche, agli sherpa, ai giornalisti e al personale addetto, terminato prevalentemente nelle casse di Autogrill SpA, Gestione Servizi Integrati Srl e Relais Le Jardin Srl; ben 10 milioni le spese relative ad allestimenti ed arredamenti, tra cui spiccano in termini di incassi B&B Interiors & Design Srl, Composad Srl, Limelite Srl, Poltrone Frau SpA, Semeraro Casa e Famiglia SpA e Tecnarr Srl.
A contendersi la fetta di guadagno relativa alla produzione delle divise per il personale addetto, compresi i dirigenti della Protezione Civile che necessitavano per l'occasione di un guardaroba nuovo di zecca, sono Annalisa Collezioni Srl, Cit SpA, Lanificio Fratelli Cerruti SpA, Lanificio Ormezzano SpA e Securtex Srl, per un totale di 95 mila euro.
Non potevano mancare sulle tavole di un vertice sobrio le ciotoline in argento con tanto di incisione targate Bulgari un regalo per le delegazioni: 45 ciotoline al modico prezzo di 22.500 euro. Così come si sono resi necessari ben 735 frigoriferi per mantenere al fresco il cibo e lo spumante da servire alle autorità politiche presenti: una media di 20 frigoriferi per delegazione. E un totale spesa pari a 130 mila euro.
Un summit all'insegna del risparmio non poteva certo fare a meno degli addobbi floreali (65 mila euro), di una fornitura di spazzole per l'autolavaggio (2.100 euro), di un set di megafoni (3 mila euro) e di 1000 bolliacqua al modico prezzo di 10 mila euro.
Ancora più esorbitanti i costi per le 23 bandiere fornite da Fidanzia Sistemi Srl: 15.960 euro. Circa 700 euro a bandiera. A cui vanno ovviamente aggiunti i costi sostenuti per l'acquisto dei pennoni portabandiera in vetroresina e dei puntali a cipolla colore oro (67.300 euro), delle bandierine per le vetture ufficiali (4.608 euro) e del duplice set di bandiere (92 doppio telo e 68 poliestere, 88.836 euro).
180 mila euro il prezzo del "vessillismo" internazionale.
Anche l'informazione in tempo reale ha i suoi costi. Sono stati oltre 1000 i televisori LCD e Plasma acquistati per il grande evento e oltre 350 mila gli euro spesi per agevolare i guadagni di Cifoni Domenico Srl, Mediamarket SpA, Tecnovisioni Srl e Unieuro.
I seimila libri illustrati sul terremoto, altro omaggio per le delegazioni, sono costati ai cittadini italiani 126 mila euro, mentre le 5 mila brochure "Handbook G8" si sono fermate invece a quota 5.000 euro.
A sostenere ancora una volta la ricerca della piena sobrietà, giungono in aiuto le 60 penne con astucci in radica personalizzati per le singole delegazioni, dal costo di 430 euro l'una, e i 100 posacenere completi di base, costati agli italiani 100 euro cadauno.
Infine, a chiudere lo sfoggio artistico ed economico del premier e del suo braccio destro, i costi sostenuti dal popolo italiano per lo spostamento di opere d'arte di varia natura da collocare all'interno della sede della caserma della Guardia di Finanza a Coppito: 52 mila euro, di cui più di un terzo quelli resisi necessari per il trasporto del solo "guerriero di Capestrano" dalla sua sede abituale di Chieti, lavoro affidato ad Arteria Srl.
Nelle calde giornate estive del 2009 la statua del "guerriero" percorreva la statale 17 dalla costa verso le zone terremotate. Il tutto pagato anche con i contributi versati da quegli stessi cittadini che in quelle ore quella strada la percorrevano in senso inverso, alla ricerca di una sistemazione di fortuna in un albergo della costa o in una casa in affitto da pagare a proprie spese.
lunedì 18 ottobre 2010
martedì 12 ottobre 2010
Il nostro Vietnam
Erano le ore 21 di una domenica di inizio autunno in Italia quando George W. Bush e Tony Blair, in quella lontana notte del 7 ottobre 2001, annunciarono in contemporanea ai propri concittadini l'inizio dei bombardamenti aerei in Afghanistan. Il senso della missione, per come venne allora descritto dalle due super-autorità, sembrava chiarissimo: bersagli mirati ed esclusivamente militari, accompagnati dal lancio di cibo, medicinali e rifornimenti ai civili.
L'attacco anglo-americano assumeva nelle parole accuratamente scelte dai due leader mondiali i connotati di un attacco mirato alla resa rapida ed incruenta del regime talebano. E all'aiuto incondizionato alla popolazione civile.
La guerra dopo oltre 9 anni dal suo inizio è viva più che mai. La "missione umanitaria di pace" ha mostrato rapidamente il proprio volto: quello di una delle guerre più violente, cruente, disorganizzate e senza obiettivi chiari degli ultimi anni.
Enduring Freedom è diventata una Eternal Slaughter. Un massacro permanente.
Quella che doveva essere una sorta di breve ma trionfale passeggiata occidentale nei territori arabi dell'Asia si è trasformata in un moderno Vietnam, un tunnel buio privo di uscita, in cui la bussola si è persa del tutto e si procede a vista, senza avere la minima idea di quale sia il punto d'arrivo.
Pochi mesi dopo la fine della primissima fase del conflitto, alcuni osarono proporre una soluzione politica al problema afghano, con la costruzione di una tavola rotonda attorno alla quale far sedere tutte le forze politiche e militari del paese per una disperata ricerca di riconciliazione nazionale al di sotto di un unico vincolo valido per tutti: la costruzione progressiva di forme di democrazia politica.
Allora erano le farneticazioni inaccettabili di pacifisti tout-court ed estremisti anti-patriottici. Oggi è la soluzione disperatamente ricercata dal comando NATO, dal governo afgano e da gran parte degli stati impegnati nella missione ISAF. Ma alla quale sembra impossibile giungere, come se il tempo avesse cancellato ogni possibilità.
Di fronte alle bare di 4 soldati lasciati morire in terra straniera per una guerra oramai priva di contorni e di forme oltre che di contenuti è tornato a brillare con la consueta luce il teatrino della politica, la celebrazione retorica di quel cordoglio affamato di visibilità e privo di umanità.
E ad accompagnare la passerella delle autorità è tornato, puntuale come sempre, il consueto dibattito sulle possibili soluzioni al conflitto. Ma anche questa fase, per cui si richiederebbe lucidità, onestà intellettuale, coerenza e profondità, in questo paese diventa uno stucchevole apparire di voltafaccia, repentini cambi di posizione e foschi vuoti di idee.
Antonio Martino, attuale deputato PDL, allora Ministro della Difesa, nel novembre 2001 dichiarava di essere del tutto contrario ad una missione militare che andasse ad imporre la pace con la forza. Un mese più tardi annunciava l'ipotesi di ritiro per il mese di marzo del 2002.
Lo confermava la Lega Nord per bocca del senatore Luigi Peruzzotti il 30 gennaio 2002 nell'aula di Palazzo Madama.
Il 3 ottobre 2002 il ministro Martino pronosticava un nuovo termine per la missione, collocato per la fine del 2004. Lo stesso giorno Massimo D'Alema dichiarava, a nome dell'Ulivo, di aver votato a suo tempo a favore della missione solo perché mosso dall'impulso sorto a seguito della tragedia dell'11 settembre. E aggiungeva che vista la mutazione della missione in teatro di guerra, andavano cercate rapidamente nuove soluzioni. 4 anni più tardi, in qualità di ministro degli esteri del governo Prodi, chiese e deliberò con certezza insindacabile la prosecuzione della missione seppure con la variazione di alcune minime regole d'ingaggio.
Due giorni dopo, il 5 ottobre, Silvio Berlusconi annunciava la scomparsa delle truppe talebane da ogni angolo dell'Afghanistan.
Il 20 agosto 2003 Antonio Martino confermava la fine del 2004 come data per il ritiro delle truppe italiane. Il 21 giugno 2005 affermava: "I militari italiani rimarranno a lungo in Afghanistan, forse un altro decennio".
Il 17 settembre 2009 a Kabul perdevano la vita in un attacco kamikaze ben 6 soldati italiani. Lo stesso giorno Bossi dichiara improrogabile la missione in Afghanistan e ne chiede l'immediato ritiro, seguito a gran voce dall'intero establishment leghista.
Due anni prima, nel gennaio 2007, lo stesso Umberto Bossi dichiarava: "E' scontato il nostro sì al rifinanziamento della missione in Afghanistan. Lo dobbiamo fare per coerenza, vista che l'abbiamo decisa noi. Là c'è il nostro esercito, bisogna appoggiarlo. Non puoi mandare gli italiani e poi abbandonarli. Siamo obbligati a sostenere l'esercito".
Oggi a rappresentare la Lega Nord nella sua ennesima svolta pacifista (dopo i voti sempre favorevoli alle richieste di rinnovo della missione) è l'ex ministro e neo-governatore del Veneto Luca Zaia.
A contraddirlo il collega di governo e di partito Roberto Calderoli e il capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni che invece apre, come fatto da subito da Piero Fassino, alla possibilità di dare il via anche ai bombardamenti aerei che, come già annunciato dal ministro della Difesa Ignazio La Russa, colpiranno inevitabilmente diversi civili.
Tra i convinti sostenitori di un ritiro immediato dall'Afghanistan appare in primissima fila il leader IDV Antonio Di Pietro. Lo stesso Di Pietro, nel luglio 2006, commentando l'intenzione di alcuni senatori di votare contro il rifinanziamento della missione dichiarava: "Chi tradisce, o ci ripensa o va a casa". Un anno dopo dalle pagine del suo blog ribadiva: "I nostri soldati devono poter affrontare adeguatamente il nemico. Altrimenti è meglio che stiano a casa. L'Italia dei Valori voterà rispettando l'impegno preso con il governo". Due anni più tardi, il 16 gennaio 2008, bocciava nuovamente il ritiro affermando che "il nostro Paese non può violare le norme internazionali".
Pochi mesi dopo l'insediamento del quarto esecutivo Berlusconi affermava: "L'Italia dei Valori è da sempre contraria a fare le guerre. Lo abbiamo detto per l'Iraq, lo ribadiamo per l'Afghanistan".
Non fa eccezione il Partito Democratico, straordinario contenitore di ossimori, diviso ancora una volta tra chi appoggerebbe la svolta militarista della missione (Piero Fassino, con l'introduzione degli attacchi aerei ad ampio raggio) e chi richiede grosse riflessioni sull'utilità del mantenimento della missione (Pierluigi Bersani).
Allo stato attuale delle cose le richieste di ritiro dal teatro di guerra afgano, largamente minoritarie fino a pochi mesi fa, ora si fanno spazio tra i banchi di Montecitorio. Ma resta comunque ben saldo il fronte della "missione ad ogni costo". Forte della retorica che sprigiona dalla domanda: "Per porre fine alla guerra civile afgana, cosa faresti anziché impiegare l'esercito?".
Una domanda che non ammette risposte certe ed inconfutabili, ma che perde ogni senso di fronte alla drammatica e pericolosa escalation degli ultimi anni, al rafforzamento delle truppe ribelli alle porte di Kabul, all'incremento del numero medio di attentati e alla consapevolezza che per ogni vittima civile, dieci nuovi soldati talebani crescono.
Una domanda che non ammette risposte sicure, ma, alla luce di tutto ciò, di certo dare fuoco al proprio naso per curare un raffreddore inestirpabile non è una soluzione.
mercoledì 6 ottobre 2010
Il centrodestra è unito più che mai. E salva in Parlamento l'ex ministro Pietro Lunardi
In alto, l'ex ministro delle infrastrutture e dei trasporto e attuale deputato del Popolo della Libertà Pietro Lunardi. In basso il deputato di Futuro e Libertà per l'Italia Giuseppe Consolo.
Doveva essere il giorno del "de profundis" per l'esecutivo Berlusconi. E' stata l'occasione di rilancio dell'intera compagine governativa. Doveva essere il momento dell'avvenuta certificazione della paralisi legislativa. E' stato l'input alla presentazione della nuova agenda di governo per i prossimi mesi, incentrata attorno ai 5 temi promessi: federalismo, giustizia, riforma fiscale, sicurezza, piano sud.
Cinque priorità per la maggioranza. Le stesse proposte in occasione delle elezioni politiche di 2 anni e mezzo fa. La certificazione involontaria di una inattività politica quasi totale durata ben 30 mesi.
La stampa aveva presentato, questa mattina, la caduta del governo Berlusconi come un dato di fatto oramai inevitabile. Qualcuno si era anche prodigato in un precocissimo pronostico sulla data della prossima consultazione elettorale, fissandola al 27-28 marzo 2011.
La conferenza stampa di Silvio Berlusconi, convocata per questo pomeriggio, ha ribaltato ancora una volta le diffuse indiscrezioni della vigilia.
La spasmodica caccia alle elezioni premature da parte della Lega Nord da un lato e di parte delle opposizioni dall'altro cozza contro la realtà dei fatti: il governo non gode di ottima salute, è vittima di sconquassi interni abbastanza significativi, ma non offre un solo sintomo di reale malattia.
Le diatribe tra le due "prime donne" della coalizione sembrano mostrare il corpo di un animale mortalmente ferito, prossimo alla morte. E all'estinzione della sua specie. I dati di fatto parlano invece di una maggioranza ben salda. Un'espressione di compatezza sicuramente fittizia, artificiosa, per nulla durevole. Ma che pur sempre compattezza è.
Basti pensare che ad oggi il gruppo parlamentare Futuro e Libertà ha fatto mancare il proprio appoggio all'esecutivo in una sola occasione: la richiesta di utilizzo in via processuale delle intercettazioni che coinvolgono Nicola Cosentino.
In nessun'altra occasione di dibattito parlamentare, dai provvedimenti economici alle leggi sulla giustizia, ha voltato le spalle al governo e a Silvio Berlusconi.
E nell'unico episodio di presa di posizione distintiva, non si è rivelata sufficiente a mettere in difficoltà la coppia PDL-Lega Nord.
La tenuta dell'esecutivo passa anche attraverso il mantenimento delle attuali composizioni delle commissioni parlamentari nei due rami del Parlamento. Le leadership "finiane" non sono state messe in dubbio e i rischi di evoluzione minoritaria del centrodestra nelle strategiche commissioni Giustizia e Bilancio sembrano ipotesi quasi fantascientifiche.
Per molti analisti politici il governo si disgregherà in occasione delle prossime scelte in tema di giustizia. Eppure l'episodio più caratteristico in questo senso si è presentato proprio nelle prime ore di questa mattina. E ha dimostrato l'esatto contrario.
Nella Giunta per le Autorizzazioni della Camera era in esame, per la terza seduta consecutiva, la richiesta di autorizzazione a procedere emessa dal Tribunale dei Ministri di Perugia nei confronti dell'onorevole Pietro Lunardi.
A dispetto del comune sentire, la richiesta di autorizzazione a procedere non è stata abrogata totalmente nel 1993, anno dello sconquasso di Tangentopoli. E' ancora in vigore per i componenti del governo in caso di incriminazione per reati attinenti alle pubbliche funzioni.
Ed è proprio per un'ipotesi di reato ministeriale che Pietro Lunardi si è trovato sul banco degli imputati nell'aula della Giunta per le Autorizzazioni di Montecitorio.
La vicenda che lo vede imputato di concorso continuato in corruzione aggravata fa riferimento alla casa acquistata a Via dei Prefetti a Roma 6 anni fa. Un acquisto reputato sottocosto da parte della Procura, secondo la quale la casa, appartenente a Propaganda Fide, congregazione ecclesiastica molto attiva nel ramo immobiliare, sarebbe stata venduta nel 2004 all'allora ministro per le infrastrutture a prezzo ribassato (3 milioni di euro), in cambio di un finanziamento di 2,5 milioni di euro da parte della società pubblica ARCUS in seguito a pressioni operate, in qualità di ministro, dallo stesso Pietro Lunardi.
Oggi la Giunta ha deciso di non decidere. Ha deliberato, a maggioranza, la restituzione degli atti al Tribunale di Perugia, bloccando così, di fatto, la prosecuzione dell'iter giudiziario.
Eppure la Giunta per le Autorizzazioni, in base all'articolo 18-ter del regolamento della Camera [PDF], può deliberare la restituzione degli incartamenti, in base all'articolo 5 della Legge Costituzionale n. 1/89, solo in caso di incompetenza a decidere (ad esempio se il Tribunale richiedesse l'autorizzazione a procedere per un ministro dimissionario).
In questo caso l'analisi delle carte è proseguita per ben 3 sedute, comprendendo persino la deposizione dello stesso deputato-imputato.
La Giunta per le Autorizzazioni, nel curioso tentativo di salvare Pietro Lunardi dal processo senza esprimersi in merito, ha violato una norma costituzionale. E lo ha fatto con i voti dell'intera compagine di centrodestra.
Chi ha proposto l'incostituzionale restituzione delle carte? Giuseppe Consolo, vicepresidente della giunta ed esponente di spicco del gruppo parlamentare Futuro e Libertà per l'Italia.
Doveva essere il giorno del "de profundis" per l'esecutivo Berlusconi. E' stata l'occasione di rilancio dell'intera compagine governativa. Doveva essere il momento dell'avvenuta certificazione della paralisi legislativa. E' stato l'input alla presentazione della nuova agenda di governo per i prossimi mesi, incentrata attorno ai 5 temi promessi: federalismo, giustizia, riforma fiscale, sicurezza, piano sud.
Cinque priorità per la maggioranza. Le stesse proposte in occasione delle elezioni politiche di 2 anni e mezzo fa. La certificazione involontaria di una inattività politica quasi totale durata ben 30 mesi.
La stampa aveva presentato, questa mattina, la caduta del governo Berlusconi come un dato di fatto oramai inevitabile. Qualcuno si era anche prodigato in un precocissimo pronostico sulla data della prossima consultazione elettorale, fissandola al 27-28 marzo 2011.
La conferenza stampa di Silvio Berlusconi, convocata per questo pomeriggio, ha ribaltato ancora una volta le diffuse indiscrezioni della vigilia.
La spasmodica caccia alle elezioni premature da parte della Lega Nord da un lato e di parte delle opposizioni dall'altro cozza contro la realtà dei fatti: il governo non gode di ottima salute, è vittima di sconquassi interni abbastanza significativi, ma non offre un solo sintomo di reale malattia.
Le diatribe tra le due "prime donne" della coalizione sembrano mostrare il corpo di un animale mortalmente ferito, prossimo alla morte. E all'estinzione della sua specie. I dati di fatto parlano invece di una maggioranza ben salda. Un'espressione di compatezza sicuramente fittizia, artificiosa, per nulla durevole. Ma che pur sempre compattezza è.
Basti pensare che ad oggi il gruppo parlamentare Futuro e Libertà ha fatto mancare il proprio appoggio all'esecutivo in una sola occasione: la richiesta di utilizzo in via processuale delle intercettazioni che coinvolgono Nicola Cosentino.
In nessun'altra occasione di dibattito parlamentare, dai provvedimenti economici alle leggi sulla giustizia, ha voltato le spalle al governo e a Silvio Berlusconi.
E nell'unico episodio di presa di posizione distintiva, non si è rivelata sufficiente a mettere in difficoltà la coppia PDL-Lega Nord.
La tenuta dell'esecutivo passa anche attraverso il mantenimento delle attuali composizioni delle commissioni parlamentari nei due rami del Parlamento. Le leadership "finiane" non sono state messe in dubbio e i rischi di evoluzione minoritaria del centrodestra nelle strategiche commissioni Giustizia e Bilancio sembrano ipotesi quasi fantascientifiche.
Per molti analisti politici il governo si disgregherà in occasione delle prossime scelte in tema di giustizia. Eppure l'episodio più caratteristico in questo senso si è presentato proprio nelle prime ore di questa mattina. E ha dimostrato l'esatto contrario.
Nella Giunta per le Autorizzazioni della Camera era in esame, per la terza seduta consecutiva, la richiesta di autorizzazione a procedere emessa dal Tribunale dei Ministri di Perugia nei confronti dell'onorevole Pietro Lunardi.
A dispetto del comune sentire, la richiesta di autorizzazione a procedere non è stata abrogata totalmente nel 1993, anno dello sconquasso di Tangentopoli. E' ancora in vigore per i componenti del governo in caso di incriminazione per reati attinenti alle pubbliche funzioni.
Ed è proprio per un'ipotesi di reato ministeriale che Pietro Lunardi si è trovato sul banco degli imputati nell'aula della Giunta per le Autorizzazioni di Montecitorio.
La vicenda che lo vede imputato di concorso continuato in corruzione aggravata fa riferimento alla casa acquistata a Via dei Prefetti a Roma 6 anni fa. Un acquisto reputato sottocosto da parte della Procura, secondo la quale la casa, appartenente a Propaganda Fide, congregazione ecclesiastica molto attiva nel ramo immobiliare, sarebbe stata venduta nel 2004 all'allora ministro per le infrastrutture a prezzo ribassato (3 milioni di euro), in cambio di un finanziamento di 2,5 milioni di euro da parte della società pubblica ARCUS in seguito a pressioni operate, in qualità di ministro, dallo stesso Pietro Lunardi.
Oggi la Giunta ha deciso di non decidere. Ha deliberato, a maggioranza, la restituzione degli atti al Tribunale di Perugia, bloccando così, di fatto, la prosecuzione dell'iter giudiziario.
Eppure la Giunta per le Autorizzazioni, in base all'articolo 18-ter del regolamento della Camera [PDF], può deliberare la restituzione degli incartamenti, in base all'articolo 5 della Legge Costituzionale n. 1/89, solo in caso di incompetenza a decidere (ad esempio se il Tribunale richiedesse l'autorizzazione a procedere per un ministro dimissionario).
In questo caso l'analisi delle carte è proseguita per ben 3 sedute, comprendendo persino la deposizione dello stesso deputato-imputato.
La Giunta per le Autorizzazioni, nel curioso tentativo di salvare Pietro Lunardi dal processo senza esprimersi in merito, ha violato una norma costituzionale. E lo ha fatto con i voti dell'intera compagine di centrodestra.
Chi ha proposto l'incostituzionale restituzione delle carte? Giuseppe Consolo, vicepresidente della giunta ed esponente di spicco del gruppo parlamentare Futuro e Libertà per l'Italia.
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